Mogadiscio, ferita da decenni di guerra e terrorismo, resta una delle città più pericolose del mondo.
Mogadiscio è una città che porta addosso le cicatrici della sua storia recente. Tra il mare azzurro dell’Oceano Indiano e i resti di palazzi coloniali, convivono speranza e pericolo. La capitale somala resta oggi un luogo fragile. Negli ultimi decenni, la città è stata epicentro di conflitti legati a gruppi jihadisti, in particolare al-Shabaab, che impongono un’interpretazione estremista della religione. Questi gruppi hanno sfruttato la religione per giustificare violenze, attentati e controllo sociale, creando zone di forte instabilità e paura. La presenza di estremismo religioso rende la vita quotidiana più complessa, sia per i cittadini sia per i visitatori, con rischi di violenza legati al fanatismo.
Nonostante ciò, dietro la paura, c’è una città che tenta di rialzarsi, fatta di mercati affollati, giovani che sognano pace e un popolo che non ha mai smesso di ricostruire, un giorno alla volta.
Sono entrata con un visto business, ottenuto senza troppe difficoltà, naturalmente dietro pagamento. Del resto, in questo paese il denaro sembra venire subito dopo il loro Dio.
Anticipo che si tratta di uno dei paesi più corrotti al mondo, dove chiunque cerca di spillare qualche moneta e dove, dietro un’apparente gentilezza, gli stranieri vengono spesso considerati poco più che una mucca da mungere e, se non sono musulmani, anche da disprezzare.
Arrivare a Mogadiscio è come entrare in un racconto di cui nessuno vuole più essere autore.
Dall’oblò dell’aereo, il mare somalo luccica come una promessa: turchese, quasi caraibico. Ma appena l’aereo tocca terra, il calore è una fiamma e la città, ai margini della pista, sembra respirare un’aria che è polvere e memoria.
L’aereo non ha ancora fermato i motori e già la cabina esplode: passeggeri in piedi, bagagli trascinati, hostess che implorano di sedersi. Nessuno ascolta. È la scena d’apertura di molti atterraggi africani — il disordine e non rispetto delle regole come linguaggio comune. In realtà anche alcuni cinesi (unici stranieri sull’ aereo, ma perfettamente integrati )seguono l’ondata caotica.
Il soldato dell’immigrazione guarda il mio passaporto ed il visto con attenzione: “legal consultant?” chiede, e poi, senza attendere la risposta, aggiunge con un mezzo sorriso stanco, «Benvenuta a Mogadiscio. Ma stai attenta.» Sara’ una delle poche anime nel paese, con cui ho potuto scambiare qualche parola, dove ho visto, negli occhi, la sincerità.
Fuori, il vento porta l’odore del mare e del gasolio. La strada che conduce verso la città è un nastro di sabbia e cemento, costeggiato da muri alti, torrette, e cartelli sbiaditi con scritte in inglese e somalo. Infiniti checkpoint, la maggior parte sono ragazzi che sembrano poco più che adolescenti ed ogni punto è una pausa: mani che controllano, occhi che scrutano, kalashnikov puntati con noncuranza. La sicurezza è una presenza costante, non un conforto ma un’abitudine.
«Non c’è giorno uguale all’altro,» mi dice Abdi, l’autista che mi accompagna nei primi spostamenti. Ha trentadue anni, un inglese fluente e un’aria di chi ha imparato a sorridere anche quando non serve. «A volte va tutto bene, altre…» alza le spalle, «…altre ti rendi conto che qui la vita è un equilibrio tra coraggio e fortuna.»
Attraversando il centro, vedo nuovi edifici: alcuni hotel moderni in lenta, molto lenta, costruzione, banche, qualche caffè con insegne in arabo e inglese. Ma basta voltarsi di un isolato per ritrovare un’altra Mogadiscio: muri crivellati di colpi, case sventrate, bambini che giocano tra le macerie come se fossero dune. La città si sta ricostruendo, ma non dimentica — e forse è questo che la tiene viva.
Girerò con la scorta dall’inizio.
