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Tuvalu 🇹🇻

 

 

Talofa!

Il tradizionale saluto in lingua Tuvaluana e Samoana  e’ molto più di un “salve”. Deriva dalla frase completa “Talofa lava” che significa: “ti auguro la vita” o “ti saluto con rispetto e affetto”.  E‘ quindi più un augurio di pace, salute e vita condivisa. Dire Talofa è offrire un frammento del proprio spirito in segno di amicizia.  Talofa è la parola magica, che vi aprirà un mondo di sorrisi.

Atterrare a Tuvalu è come posarsi su una striscia di sogno. L’aereo da 70 posti tocca terra su una pista che sembra finire nel nulla: da una parte l’Oceano Pacifico, dall’altra la grande laguna Te Namo. Nessuna torre di controllo, nessun duty free, nessun edificio alto, nessun grattacielo, solo tetti in lamiera, palme ondeggianti e bambini a piedi nudi che corrono sorridendo. Un cartello all’uscita del piccolo aeroporto di Funafuti recita semplicemente: “Welcome to Tuvalu – climate change is real”. E’ qui, in uno dei Paesi più remoti e vulnerabili del pianeta, che la crisi climatica è quotidianità, non teoria.


Tuvalu e’ un paese così piccolo che la pista di atterraggio diventa tale solo un paio di volte alla settimana, quando atterra un aereo. Normalmente la striscia di asfalto, in mezzo alle case, è semplicemente un  polo aggregativo, una piazza, un salotto, la via dello struscio, soprattutto al tramonto, quando i ragazzi si radunano e questo diventa luogo di giochi e risate, mentre i vecchi osservano senza fretta.

 

 


Intere famiglie si siedono sull’asfalto con il pollo fritto e la coca-cola, o pesce fritto e manioca, i bambini inseguono un aquilone ed i ragazzi giocano a rugby.

 

 

Mi siedo ad osservare, mentre la laguna si tinge di arancio e socializzo con i giovani del paese. 

 

All’improvviso, una sirena rompe il cielo con il suo boato chiassoso: tutti si spostano, le poche auto e le moto si fermano come automi…….atterra il volo internazionale….e poi tutto torna come prima. Una metafora perfetta di Tuvalu: piccolo, resiliente, più vivo che mai nonostante tutto. Perché Tuvalu potrebbe non esserci più tra pochi decenni. Ed io l’ho visto e ne ho camminato i margini. Letteralmente.

 

Questo è l’atterraggio dell’aereo.

 

Tuvalu e’ una delle nazioni più vulnerabili del pianeta e minacciate dal cambiamento climatico. I suoi abitanti lo sanno, lo vivono, ma non si lamentano. Vivono con dignità, con calma, con una gentilezza che commuove.

Tuvalu è un arcipelago composto da 9 atolli corallini persi nel cuore del Pacifico, tra le Fiji e Kiribati. E’ il quarto paese più piccolo del mondo, con una popolazione di circa 11.000 persone e una superficie di 26 chilometri quadrati, praticamente più piccolo della città di Monza, ed è uno degli Stati meno visitati al mondo. 

Il paese riceve in media tra i 2000 ed i 3000 visitatori l’anno (in confronto, le Fiji ne accolgono oltre 900.000). La maggior parte dei visitatori sono in realtà diplomatici, operatori umanitari, studiosi, ambientalisti o giornalisti. Molto rari i turisti o viaggiatori veri.

Tuvalu è così piatto e basso che in certi punti puoi vedere il mare da entrambi i lati della strada. L’isola ha la forma di un amo da pesca rovesciato.

 

Qui non ci sono hotel di lusso, né centri commerciali, né traffico, né banche internazionali, solo un bancomat che singhiozza : porta con te contanti (dollari australiani), perché sarà impossibile non pagare cash. Tuvalu non è un viaggio comodo e non è nemmeno un luogo da “Instagrammare”. Ma è incredibilmente prezioso, e fragile.

Cosa troverai? Un infinità di cieli blu e nuvole disegnate a mano, lagune color latte e menta, sorrisi veri, senza interesse ed un’umanità disarmante.

 

A Tuvalu non c’è una vera città.

Le case sono in legno colorato, tetti di lamiera, finti fiori di plastica colorati, vestiti stesi al sole e chiese con il vento che entra dalle finestre aperte.

