I Viaggi di Lauretta

Gli ultimi articoli

Costarica 🇨🇷- Parco Nazionale Tortuguero e Parco Cahuita

Sono stata in Costa Rica due volte: la prima alla fine degli anni ’80, la seconda nel 2017. Oggi, con un’emozione speciale, torno anche solo per un giorno, tappa della mia crociera.

Amo questo paese non per le sue spiagge — che, pur splendide, non incarnano il classico sogno caraibico dalle cinquanta sfumature di blu — ma per la sua natura viva, pulsante, generosa. Qui ogni cosa respira, si muove, ti accoglie. La fauna non si osserva dietro le sbarre: vive libera, selvaggia, padrona del proprio mondo.

Camminare in questi luoghi è come entrare in uno zoo senza gabbie, dove l’unico confine è quello del rispetto. Ogni passo può diventare un incontro: uno sguardo che attraversa il fogliame, un battito d’ali, un respiro nella foresta. È la natura che ti viene incontro, e tu, per un istante, ti senti parte di lei.

Con un solo giorno a disposizione a Puerto Limón, ho scelto un’escursione intensa tra due parchi che sono veri scrigni di meraviglia: Tortuguero e Cahuita. Tra foreste umide, canali tortuosi e piante diverse, sembra quasi di entrare nella Jurassic Park del Centro America: ogni foglia, ogni ruscello, ogni animale racconta una storia antica, fatta di vita e stupore. E camminando lì, tra rane colorate, scimmie curiose, bradipi dolcissimi e uccelli dalle piume sfavillanti, non puoi fare a meno di sentire la natura che ti abbraccia, in un’intensità che ti rimane dentro per sempre.

C’è una Costa Rica che non urla, che non esibisce le sue spiagge da cartolina né le onde perfette per i surfisti. È quella che vive all’ombra delle palme e del tempo lento, dove i fiumi sognano il mare e le scimmie parlano prima che arrivi l’alba.

È la Costa Rica dei Caraibi: Tortuguero, Puerto Limón, Cahuita. Un corridoio verde e umido, attraversato da canali, piogge improvvise e profumo di cacao e di banane. Un mondo che sembra respirare a un ritmo tutto suo — quello della foresta.

Il viaggio comincia al mattino, quando la barca lascia il piccolo molo di La Pavona e si addentra nei canali di Tortuguero.

Non ci sono strade qui: solo acqua.

Il motore taglia la superficie liscia del fiume come una lama lenta, e la giungla si chiude attorno, fitta come un respiro. Le foglie pendono come tende, i tucani volano tra un ramo e l’altro, e ogni tanto un caimano ed un coccodrillo scivolano nell’acqua con un colpo sordo.

I locali vanno a pesca

 

Il canto degli uccelli rompe la nebbia, le scimmie urlatrici fanno vibrare gli alberi, e una luce dorata si posa sull’acqua.

Prima ancora di vederle, le senti.

Un suono che scuote la pancia della terra: un misto di ruggito e tuono lontano, che risuona nella giungla come un incantesimo. Le scimmie urlatrici annunciano il giorno e la pioggia, la presenza e il dominio.

Vivono alte, quasi irraggiungibili, muovendosi tra le fronde come ombre potenti. Se hai fortuna, ne scorgi una su un ramo basso.

 

 

 


Il loro verso non è rabbia: è identità. È il modo in cui la foresta si ricorda di essere viva.

Il parco nazionale di Tortuguero è un labirinto di canali, lagune e foresta pluviale, un santuario per oltre 400 specie di uccelli, 60 di rane e 30 di serpenti. Ma piÚ di tutto, è una scuola di lentezza.

 

 

 

Qui impari che la bellezza non si cerca, si lascia accadere.

Quando il sole comincia a sciogliere la nebbia tra gli alberi, arriva un altro  canto, meno forte, un verso gutturale, metallico, come un richiamo antico che si fa colore.

Poi lo vedi: il tucano, con il becco immenso e sproporzionato, un arcobaleno vivente che sembra uscito dal sogno di un pittore tropicale.

Nel verde profondo della giungla, il suo giallo e il suo rosso accendono la luce. Ogni battito d’ala è una pennellata nell’aria umida.

Non vola, scivola. Non canta, declama.

 

Il tucano non conosce la fretta nÊ la paura. Si muove con la calma di chi sa che il mondo, in fondo, è stato creato anche per lui. Ogni suo gesto è un atto di eleganza naturale, come se fosse consapevole della propria bellezza, e non avesse bisogno di dimostrarla a nessuno.

un altro, sentinella che vigila

 

E, piĂš avanti, ancora un altro, cosĂŹ vicino e curioso,

 

 

A poche ore da Tortuguero, la nave approda a Puerto Limón, la “capitale caraibica” del Costa Rica.