Nei giorni successivi mi verrà assegnata un’auto dai vetri oscurati. La seconda scorta sarà composta da due poliziotti in abiti civili — camicia e jeans — seduti sul cassone del pick-up. «Per non dare nell’occhio, signora!» mi spiega la guida, che però aggiunge subito: «Niente foto, niente scatti dall’auto. Solo quando lo dico io».
E quello sarà il mio più grande rammarico: non poter mostrare ciò che i miei occhi hanno visto. Stavolta avrei voluto persino registrare alcune conversazioni, per far comprendere a quanti — e sono ancora troppi — ignorano quanto profondo sia il razzismo nei confronti dei non africani e dei non musulmani
Ajoos mi osserva dallo specchietto dell’auto….non so se teme che mi scappi una foto rubata, o vuole vedere la mia espressione quando guardo fuori dai vetri oscurati.
E allora mi porta subito nel più bel posto di Mogadiscio: il Lido. Prima degli anni ’90, il lido era caratterizzato da sabbia chiara e mare turchese, con palme che offrivano ombra naturale. Era frequentato da famiglie, giovani e turisti, soprattutto nel fine settimana. Piccoli chioschi e bar offrivano cibo locale come pesce fresco, frutti tropicali e tè alla menta.
Hotel coloniali e resort lungo la costa permettevano soggiorni di breve durata, spiagge attrezzate con ombrelloni e sdraio erano comuni prima del conflitto. La guerra civile ha reso l’accesso difficile o pericoloso in certe zone, e molte strutture sono state abbandonate o distrutte. Alcune aree sono rimaste comunque frequentate da residenti locali, soprattutto per la pesca e la socialità, anche se con meno comfort rispetto al periodo coloniale.
La spiaggia di Mogadiscio è sorprendentemente pulita, il mare chiaro, l’orizzonte immobile sotto il sole feroce del Corno d’Africa. Ma basta guardare meglio per cogliere la frattura. Gli uomini si tuffano, giocano, ridono, padroni dello spazio e del rumore. Le donne invece restano ai margini: accompagnano i figli in acqua, avvolte in veli neri, strati di stoffa che resistono al caldo e cancellano le forme. Sotto quella luce spietata, sembrano ombre che si muovono lente, con lo sguardo fisso sui bambini, come se il mare – pur a un passo – non fosse davvero per loro. È un confine invisibile, tracciato non dalla sabbia ma dallo sguardo degli altri.
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sulla spiaggia, ragazzi in jeans e magliette con loghi americani giocano a calcio. Le onde cancellano le orme e il suono del pallone si confonde con quello dell’oceano. Uno di loro, Hassan, mi racconta che suo fratello vive a Londra e sogna di tornare: “Dice che là si sente invisibile. In Europa non pregano, non amano Dio e non amano la famiglia. La gente si sposa e divorzia e non fa figli.” . Poi mi fissa e mi chiede: “Signora è vero? Io non ci credo“ e senza attendere una risposta commenta: “che senso avrebbe la vita? Allah ci chiede di fare figli, tanti figli”. Mi guarda serio, poi sorride.
Per la città restano i segni del periodo coloniale italiano.
L’arco a Umberto di Savoia,
L’arco di trionfo popolare,
Il milite ignoto
E alcuni bar come il bar Italia 2 che fa un’ottimo cappuccino, oppure il Caffè Nazionale, con un buon gelato.
E poi la Cattedrale di Mogadiscio, costruita tra il 1923 e il 1928 in stile gotico normanno dagli italiani, che è stata gravemente danneggiata durante la guerra civile somala. La sua distruzione è stata principalmente il risultato di conflitti interni ma anche un attacco mirato per motivi religiosi. Il suo status di simbolo coloniale e cristiano in una nazione a maggioranza musulmana ha certamente contribuito alla sua vulnerabilità. Ci sono due prove che dimostrano l’accanimento religioso: il primo è che nel 1989, il vescovo Pietro Salvatore Colombo fu assassinato mentre celebrava la Messa all’interno della cattedrale, un evento che ha segnato un punto di non ritorno nella storia della comunità cattolica locale.
Nel 2008, durante i combattimenti, la struttura è stata ulteriormente danneggiata, perdendo gran parte del tetto e delle pareti.