 

 


Gli unici negozi vendono prodotti base: riso, tonno in scatola, qualche bibita e, purtroppo, molti sacchetti di “cibo spazzatura”, come patatine al gusto di pollo, cracker con intense sfumature arancioni, o biscotti dai colori accesi, pieni di additivi e aromi artificiali.

 

Poche auto, molte motociclette

 

 

 


A Tuvalu, come in molte isole del Pacifico, il tasso di obesità è molto alto, e non è un caso isolato. Questo è dovuto a più fattori. 1) cambiamento della dieta tradizionale. Un tempo l’alimentazione era basata su pesce fresco, taro, cocco, frutta e verdura. Oggi, gran parte del cibo consumato è importato, spesso in scatola o altamente trasformato (corned beef, noodles istantanei, bibite zuccherate). Questo è dovuto anche alla difficoltà di coltivare e alla scarsità di cibo fresco locale. 2) avendo pochissima produzione agricola, le navi portano cibo a lunga conservazione, spesso economico ma poco salutare. Il prezzo del cibo sano è più alto di quello di cibi ultra processati. 3) in molte comunità si pratica poco movimento fisico. 4) alcuni studi suggeriscono che le popolazioni del Pacifico abbiano una predisposizione genetica ad accumulare massa grassa . Inoltre nella cultura polinesiana, un corpo grande è stato storicamente associato a salute, forza e benessere. 5) educazione nutrizionale poco diffusa e poca disponibilità di supporto medico strutturato per la prevenzione. Per tutto questo, in Tuvalu, oltre il 50% della popolazione adulta è obeso. Se si include anche la popolazione grassa, purtroppo la percentuale supera 80% degli adulti (le donne in maggioranza)

 

 

Parto con due pescatori locali,  Kauti e David, per un giro in barca.

 

Ma, prima, devo passare al Town Council a chiedere e pagare la tassa per poter andare nella Conservation Area, 33 chilometri quadrati di riserva marina. La laguna di Funafuti è di una bellezza che quasi stordisce. Acqua verde smeraldo, trasparente come vetro. Da lontano gli isolotti (come Motuloa, Tepuka, Fuafatu, Fualefeke, Tualopa) mostrano palmeti che ondeggiano come in cartolina, ma nessuno è lì. Solo granchi, uccelli ed il fruscio delle palme.

Attraversiamo lingue di sabbia, lagune blu che sembrano acquarelli e minuscole isole deserte.

Facciamo snorkelling tra coralli colorati e pesci farfalla, e poi una sosta su un motu disabitato dove si può camminare per un’ora senza incontrare altro che granchi e conchiglie.  Gli atolli rosa di Tuvalu sono tra i gioielli più rari e affascinanti del Pacifico meridionale, un incanto naturale che sembra uscito da un sogno tropicale. Immagina un luogo dove lingue di sabbia finissima si incurvano dolcemente intorno a lagune turchesi, come se la natura avesse dipinto con delicatezza i contorni della bellezza. Ma ciò che rende unici alcuni atolli e’ la sfumatura rosa della sabbia, soprattutto quando il sole accarezza i coralli frantumati e riflette tonalità che vanno dal cipria al pesca, creando uno spettacolo surreale. Questo colore deriva dalla presenza di minuscoli frammenti di foraminiferi rossi, microscopici organismi marini i cui gusci calcarei, una volta depositati sulla spiaggia e mescolati ai resti dei coralli, regalano alla sabbia la sua tinta incantevole. Il contrasto tra la sabbia rosata, il verde acceso delle palme da cocco e l’azzurro limpido dell’oceano, crea un paesaggio di straordinaria armonia.

 

 



L’isoletta di Fualopa ospita una colonia riproduttiva di Black Noddy (Anous minutus), ed è un’importante area di nidificazione per uccelli marini.

Faccio il bagno e sono sola in mezzo al Pacifico, a Fualopa, nel silenzio più potente che abbia mai sentito. In un altro mondo, questa sarebbe una raffinata e ricercata destinazione da resort 5 stelle con accesso in jet. Qui è solo….Tuvalu.