La città è un mosaico di odori e contrasti: porto commerciale, crocevia di culture afro-caraibiche, e luogo dove la storia coloniale ha lasciato cicatrici profonde.

Le strade sono caotiche, piene di colori e musica.

Limón è la città del pueblo afrodescendiente, dei discendenti dei lavoratori giamaicani che, nell’Ottocento, costruirono la ferrovia tra la costa e San José.

È una città viva, orgogliosa, ma ancora dimenticata dal turismo.

Passando in auto accanto al mercado central, il profumo del pesce fritto si mescola a quello del cacao e delle spezie.

Più a sud, lungo la costa, c’è un piccolo paradiso chiamato Cahuita.

ma, prima, facciamo una sosta veloce in una piantagione di banane

 

 

Il Parco Nazionale Cahuita è una striscia di foresta che si estende lungo il mare, un intreccio perfetto di verde e azzurro. Il sentiero parte dalla spiaggia di Playa Blanca e si inoltra tra alberi di mandorlo, noci di cocco e ceiba giganti.

 

Alcuni ragazzi pescano, con fili rudimentali

Altri si bagnano, negli angoli dove non appare la scritta “attenti ai coccodrilli”,

 

Appaiono all’improvviso, come un’eco primordiale che rompe la calma del fiume — visioni spaventose e magnifiche, come questo coccodrillo americano emerso dal fango.


Camminando, si incontrano scimmie cappuccine che  osservano da rami contorti. Curiose, furbe, teatrali, hanno occhi che ridono e mani veloci come il pensiero. Scendono dagli alberi per osservarti, ti scrutano come se fossi tu l’animale strano.

Rubano frutti, bottiglie, persino il cibo dei ranger: ma lo fanno con una grazia disarmante, come artisti di strada del regno vegetale.

La loro energia è contagiosa, il loro sguardo umano fino alla vertigine.

 

 

In un attimo ti dimentichi di essere nel cuore di una giungla: sembra di trovarsi in una piccola commedia tropicale, dove tutto è gioco, scambio, curiosità.

La passeggiata continua:

Porta sul volto una mascherina nera — elegante, ironica — che lo fa sembrare un attore venuto da un’altra epoca, o un ladro gentile che non ruba per fame, ma per gioco.

A Cahuita lo incontri spesso vicino alla spiaggia, tra le radici dei mandorli. Il procione si muove come un pensiero notturno, tastando tutto con le sue piccole mani, agili come dita umane.

Annusa, apre, osserva: il mondo è un enigma da risolvere, e lui ne è il piÚ paziente dei detective.

Quando trova qualcosa da mangiare, si ferma e mastica piano, guardandoti con uno sguardo che è insieme colpevole e tenero.

C’è in lui una bellezza buffa, un’innocenza travestita da furbizia: i procioni attraversano la sabbia bianca con la disinvoltura di chi conosce ogni confine invisibile del parco.

 


Rientro nella foresta, ed ecco apparire un’iguana, immobile come una statua.

 

E poi…..

Lo vedi solo se smetti di cercarlo.

Tra i rami intrecciati, dove la luce filtra come miele tra le foglie, un’ombra si muove piano — così piano che potresti scambiarla per un ciuffo di muschio. È il bradipo, l’essenza vivente della lentezza.

Il suo corpo sembra scolpito dalla pioggia: grigio, verdastro, coperto di alghe sottili che gli servono da mimetismo. Gli occhi, piccoli e scuri, hanno la calma di chi ha dimenticato l’urgenza.

Ogni gesto è una cerimonia: la zampa che si allunga, il muso che sfiora una foglia, il respiro che accompagna ogni movimento come una preghiera segreta alla foresta.

Nel silenzio umido di Cahuita, il bradipo è un tempo che non si misura. È l’opposto del turista affrettato, del rumore delle città: è la lentezza fatta carne, sospesa tra cielo e terra.

Un’immagine che seguirei per ore.

Guardarlo è come ricordarsi che vivere non significa correre, ma appartenere.

 

 

La fortuna mi accompagna in questo viaggio: di bradipi ne incontrerò molti, ciascuno con il suo ritmo lento e una disarmante dolcezza. Creature sospese tra sonno e sogno, cosÏ fotogeniche da sembrare nate per il silenzio della foresta.

 

 


Più in basso, tra le foglie arrotolate e le radici lucide, c’è un altro essere, opposto e complementare: il
Bothriechis schlegelii, il famoso serpente dalle ciglia, velenoso e bellissimo. Il serpente giallo e’ la bellezza che morde.

Il suo corpo è una scintilla nel verde — giallo come un fiore di mango, come se la foresta l’avesse dipinto per confonderlo tra i petali. Le sue squame brillano d’umidità e il suo sguardo, da dietro quelle “ciglia” di scaglie appuntite, sembra un monito silenzioso.

