Baisha e’ stata la capitale silenziosa del regno Naxi, un gruppo etnico affascinante, custodi di una delle culture più antiche e misteriose dell’Asia. Per secoli sono stati commercianti lungo l’antica Via del te’ e dei Cavalli, scambiando tè, cavalli e culture.
Baisha viveva di equilibri sottili, dove il respiro delle montagne sembrava dettare il ritmo delle giornate. Le influenze tibetane, buddiste e taoiste non erano etichette culturali, ma stratificazioni invisibili, depositate nei muri, nei gesti, negli sguardi. Tutto parlava una lingua lenta, simbolica, chiamata Dongba, l’unico sistema di scrittura pittografico ancora in uso.
L’antica calma che caratterizzava le sue strade polverose, che si snodano tra case in pietra e legno, dove la vita quotidiana scorreva con una naturalezza disarmante e’ sparita: oggi, a Baisha, arrivano blogger, YouTuber e creatori digitali da ogni parte del mondo. Cercano luce, autenticità, storie da raccontare. Trasformano i vicoli,che erano silenziosi, in scenografie, e momenti semplici in contenuti da condividere. Girano instancabili . E si mescolano a giovani che, per un giorno, indossano abiti tradizionali sentendosi protagonisti, e a ragazze sorridenti dal look contemporaneo e alla moda.
Nei negozi si vendono abiti che sembrano nati per essere fotografati più che indossati. Tessuti leggeri, colori studiati, richiami etnici reinterpretati per uno sguardo globale.
Banchetti propongono ottimo street food
E poi ancora street life
Mentre le immagini viaggiano veloci online, Baisha resta lì, immobile e paziente, a ricordare che non tutto può essere catturato davvero.
Questa immagine bucolica con le montagne in sottofondo ne è l’esempio.
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A pochi chilometri dalla più famosa Lijiang, Shuhe conserva un’anima più discreta, meno esposta, come se fosse rimasto un passo indietro rispetto al turismo che travolge. Anche qui, le case in legno e pietra raccontano storie di mercanti e viaggiatori che attraversavano la Via del Te’ e dei Cavalli, portando con sé carichi di foglie preziose e sogni di ritorno.
A Shuhe l’acqua non è un dettaglio: è la trama su cui tutto è costruito.
Scorre lenta, trasparente, incanalata tra pietre levigate dal tempo, e riflette ogni cosa: tetti, travi, cielo, come uno specchio che non ha mai fretta di restituire l’immagine. Le case non le stanno accanto: sembrano nascere dall’acqua stessa.
Sono costruzioni basse, in legno scuro e pietra, con i tetti leggermente incurvati, come se volessero seguire il movimento delle nuvole. Le travi portano i segni delle stagioni: crepe sottili, venature profonde, colori che vanno dal marrone caldo al nero lucido della pioggia.
Tante case si affacciano direttamente sui canali.
molti i ristoranti caratteristici
Dietro portoni appena socchiusi si aprono spazi segreti: piante verdi, tavolini bassi, tazze di tè dimenticate a metà. Ogni cortile è un piccolo mondo, una pausa dentro la pausa.
I palazzi più grandi, quelli che un tempo appartenevano a famiglie più benestanti o ai ricchi mercanti, hanno una presenza diversa.
Non sono imponenti nel senso occidentale del termine. Non dominano, si estendono. Hanno ingressi più elaborati, portali in legno scolpito, cortili multipli che si susseguono uno dopo l’altro, come stanze all’aperto. I tetti si sovrappongono in livelli leggeri, creando linee che si rincorrono senza mai essere rigide.
Un negozio vende abiti delle etnie locali
Le ragazze noleggiano abiti tradizionali per un giorno.
Ancora qualche foto scattata per strada
E si riparte verso Shangri-La su una strada con vista sulle montagne
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Shangri-la, con i suoi circa 3200 metri di altitudine, e’ una porta sull’altopiano tibetano, una città sospesa tra cielo e terra, con le sue case dai tetti piatti, le bandiere di preghiera che ondeggiano al vento e i monasteri che sembrano vegliare sulle vallate sottostanti.
Shangri-La accoglie con un silenzio quasi religioso, interrotto solo dal rumore degli yak e dal possente vento tra le montagne. È il luogo dove la cultura tibetana e la natura dello Yunnan si fondono in un quadro perfetto: monasteri colorati, mercati vivaci, sentieri tra i boschi e il profumo di spezie e incenso che riempie l’aria.
La giornata a Sangri-La inizia con la visita a luoghi che raccontano la spiritualità e la storia del Tibet nello Yunnan.
La prima tappa è il Monastero Songzanlin, a pochi chilometri dalla città, arroccato tra colline e davanti a boschi di pini.
Viene spesso chiamato “il piccolo Potala” ed è il più grande monastero tibetano dello Yunnan.
Costruito nel XVII secolo, si arrampica su una collina con volumi dorati e bianchi che sembrano emergere dalla terra stessa. I tetti scintillano sotto il sole d’alta quota, mentre all’interno regna una penombra densa di incenso, burro di yak e preghiere sussurrate.
Per raggiungerlo si salgono scalinate lunghe e irregolari, un piccolo pellegrinaggio che prepara al silenzio.
Sono stata fortunata a trovarmi in questo posto, proprio quando questa ragazza in costume stava facendo un servizio fotografico: e, come faccio spesso, le ho chiesto di posare anche per me!
Durante il mio viaggio in Cina ho incontrato persone sempre disponibili e sorridenti: nessuno ha mai rifiutato una mia richiesta di foto. Anzi, in molti luoghi sono stati loro a chiedere una foto ricordo insieme a me.