Ora capisco perché questa spiaggia è  tra le più belle del mondo: la vera ricchezza è la sua purezza, una natura intatta, un silenzio sacro, un orizzonte infinito dove l’anima si espande e si lascia cullare.

Passeggiare su questa spiaggia è come entrare in un sogno che non vuole finire. Ogni passo lascia un’impronta lieve, effimera come la luce sul mare, e nel cuore resta la sensazione di aver toccato qualcosa di prezioso, di raro, di eterno.

Ma l’idillio di Fualopa continua: dalla barca, appena usciti dalla bassa marea, David (il mio immenso barcaiolo), mi fa segno. Uno splendido eroe del mare si palesa, nella sua bellezza senza età

 

 

Dal rosa di Fualopa al bianco accecante di Tepuka, l’isolotto che sembra un miraggio: un lembo di terra sottile, bordato di palme e sabbia bianca, che emerge quasi per magia da un mare turchese cristallino.

 

Sull’isolotto di Tepuka, a dieci minuti di cammino, in mezzo ad una fitta vegetazione tropicale, ci sono i resti di un bunker in cemento armato, costruito dagli statunitensi durante la Seconda Guerra mondiale. Il bunker faceva parte delle fortificazioni militari erette dopo che gli USA presero il controllo dell’area nel 1942, trasformando Funafuti in una base aerea strategica contro i giapponesi.

Durante la guerra, oltre 6000 soldati americani furono stanziati temporaneamente a Funafuti

 

E ancora altri atolli che spuntano come funghi

 

 

 

Ogni giorno, una scoperta.


Fualefeke e’ un’isola dove vivono alcune famiglie. “La casa sul mare” ha la parabola ed un’ottima connessione internet.

 

 

Nel cortile un maiale, come un animale domestico, si avvicina, curioso, al mio barcaiolo, sdraiato su un’amaca.

 

 

Fualefeke e’ l immagine perfetta della natura che incontra la modernità.

 

Gli atolli rosa di Tuvalu non sono solo un rifugio naturale, ma anche un simbolo fragile della bellezza minacciata dai cambiamenti climatici : luoghi che sembrano eterni ma che chiedono silenziosamente di essere custoditi con rispetto.

Chi, come me, ha la fortuna di vederli dal vivo, non può far altro che raccontare di un’emozione che rimane nel cuore come se, per un momento, si fosse entrati in un mondo sospeso tra cielo e mare, dove la natura mostra la sua parte più gentile e segreta.

 

La fede a Tuvalu è ovunque, ma mai invadente. La domenica si celebra la messa cantata. Le messe protestanti sono esperienze culturali intense: canti polifonici a cappella, vestiti tradizionali e senso di comunità fortissimo. Tutti sono benvenuti, se vestiti in modo dignitoso (copri spalle e gambe). Ma, in realtà, ogni mattina, prima ancora che il sole si alzi del tutto sul bordo frastagliato dell’oceano, a Tuvalu comincia il suo gracchiare il vecchio televisore della guesthouse. Nel silenzio dell’alba si alza la voce tremolante dello schermo ingiallito: prediche, inni e salmi. Voci che sembrano venire da un altro tempo, forse da un altro mondo. Appena la corrente torna, perché il pulsante è bloccato e le antenne sono spezzate, Maika è lì, seduta, ad ascoltare il sermone. La voce del pastore gracchia, si distorce, si increspa come la laguna nei giorni di vento. “il Signore vede chi dimentica. E il mare ricorda chi resta” dice il Pastore e Maika annuisce. L’ultimo giorno, prima di partire, le faccio una battuta: “Maika, sei pronta ad ascoltare il Vangelo delle Onde?”. Sorride e mi risponde “Talofa, Madam”

 

 

A Tuvalu il tempo non si misura in orari, ma in maree

Camminando lungo la strada si incontrano bambini che vanno a scuola in uniforme, a piedi, spesso scalzi.

Sono curiosi, anche quando mi fermo davanti ad una scuola, nell’orario della merenda. “Come ti chiami?” : grandi cori che poi ripeteranno il mio nome goffamente. “Lorita, Laretta, Loletta!” .

 


Losa, un’insegnante e madre di quattro figli mi dice: “quando piove troppo, la scuola si allaga. Quando non piove affatto, dobbiamo chiuderla per mancanza d’acqua. Ma i bambini vengono sempre.”