La seconda prova è che, guarda caso, durante la guerra civile, pochissime moschee sono state danneggiate, ma ben presto totalmente restaurate, perché facevano parte della comunità locale musulmana.
Oggi, la cattedrale è ridotta a ruderi. ma rimane un potente simbolo della storia coloniale italiana e della complessa identità religiosa della Somalia.
La cattedrale rimane in piedi come un respiro spezzato. Non è più una chiesa, è un’eco.
Le sue arcate si aprono verso il cielo come mani vuote, e il vento dell’Oceano Indiano entra e ne fa preghiera.
Dicono che una volta fosse bellissima, con il marmo che rifletteva la luce del mare. Ora restano solo pietre scabre, annerite dal fuoco, custodite da qualche palma nata tra le crepe.
Ci cammini dentro e senti le voci — quelle che non tornano più, quelle che hanno visto la città bruciare e poi, piano piano, rinascere.
E questa è una delle Moschee, (in questo caso è nuova), ma sono comunque tutte rimaste uguali, come se la guerra le avesse appena scalfite!
Un luogo carico di vita e contrasti e’ il vecchio porto, dove si può ancora vedere la pesca tradizionale e la quotidianità della città marinara che Mogadiscio è sempre stata.
Il vecchio faro di Mogadiscio — Mogadishu Lighthouse — è uno dei simboli più struggenti della città, un testimone silenzioso di un passato che affiora tra rovine e mare.
Fu costruito all’inizio del XX secolo, durante il periodo del protettorato italiano (intorno al 1908-1910), per guidare le navi che approdavano nel porto naturale di Mogadiscio, allora un vivace centro commerciale dell’Oceano Indiano. Con il tempo, il faro è divenuto un punto di riferimento per marinai, pescatori e viaggiatori, e oggi — pur ridotto a una torre diroccata, con la vernice bianca scrostata e le finestre vuote — resta uno dei luoghi più iconici e fotografati della capitale somala.
Molti lo descrivono come una sentinella malinconica, che guarda l’oceano da oltre un secolo, sopravvivendo alle guerre, all’abbandono e alla sabbia del tempo.
Ed ecco un’altra immagine della “vita in spiaggia”:
Da una parte le femmine, con una corazza di tessuto pensata per nascondere ogni forma, quasi sempre anche quella degli occhi. Sotto un sole tagliente, restano composte, lo sguardo basso, rivolto solo ai figli….intorno invece, i maschi che ridono, giocano, occupano lo spazio con la libertà di chi non ha mai dovuto giustificare la propria presenza.
Il mare qui è talmente ricco di vita che basta uno sguardo al mercato coperto per capirlo: il pavimento è cosparso di pesci appena pescati, accatastati in attesa di trovare un compratore.
Il mercato del pesce di Mogadiscio — il Beerta Kalluunka, come lo chiamano i somali — è uno dei luoghi più vivi e autentici della capitale somala, un vortice di voci, odori e colori che si muove a pochi passi dall’Oceano Indiano. Tonni argentati e lucidi, sgombri blu argentati e cernie possenti, polpi, gamberetti rosa e squali e razze: qui il mare respira insieme alla città
Le stradine del centro di Mogadiscio sono un intreccio di storie sospese tra polvere e sole. I vicoli, stretti e tortuosi, sembrano nascosti nel tempo, con edifici bassi dalle facciate scolorite dal caldo africano, ocra, rosso ruggine e azzurro sbiadito che si mischiano in un mosaico vivo.
Tra cavi elettrici sospesi e insegne dipinte a mano, si ode il ritmo della città: passi veloci, conversazioni animate, il ronzio dei motorini e il battito lontano dei mercati. Qui, la vita pulsa, fragile e tenace.
Ogni angolo nasconde un piccolo miracolo: un cortiletto con piante in vaso, un mercato di spezie e tessuti, il profumo di pane appena sfornato che si mescola alla polvere e all’aria salmastra del mare vicino. Camminare in queste stradine è come sfogliare un diario segreto della città, dove ogni dettaglio racconta resilienza, memoria e bellezza nascosta.
Questa è una piccola scuola, in pieno centro.