Una volta in alto, lo sguardo si apre su vallate ampie e cieli vasti, mentre le ruote di preghiera girano lente, mosse da mani pazienti.
È un luogo che non si limita a essere visto: si attraversa con rispetto, lasciando che siano i dettagli, un canto, una stoffa, una luce dorata, a raccontarlo.
Le bandiere di preghiera sventolano al vento, portando preghiere e buon auspicio sulle vallate sottostanti.
All’interno, le pareti sono ricoperte da affreschi dai colori intensi: divinità, simboli e scene del buddhismo tibetano che sembrano osservarti da ogni direzione. Statue imponenti del Buddha emergono dalle ombre, avvolte in stoffe rituali e offerte di fiori e tessuti.
E poi ….il bisbiglio dei mantra dei monaci!
A poca distanza dal Monastero si trova il Napa Lake, un altopiano d’acqua e cielo.
Più che un lago definito, è una distesa mutevole: in estate si riempie, riflettendo nuvole e montagne come uno specchio aperto; in inverno si ritira, lasciando spazio a praterie umide dove pascolano yak e cavalli.
Qui tutto è essenziale, vento, silenzio, orizzonte.
Il cuore di Shangri-La è fatto di legno scuro e pietra, soprattutto nella città vecchia di Dukezong.
A partire dalla porta d’ingresso
Le case tibetane si stringono l’una all’altra, con balconi decorati, finestre intagliate e bandiere di preghiera che si muovono nel vento, portando parole che non si leggono ma si sentono.
Camminando tra le vie, il tempo sembra dilatarsi. Non c’è la frenesia delle città cinesi più grandi, ma un ritmo che segue il passo delle persone, il girare delle ruote di preghiera, il fumo sottile che esce dalle cucine. Tutto questo si mischia ai negozi che attendono i turisti.
La piazza principale
Sopra tutto, su una collina, domina la grande ruota di preghiera dorata, enorme. E’ la più grande del mondo, alta circa 21 metri, pesa oltre 60 tonnellate ed è ricoperta di incisioni di mantra buddisti.
Silenziosa, gira lentamente con l’aiuto di chi passa, anche se servono almeno venti persone per farla muovere. È un gesto semplice, ma ripetuto da generazioni.
Ancora scorci della città
Questi sono i miei preferiti
La strada di ritorno verso Lijiang scorre lungo le montagne con un paio di fermate dove la natura esplode.
Dopo una sosta per riscaldarsi con un semplice tè’ da pochi centesimi, al bordo della strada,
si arriva alle White Water Terrace, (Baishuitai) : sembra un paesaggio nato da un sogno lento.
Si trova tra Sangri-La e Lijiang e appaiono all’improvviso: una cascata pietrificata, bianca, che scende a gradoni morbidi lungo la montagna.
L’acqua, ricca di minerali, deposita nel tempo strati di carbonato di calcio, creando terrazze naturali lisce e chiare, quasi lattiginose. Piccole vasche si riempiono e traboccano l’una nell’altra, formando un sistema delicato di specchi d’acqua che riflettono il cielo.
Camminandoci accanto, tutto è silenzioso, quasi fragile. È un luogo sacro per il popolo Naxi, legato a miti e rituali antichi, e si percepisce: non è solo un fenomeno naturale, ma uno spazio da attraversare con rispetto. Qui il tempo non scorre, si deposita, strato dopo strato, come la roccia sotto i tuoi occhi.
Proseguendo, in una giornata che diventa improvvisamente fredda e uggiosa, si “costeggia” la Tiger Leaping Gorge .
È una fenditura abissale tra montagne gigantesche, dove il fiume Jinsha, uno dei rami superiori dello Yangtze, scorre con una forza primitiva, rumorosa, quasi violenta. Le pareti della gola si alzano verticali per migliaia di metri, creando uno dei canyon più profondi al mondo.
Il nome nasce da una leggenda: si dice che una tigre, inseguita, riuscì a saltare da una sponda all’altra nel punto più stretto. Guardando la furia dell’acqua laggiù, sembra impossibile, eppure il mito resta, sospeso tra paura e meraviglia.
Ed eccomi nuovamente a Lijiang. La terza parte del mio viaggio in Yunnan e’ finita, ma vi invito anche a leggere la Quarta e ultima parte del mio viaggio, perché è un luogo molto particolare, unico. Ho trascorso due giorni con il popolo Mosuo, una delle poche società matrilineari ancora esistenti.
Ma prima, vi lascio i miei ritratti preferiti di questo tratto di strada















































































































2 risposte
Good morning here, good morning there
It is always a pleasure to read your blog and study your photos….but this blog is more, it describes a totally different world of what we hear and read day in and day out in the media… traveling is medicine… Thank you and happy travel… love Klara
Thank you so much, dear Klara. Honestly, I’m seeing a China I didn’t expect: even in the smaller places, it feels modern, with a dynamic and open-minded young generation, even if most people don’t speak English. I’m a bit disappointed not to have found the truly rural and traditional side (especially in the people). In September I’ll be spending a month in China, in the big cities, and I’m really curious, because I’ve been told that the future is there. A big hug from Lhasa