E poi un anziano, che canticchia: “una canzone per l’oceano “ e continua : “ci ha dato tutto. E forse un giorno ci prenderà tutto”.

 

Tuvalu non ha esercito, non ha multinazionali, non ha lobby. Il suo PIL è fra i più bassi del mondo. Eppure è qui che si combatte una delle battaglie più urgenti del XXI secolo.

Il rischio non è futuro, e’ presente. L’innalzamento del livello del mare ha già salinizzato le falde acquifere, compromettendo coltivazioni di taro e pandanus. Le acque sotterranee diventano imbevibili. L’acqua piovana raccolta dai tetti e’ spesso l’unica risorsa potabile.

A Tuvalu basta un’onda forte, una marea un po’ più alta, e il mare si riprende quello che sembra suo. “A volte l’acqua entra nel villaggio senza chiedere permesso” mi racconta Lise, un’insegnante di scuola elementare. Mi mostra le pareti della sua casa segnate dal sole. “Non sappiamo se i nostri figli vedranno ancora Tuvalu da adulti”. Perché Tuvalu è tra i primi paesi al mondo minacciati dall’innalzamento del livello del mare e non ci sono alture dove rifugiarsi. Eppure, nessuno qui si sente vittima. “We are not sinking, we are fighting “, ripetono. Non è una resa: è un orgoglio. Lottano con piccoli gesti, con progetti di resilienza, con una consapevolezza che noi, altrove, abbiamo dimenticato: che vivere su questa terra è un dono fragile.

Le proiezioni scientifiche suggeriscono che entro il 2050, metà di Funafuti potrebbe essere sommersa durante l’alta marea, con fino al 95% della terra regolarmente allagata entro la fine del secolo. Per affrontare questi rischi crescenti, il governo di Tuvalu sta lavorando con agenzie internazionali su una serie di progetti. Il progetto di adattamento costiero ha costruito 7,8 ettari di terreno rialzato e resistente alle inondazioni e ha rinforzato 2,78km di costa utilizzando digamenti, e tamponi naturali.

Lungo il lato oceanico dell’isola, c’è un’area dove bulldozer stanno scaricando pietre di corallo che sarà mischiato al cemento per costruire una barriera frangiflutti. E’ un’iniziativa per guadagnare terreno sul mare. Incontro un’ingegnere ambientale australiano che mi dice: “ogni metro che salviamo, ogni casa che proteggiamo, e’ una vittoria. Ma non possiamo farcela da soli. Ci serve attenzione globale “.

Alcune immagini dall’aereo

 

Nel frattempo, lo Stato ha iniziato a digitalizzarsi, creando copie 3D delle sue chiese, mappe e archivi, per garantire che Tuvalu possa “esistere “ anche se dovesse un giorno scomparire fisicamente.

In questo ambiente, molti che vivono a Funafuti pensano alle loro opzioni per il futuro e se rimanere o andare. Perché esiste un recente accordo con l’Australia che offre 280 visti annui. Questo pone un bivio per migliaia di Tuvaluani, un’opportunità, ma anche una preoccupazione per la perdita culturale.

Sotto il sole incandescente, Peni sedeva sul molo guardando l’oceano. Le barche dei pescatori oscillavano leggere, mentre una brezza salmastra gli scompigliava i capelli. Aveva diciannove anni, piedi scalzi e un sogno che cresceva come le maree: partire per l’Australia. “ma perché?”gli chiedeva sua nonna Lita. “Qui hai il mare, la famiglia, la chiesa, il pane fatto in casa”. Peni sorrideva senza rispondere davvero. Come poteva spiegare quel richiamo sottile ma insistente, quella voglia di qualcosa di più? Non odiava Tuvalu. Anzi, amava le serate sotto le stelle, i canti collettivi, l’acqua cristallina ed i racconti attorno alla radio. Ma sentiva anche l’isola stringersi ogni anno di più, letteralmente. Le alte maree invadevano i campi di pallavolo, le radici del taro si imputridivano e l’unica pista dell’aeroporto veniva usata anche per stendere i panni. Un giorno, mentre aiutava suo zio a sistemare una barca rotta, arrivo’ la notizia: il governo australiano offriva delle borse di studio ai giovani delle isole del Pacifico. Peni non sapeva esattamente cosa volesse studiare, ma sapeva una cosa: avrebbe fatto domanda. Le settimane passarono tra moduli, lettere, l’aiuto del maestro della scuola per scrivere una “personal statement”. Quando arrivò la risposta, fu l’alba. Peni la apri in silenzio, mentre tutti dormivano. Le parole erano chiare: Accettato. Università del Queensland, corso in Scienze Ambientali. Lita non pianse. Preparo’ il suo piatto preferito, taro  e pesce al cocco, e lo mise davanti a lui senza dire una parola. Ma la sera, mentre la marea cominciava a salire e le stelle brillavano come ricami lontani, gli prese la mano e disse: “vai. Ma non dimenticare che il mare da cui vieni ti conosce meglio di chiunque altro “. Il giorno della partenza, Peni salì sull’aereo che collegava Tuvalu al mondo. Guardò fuori dal finestrino mentre l’isola si rimpiccioliva, verde e fragile in mezzo all’oceano. Non sapeva cosa avrebbe trovato in Australia, ma una cosa era certa: portava con sé l’impermanenza di Tuvalu, la sua bellezza, la sua minaccia e la forza silenziosa del cambiamento. E mentre l’aereo bucava le nuvole, Peni capì che non stava fuggendo, stava andando, con il cuore pieno di mare, verso un futuro tutto da costruire. Oltre le onde, oltre l’orizzonte.

La famiglia Teasi aveva sempre vissuto a Funafuti , in una casa azzurra su palafitte, tra palme, sabbia e galline che correvano libere nel cortile. Ma negli ultimi anni, le maree si erano fatte più forti. L’acqua invadeva la cucina anche con il cielo sereno. I bambini giocavano con secchi e stivali dentro casa, come se fosse normale. Una mattina, il padre, Manu, tornò dalla riunione del villaggio con lo sguardo spento. Disse a sua moglie Sina: “non possiamo più restare. Ce l’hanno detto chiaro: la prossima stagione, il pozzo sarà salato. E’ tempo di andare”. Non era una decisione presa alla leggera. Ma l’Australia aveva aperto un programma speciale per le famiglie del Pacifico colpite dal cambiamento climatico. Sina, Manu e i loro due figli, Tui e Lili, iniziarono a preparare le valigie. Ma cosa si porta una famiglia quando lascia un’isola? Manu mise dentro la sua camicia floreale preferita. Sina infilò una conchiglia rosa che usava come collana. Tui prese un sasso piatto con cui giocava a fare le rane sul mare. E Lili, la più piccola, portò una bottiglietta piena d’acqua di laguna. “così il nostro mare viene con noi”, disse. Il primo mese a Brisbane fu strano. Il traffico sembrava un fiume senza fine. Le strade avevano troppe luci. I bambini andavano a scuola con scarpe chiuse e panini invece del pane di cocco. Sina piangeva la sera, in silenzio, con la finestra aperta per cercare l’odore del mare. Manu trovò lavoro in un centro di giardinaggio, Tui imparò a giocare a rugby e Lili fece amicizia con una bambina filippina che parlava solo con gli occhi. Un giorno, al parco, Lili apri la bottiglietta e versò l’acqua sotto un albero. “Perché lo fai?” chiese Tui. “per piantare un pezzetto di casa qui” rispose. E così fecero tutti, a loro modo. Piantarono il passato nel presente. E anche se Tuvalu era lontana, avevano portato con sé ciò che contava: la memoria, l’amore e la speranza che, un giorno, quell’isola azzurra potesse ancora esistere.

Salote ha 49 anni e vive in una casa a due passi dal mare, dove le palme si piegano al vento ed i bambini si divertono nella strada come fosse un parco giochi. La sua casa è semplice: pavimento di cemento, pareti leggere, un piccolo orto di taro. Ma per lei è tutto. “Qui ho seppellito mio padre. Qui sono nati i miei figli. Qui sono diventata donna” racconta mentre toglie l’acqua piovana da una bacinella con mani forti e segnate dal lavoro. Nel febbraio 2024, una tempesta anomala ha spinto il mare fino al suo salotto. “Mi sono svegliata con l’acqua alle ginocchia” dice “Abbiamo perso i materassi, il frigorifero, il tetto del capanno. Ma non la fede”. Ogni giorno Salote si sveglia alle 5, prepara la colazione per il marito pescatore e due dei suoi sei figli ancora a casa, poi va davanti alla scuola a vendere dolci fatti in casa (banane caramellate, cassava fritta, cocco tostato). “. “Qui c’è tutto ciò che conosciamo, il nostro cibo, i nostri morti, la nostra lingua. Altrove saremmo solo numeri, C’è chi vuole partire. Io no” dice con fermezza. Ho sentito parlare dei visti per l’Australia. Alcuni vicini hanno fatto domanda, ma lei ha deciso di restare. “Il mio posto è qui. Se Tuvalu affonda, io affonderò con lei. Ma prima farò di tutto per tenerla a galla”. Salote è anche una volontaria del Women’s Climate Watch, un gruppo locale che insegna alle donne come proteggere le case con sacchi di sabbia, recuperare acqua piovana, coltivare mangrovie. “Non vogliamo carità. Vogliamo strumenti per restare” dice con orgoglio. A volte guarda le sue figlie ballare la fatele, la danza antica che sua madre le insegnò. Una volta l’ha vista ballare sull’acqua. Il cortile era allagato, ma la ragazza non si è fermata. “mi ha fatto piangere”, confessa Salote “era come dire: siamo ancora qui”. Salote non è famosa e non sarà su nessuna copertina. Ma la sua storia è quella di migliaia di donne di Tuvalu: custodi della memoria, della terra, della lingua, delle onde. Donne che non si arrendono, che resistono, che scelgono di restare. Speranza e scelte difficili. Queste narrazioni mostrano la difficoltà, ma anche la resilienza: chi  parte porta con se’ la propria lingua, le leggende e la cultura, mantenendo sempre lo sguardo verso il ritorno .

Tutto è piccolo a Tuvalu. Sotto la fale, la tipica struttura aperta con tetto di lamiera,  ci si ritrova per socializzare

qui un gruppo intona canti di chiesa

Qui si ritrovano il sabato mattina

il mercato ha pochi banchi:  una donna che intreccia stuoie di pandanus,

 

Alcune donne vendono ventagli colorati,

 

un’altra  oggetti artigianali per la casa e collane

 

 

e qualche vestito.

 

Cibo cotto su una griglia.

 

 

E, purtroppo, molte bevande piene di zuccheri e coloranti

 

 

Alla sera, uno spettacolo molto semplice prende forma.


Quanta grazia nella danza fatele! Anche i corpi più rotondi si muovono con la grazia di un petalo al vento, leggero nell’anima e armoniosi nel gesto, tra battiti di mani e gonne di fibre intrecciate.

 

Ed è con questa semplice danza che saluto Tuvalu.

Quando lasci Tuvalu, porti con te la sensazione di aver toccato un luogo fragile e forte insieme. Di aver vissuto il tempo nella sua forma più semplice. Tuvalu e’ un sussurro nell’oceano, ma se lo ascolti davvero, ti cambia il ritmo del cuore.

Tuvalu è la fine del mondo, ma non in senso negativo. E’ il bordo sottile tra il silenzio e l’esistenza.

Tuvalu è il mondo in miniatura, ma traboccante di umanità

Lui e’ lì, seduto davanti a me, in attesa dell’imbarco. Quando gli chiedo dove sta andando e perché è a piedi scalzi mi risponde: “vado in Australia. Ma non si preoccupi, Madam, ho le scarpe nel mio zaino. Però ora voglio sentire il contatto con la mia terra fino all’ultimo minuto”.


Quando l’aereo rulla tra le case ed i bambini salutano, sento un groppo alla gola. Tuvalu non è un luogo turistico, è un’idea, un promemoria. Di quanto basta poco per vivere, e quanto abbiamo dimenticato il valore delle cose semplici.

Perché Tuvalu non è solo una destinazione: è un messaggio. Un avvertimento. Un appello.

Ascoltarlo, finché è ancora lì, e’ il minimo che possiamo fare.

    

Strana coincidenza, il ragazzo sarà seduto davanti a me sull’aereo. 

Quando l’aereo si stacca dal suolo e sale verso le nuvole, abbassa lo sguardo e vedo una lacrima scendere. Ti auguro il futuro che sogni, caro Tuvaluano, ovunque tu decida di restare.

 

 

Questa è l’immagine ripresa dall’oblò dell’aereo: Tuvalu sfuma, ma la speranza resta chiara come il mare

Ed ora, finalmente, quando qualcuno mi chiederà : ma cos’hai fatto 6 giorni, nella piccola Tuvalu? Potrò rispondere:

Tuvalu è un mondo in miniatura, ma trabocca di umanità come un cuore troppo pieno. In sei giorni ho attraversato esistenze, sorrisi, silenzi. Ho conosciuto il mondo in una manciata di sabbia, e ne sono uscita cambiata. Una lezione di vita che non si insegna, si vive.

 

 

 

8 risposte

    1. Non sai quanto mi fa piacere leggerti.
      È bello sapere che ti è arrivato, davvero.
      Ti porto con me, sempre.

  1. What a coincidence that you were sitting near the young man who was emigrating to Australia, I hope it lives up to his expectations!
    It is such a shame he has to leave his home, I hope he keeps his culture alive in his heart.

    1. Dear Leanne,
      Thank you for your comment.
      Tuvalu was an extraordinary discovery — a country I truly loved, both for its natural beauty and for its people, to whom I wish a peaceful future.

  2. Non li ho ancora letti tutti i tuoi blog. Lo farò. Questo sarà forse il più vero. Deborda di ricchezza e povertà nell’ essenziale che cogli sempre con parole sempre giuste e acute viste da occhi intrisi di curiosità e verità. Un cuore umido e fertile come le terre di Tuvalu e il sale positivo, quello giusto che salva e inonda il racconto dei sentimenti più profondi e potenti.
    Mi hai riportato sull’isola prepotentemente con l’animo ma anche con i ricordi ancora vividi di molti volti incontrati nel mio recente viaggio.
    Grazie del dono che mi hai fatto e dello straordinario racconto!

    1. Grazie Mario, che commento fantastico! il mio stile è molto cambiato negli anni: se ti piacciono gli ultimi racconti il resto ti deluderà. Oggi viaggio con lentezza, cercando di gustare ogni giorno, e cercando il più possibile il contatto con la gente del luogo. Ecco perché, tra pochissimo, incomincerò a tornare in quei paesi dove voglio vivere esperienze più intense. E, chissà, magari ci incontreremo in qualche posto che appartiene ai viaggiatori curiosi come noi!

  3. Bello, bello, bello!
    Una domanda sola: Che tipo di economia hanno?
    Immagino che non avendo molto turismo sia un tipo di economia a scambio interno. Ma importando praticamente tutto, dai fiori finti alla cocacola da qualche parte i soldi devono entrare.

    1. Grazie e ancora grazie del commento.
      L’economia di Tuvalu si basa
      1. principalmente (oltre 50%) sugli aiuti internazionali (Australia e nuova Zelanda, per sviluppo infrastrutture), Taiwan (in cambio del riconoscimento diplomatico), UN e altri enti per progetti ambientali.
      2. Molti uomini lavorano su navi mercantili straniere (tedesche e asiatiche) e quindi mandano denaro alle famiglie.
      3. Pensa che si trova pochissimo pesce (ho girato tutti gli “hotel/guesthouse”, alla ricerca di un piatto di pesce e quasi nulla, ovunque hanno solo maiale o pollo): mi hanno spiegato che, purtroppo, malgrado ci sia una vasta zona economica marina, non hanno la capacità industriale di sfruttarla e quindi vendono licenze di pesca a flotte straniere (giapponesi, sud coreane e taiwanesi), che arrivano e pescano tonnellate di tonni. Anche questa è fonte di introiti .
      4. E poi c’è una cosa stranissima che porta molti soldi a Tuvalu. E’ il dominio “tv”. TV e’ il dominio nazionale assegnato a Tuvalu (come “it” per l’Italia). Ma il destino ha riservato una fortuna inaspettata: quelle due lettere “tv” significano televisione in tutto il mondo. E quango le aziende tech e media se ne sono accorte, si è aperta una corsa all’oro digitale. Nel 2000, Tuvalu ha firmato un contratto con una compagnia americana che ha ottenuto i diritti esclusivi di commercializzazione del dominio a carattere mondiale

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