Le lezioni si svolgono 5 giorni a settimana, mattina e pomeriggio: mentre la mattina si insegnano materie generali (matematica, scienze, inglese…) il pomeriggio è totalmente dedicato all’apprendimento del corano – lettura e scrittura dell’arabo, Corano a memoria (Hifz) e insegnamenti religiosi e comportamenti etici islamici. Come già mi era successo in Chad, mi viene detto che “tutto sta scritto nel corano, l’unica verità da imparare a memoria” .
“Tutto è scritto nel Corano.» Sudi lo ripete come un mantra, con la certezza di chi non mette in discussione il destino. Lei ha 24 anni, ha studiato al Cairo, parla un inglese perfetto.
Dovrebbe avere la mente aperta, dopo anni in un ambiente “più libero”, o perlomeno, più internazionale. Ma a Mogadiscio è diverso. Qui regole invisibili controllano ogni passo, ogni gesto, ogni centimetro del corpo di una donna. Lei, non solo si adegua, ma lo apprezza. Metri di stoffa la avvolgono, il velo le copre ogni ciocca.
«Siamo protette, custodite. Il nostro corpo è un dono. Le donne non devono mostrare le proprie forme: solo il marito ha il privilegio di vederle nella loro interezza e bellezza», dice, con orgoglio. Non rabbia, non sottomissione — convinzione. Le parlo dell’Europa, degli uomini che si vantano se la loro moglie o fidanzata viene ammirata. Lei si irrigidisce, incredula. Poi il suo sguardo si fa molto tagliente e,con aria disgustata, sottolinea: «Voi vi sbagliate. Vi esponete. Vi perdete. E provocate!»
In quel momento, due mondi si fronteggiano senza trovare un punto d’incontro. Io vedo la libertà negata; lei, una protezione necessaria. Ogni passo per lei è un compromesso, ogni gesto una concessione.
Il caldo le incolla il tessuto alla pelle. La sabbia si insinua nei sandali. Ma Sudi cammina fiera, con il portamento di chi crede che nascondersi sia una forma di virtù. Il muezzin chiama alla preghiera. Lei solleva il capo, sorride.
Fiera. Devota. Dietro quel sorriso, però, si intuisce una fragilità sottile — quella di una ragazza convinta di essere libera, e che forse non sa di camminare dentro un destino scritto da mani che non sono le sue. Inshallah.
Per strada incontro altre studentesse
A Mogadiscio, la vita delle donne scorre dietro porte chiuse e finestre socchiuse. I vicoli polverosi brulicano di voci e di mercati, ma loro osservano da lontano, nascoste tra mura calde di sole. Ogni gesto quotidiano — il tè che bolle, il tessuto che prende forma tra le mani — diventa una piccola affermazione di esistenza. Una vita silenziosa, fragile e resistente, sospesa tra reclusione e resilienza.
Tra le vie strette del centro incrocio un gruppo di residenti che sta festeggiando. Attimi di allegria 🤩
A Mogadiscio, nelle ore in cui il sole si schiaccia sull’asfalto e l’aria vibra come una fiamma, le strade si riempiono di piccole figure avvolte in metri di stoffe rosse, blu, marroni, color sabbia. Alcune tendono le mani, altre sventolano cartoncini o tavolette di legno con numeri scritti a pennello nero: 9938, 10127, 9909235.
A uno sguardo distratto sembrano segni qualunque, ma sono in realtà le targhe della sopravvivenza.
Dietro quei numeri c’è un sistema antico e adattato alla nuova povertà urbana. Mogadiscio, dopo decenni di guerra e sfollamenti, ha visto crescere una moltitudine di famiglie senza casa, di bambini soli, di donne rimaste senza rete di clan. Per evitare il caos — o per controllarlo — la città ha sviluppato un ordine invisibile: una mappa della miseria gestita non dallo Stato, ma da imam, capi di quartiere, e figure intermediarie che amministrano i flussi umani come altri amministrerebbero un mercato.
Ogni gruppo di mendicanti o venditori informali fa capo a una persona — spesso un uomo adulto, talvolta una donna anziana — conosciuta nel quartiere come “abbo” o “hooyo”, padre o madre. È questa figura che distribuisce le tavolette numerate.
Le tavolette servono a: 1)assegnare a ciascun bambino una zona di raccolta, come un incrocio o un mercato 2)segnalare ai passanti o alle autorità che il bambino non è un vagabondo qualsiasi, ma “registrato” sotto qualcuno; e, 3) in modo implicito, garantire che una parte del denaro raccolto tornerà al gruppo che lo gestisce. Non sempre si tratta di sfruttamento diretto, anche se accade: a volte i capi distribuiscono cibo, protezione o semplicemente appartenenza. In una città dove non esistono tutele, avere un numero è un modo per esistere. Chi non ha numero rischia di essere scacciato o picchiato da altri mendicanti o dalle guardie private dei negozi.
Qui, tutto sembra ruotare attorno al denaro. Ovunque qualcuno chiede, contratta, insiste. Persino la mia guida — già pagata profumatamente, con un compenso che in pochi giorni equivale a un anno di lavoro per la maggior parte delle persone — non smette mai di cercare un modo per ottenere di più. Ogni giorno una nuova scusa: “Questo non era compreso… mi sono sbagliato nella proposta… la traduzione in inglese non è corretta… colpa del traduttore…”.
Un susseguirsi di giustificazioni che alla lunga logora. Viaggiare così diventa un esercizio di pazienza: un continuo difendersi da sorrisi affabili e bugie di mestiere, in un luogo dove l’arte dell’inganno sembra, purtroppo, parte del quotidiano.
Se in città le strade sono controllate da uomini in divisa, appena oltre i confini urbani la strada diventa acerba e imprevedibile. I posti di blocco, sparsi come sentinelle silenziose, ricordano costantemente che anche qui la sicurezza ha il suo prezzo, e che il deserto che avanza non è mai del tutto libero.
Fuori Mogadiscio, la città scompare dietro dune dorate che si perdono all’orizzonte.
La sabbia, modellata dal vento, scotta sotto i piedi mentre l’oceano Indiano lambisce la riva con onde leggere, verdi e blu. Nessuna traccia di folla: solo il silenzio del deserto che incontra il mare, il canto lontano dei gabbiani e il respiro antico di un paesaggio sospeso tra tempo e natura. Peccato per le alghe che ricoprono la spiaggia, e ancor più per la plastica, che trasforma la vista del mare in un panorama di profonda tristezza.
L’unica nota di bellezza sono i dromedari che, con la loro gobba solitaria e lo sguardo calmo, scivolano tra le dune come un’ombra antica del deserto.
Tra le distese sabbiose e i pascoli aperti, i dromedari vagano liberi, regalando uno spettacolo di grazia e calma. Ma non lontano, numerose fattorie li accolgono, allevandoli con cura. La loro carne, considerata una prelibatezza locale, racconta storie di tradizione e di sapori unici, molto apprezzata dagli abitanti
La sera, Mogadiscio cambia volto. Le vie del centro si svuotano, le guardie private prendono posizione, i fari dei pick-up illuminano incroci silenziosi.
Nel mio hotel, il generatore ronza come un respiro costante. Ma il rumore più forte è quello della preghiera, costante, urlante, una litania che spacca il cielo. Quando è finita l’ultima preghiera del giorno, all’interno dell’hotel sento ancora molti fedeli che sembrano non dormire mai, ma continuare il rito del corano quasi tutta la notte. All’inizio mi chiedevo come fosse possibile, poi ho realizzato che tutti fanno la siesta, e quindi dormono nel primo pomeriggio.
L’Islam qui è presenza totale: scandisce le ore, governa le abitudini, modella i pensieri. È forza e rifugio, ma anche confine. Perché quando la religione occupa tutto lo spazio, non resta più aria per il dubbio — e senza dubbio, la fede può trasformarsi in fanatismo. Mogadiscio vive in questo equilibrio fragile: sospesa tra la devozione e la paura di ciò che può nascere dal suo eccesso.
parto….con l’amaro in bocca!





















































