È piccolo, elegante, e quasi immobile, ma la sua immobilità non è quiete — è attesa. Si arrotola sui rami bassi o tra i banani, in attesa del momento perfetto per colpire. Il veleno è potente, ma raramente usato: il serpente non è cattivo, solo preciso.

 

un altro, piĂš avanti

 

Nel linguaggio del bosco, lui è la misura esatta del pericolo: un avvertimento dorato nel cuore della bellezza.

In Costa Rica lo chiamano bocaracå, e dicono che la sua grazia è una trappola per chi non rispetta la foresta. Per chi si avvicina troppo, per chi dimentica che anche la bellezza, qui, sa difendersi.

 

La passeggiata continua tra farfalle enormi : macchie di colore cosĂŹ perfette da sembrare dipinti.

 

 

E poi la mia guida mi mostra un’altra meraviglia, nascosta tra quella natura cupa e ossessiva: una rana dai colori accesi, un altro regalo da parte di quel pittore o creatore del mondo che ha provato a fare l’animale esteticamente perfetto.

 

 

 

Nel cuore della foresta pluviale spunta un piccolo lampo di rosso acceso: la rana freccia rossa (Oophaga pumilio), straordinaria per bellezza e veleno. Il suo corpo rosso vivo, punteggiato di blu o nero, è un piccolo gioiello della natura, fragile e potente allo stesso tempo.

La rana freccia rossa è nota anche come strawberry poison-dart frog.

È fragile e minuta, eppure possiede un potere straordinario: le sue ghiandole cutanee contengono tossine potentissime, un’arma naturale che le permette di difendersi dai predatori senza muoversi.

 

 

Ma le sorprese non sono finite. In questo zoo all aperto, la guida mi mostra una creatura che sembra uscita da un racconto magico: la rana Jesus Christ, nome popolare della rana basilisco verde. La ragione del soprannome? La sua incredibile abilità di correre sull’acqua, come se sfidasse la gravità stessa.

 


Questa rana non è enorme: il corpo verde brillante, si muove con agilità tra rami e foglie. Ma ciò che la rende famosa è la capacità di salvarsi dai predatori. Quando è in pericolo,
si erge sulle zampe posteriori e “cammina” sulla superficie dei fiumi, creando piccole onde che sembrano un miracolo in miniatura.

I maschi mostrano una cresta sulla testa e sulla schiena, come un piccolo drago tropicale, che li rende immediatamente riconoscibili nella vegetazione fitta.

 

L’ultima passeggiata sulla spiaggia sotto un cielo che è un velo di grigio, con solo un filo di blu a resistere all’orizzonte. La sabbia è fredda, umida, e ogni passo affonda piano come un addio. Il mare non promette nulla — respira lento, quasi rassegnato.

 

In Costa Rica, dicono “Pura vida” per salutarsi, per ringraziare, per dire “tutto va bene”.

Ma qui, sulla costa caraibica, quelle due parole sembrano avere un senso piĂš profondo.

Non è solo un motto: è una filosofia.

È accettare la lentezza della pioggia, la forza del mare, la generosità della foresta. È vivere in equilibrio con tutto ciò che respira.

Quando riparti da Cahuita, la strada corre accanto all’oceano.

La pioggia cade leggera sul parabrezza, le palme si piegano nel vento, e da una radio lontana arriva una voce reggae che canta d’amore e resistenza.

Ti rendi conto che la Costa Rica caraibica non è un luogo da visitare:

è un modo di vivere.

Un ritmo che ti rimane dentro, come il battito sommesso di un tamburo sotto la pioggia.

Lascio la Costarica con una delle frasi che più amo, che mi viene in mente ogni volta che incontro gli animali nel loro habitat: “Eroica e’ la vita.” .

Alla fine, “pura vida” mi è rimasta addosso come il sale sulla pelle dopo un bagno lungo.

Non è solo una frase che senti dire — è un ritmo che ti entra dentro, una lentezza che ti insegna a respirare senza fretta.

Mi sono accorto che in Costa Rica nessuno corre davvero: la vita qui non è una meta, ma un cammino che si assapora.

E forse è questo il segreto — smettere di voler controllare tutto, lasciare che le onde decidano per te, che la pioggia cada quando deve, che la sera arrivi dolce e senza pretese.

Quando sono ripartito, qualcuno mi ha salutato cosĂŹ: Pura vida, amigo.

Ho risposto allo stesso modo, ma dentro sentivo qualcosa di diverso.

Perché ormai sapevo cosa significava davvero, “pura vida” non un saluto, ma un modo di esistere, anzi, in fondo, significa solo questo: vivere davvero.

In questo caso aggiungo “Pura vida a tutti noi!”

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarĂ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *