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Cina 🇨🇳- Yunnan (Parte 4) – Il mondo matrilineare dei Mosuo del Lago Lugu

 

Oggi vi porto in un luogo unico, sospeso tra mondi lontani. Un luogo che non appartiene davvero né alla cultura occidentale né a quella orientale, ma sembra vivere in una sua orbita silenziosa: il Lago Lugu.

Sono partita da Lijiang di prima mattina, lasciandomi alle spalle la città e imboccando una strada che si arrampica tra le montagne ondulate dello Yunnan e del Sichuan.

 

Curve dopo curve, il paesaggio si fa sempre più rarefatto, fino a quando, a oltre 2.700 metri di altitudine, appare lui: il Lago Lugu.

 

 

Le sue acque sono scure e profonde, come se trattenessero qualcosa di antico. Riflettono un cielo che sembra più vicino alle stelle che alla terra. 

Lungo la strada si incontrano donne che camminano verso i pochi villaggi

Uomini che pregano

 

Altri che si riposano sul ciglio della strada

Il paesaggio si inerpica ancora su strade tortuose

 


 

 

E poi, finalmente si scende, verso il lago

 

 

 


Qui vive il popolo Mosuo, spesso definito “l’ultimo matriarcato del mondo”, anche se è più corretto parlare di una società matrifocale. Un piccolo mondo di circa cinquantamila persone, sospeso tra tradizione e trasformazione, che si muove secondo regole che sembrano arrivare da un tempo diverso.

Si racconta che il Lago Lugu sia nato dalle lacrime della dea Gemu, innamorata di un uomo mortale. Quando lui morì, il suo dolore si trasformò in acqua, riempiendo la valle. Ancora oggi la montagna che domina il lago è considerata il corpo della dea, e ogni anno i Mosuo compiono pellegrinaggi per onorarla.

È una storia di perdita, ma anche di continuità. Perché qui nulla finisce davvero: tutto cambia forma.

Sulle rive immobili del lago, i Mosuo continuano a vivere secondo un ordine che non somiglia a nessun altro. La loro identità è complessa: ufficialmente sono riconosciuti dalla Cina come parte dei Naxi, ma tra questi villaggi l’etichetta perde significato. Ciò che conta è l’equilibrio invisibile che tiene insieme la comunità.

Bisogna tornare indietro di circa duemila anni per intravedere le radici di questa struttura. Gli antenati tibeto-birmani dei Mosuo hanno costruito un sistema familiare che ancora oggi sorprende: una società senza matrimonio nel senso occidentale del termine. Non esistono vincoli formali, né istituzioni che definiscano l’unione. Eppure nulla è lasciato al caso.

Qui tutto ruota attorno alle donne.

Ogni clan prende il nome dalla sua matriarca, la donna più anziana della famiglia, centro silenzioso e stabile dell’intero sistema domestico. La casa, la terra, gli animali, il cibo: tutto si trasmette per linea femminile.

A tredici anni, durante una cerimonia che segna il passaggio all’età adulta, le ragazze ricevono una chiave. Non è solo un oggetto: è l’accesso simbolico e reale alla propria stanza, al proprio spazio, alla propria autonomia dentro la casa materna.

Da quel momento diventano pienamente parte del clan, custodi di una continuità che non si interrompe mai.

La matriarca governa: amministra i beni, prende decisioni, tiene insieme il tessuto familiare con l’aiuto delle sorelle. All’esterno, però, il volto del clan è spesso maschile: un fratello rappresenta la famiglia nei rapporti con gli altri villaggi, nelle assemblee, negli scambi. Gli uomini si muovono tra commercio e relazioni, mentre le donne restano il centro stabile della vita domestica.

E poi c’è l’amore. O qualcosa che gli somiglia, ma senza le nostre regole.

Durante le danze dedicate alla dea dell’amore, le giovani scelgono liberamente un partner. Non ci sono promesse, né obblighi. L’uomo può raggiungere la stanza della donna nella notte, attraversando il buio in silenzio. Ma all’alba deve tornare alla casa in cui è nato.

È la pratica delle “walking marriages”, chiamata tisese: una relazione che esiste solo finché viene scelta, notte dopo notte. Nessuna convivenza, nessun vincolo formale.

L’amore è libero, ma non superficiale: si rinnova ogni volta, o si spegne senza scandalo, come una porta che non viene più aperta.

Le storie più importanti, però, non parlano di coppie ma di madri. I figli nascono e restano nel clan materno per tutta la vita. Il padre biologico non ha un ruolo definito: a incarnare la figura educativa sono gli zii materni, i fratelli della madre. È il sistema dell’avuncolato, dove la responsabilità non è individuale ma distribuita all’interno della famiglia.

Per i Mosuo, i bambini non “arrivano” soltanto al mondo: ritornano. Si crede che provengano dal regno degli antenati. Durante la crescita, ogni bambino viene associato a uno di loro, riconosciuto nei tratti, nei gesti, nello sguardo.

E quando una bambina attraversa il rito di iniziazione, riceve il nome di colei che si crede sia tornata a vivere attraverso di lei.

La morte, così, non è una fine.

Durante i funerali vengono posti accanto al corpo abiti e cibo: segni di un viaggio che continua. Si dice che una donna anziana tornerà ancora giovane, pronta a ricominciare.

Anche la spiritualità segue questa visione circolare.  L’antica religione Daba, diffusa tra i Mosuo e i Naxi, è una forma di animismo sciamanico tramandato oralmente. Ogni elemento della natura è vivo, dotato di spirito.

I sacerdoti, i daba, recitano lunghi canti rituali per guarire, proteggere e ristabilire l’equilibrio tra il mondo umano e quello invisibile. Non esistono testi sacri né templi strutturati: tutto si basa sulla memoria, sulla voce, sulla trasmissione orale. Si fanno offerte a montagne, fiumi e alberi, considerati presenze vive. I riti avvengono spesso in casa o nel villaggio, con fuoco, incenso e cibo.

Accanto a questa tradizione, negli ultimi decenni si è radicato anche il Buddismo Tibetano, oggi sempre più presente nella vita quotidiana. I due sistemi non si escludono: convivono nello stesso spazio, talvolta nella stessa persona.

A Luoshui, uno dei villaggi più vivaci e turistici del lago, le donne gestiscono quasi tutto: guesthouse, negozi, cucina, vita quotidiana del villaggio.

 

I turisti passeggiano lungo la riva

 

 

 

È lì che incontro alcune ragazze e donne che vogliono fare una foto con me.

 

 

A-Mei parla inglese, e il dialogo si apre subito. Mi chiede come vivano le donne in Italia. Poi sorride e dice:   “Qui le donne scelgono chi entra e chi esce. Gli uomini possono restare una notte… e tornare solo se siamo curiose di rivederli.” Ride. Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Poco più avanti, nell’entroterra, lontano dai flussi turistici, trascorro due giorni in una guesthouse.


La proprietaria,  Lachu, e’ una donna forte, energica, di quelle presenze che riempiono una casa senza bisogno di parole.

Nella sua abitazione si producono tessuti tradizionali. Vive con la zia e il fratello. Tutti contribuiscono alla vita quotidiana: chi lavora nel cortile, chi si occupa della produzione artigianale. Lachu è moderna: jeans, felpa, movimenti rapidi, energia costante.

 

 

Altre donne, in paese, soprattuto le più anziane, portano ancora parte degli abiti tradizionali, come se appartenessero a un altro tempo pur essendo nello stesso spazio.

 

 

 

 

Lachu mi racconta che ha ereditato tutto dalla madre: la casa e una fattoria con circa 200 capi tra pecore, capre e maiali. Nella gestione lavorano i fratelli, mentre il più giovane si occupa della produzione di bracciali e tessuti nel cortile.

 

 

Anche la zia lavora lì, nella produzione di abiti e cappelli Mosuo

 


Lachu coordina tutto: la produzione, la cucina, la gestione degli ospiti (in realtà ci saremo solo io ed il mio autista). Sempre attiva, sempre sorridente, con una naturalezza imprenditoriale.

Bella la sala dove vengono serviti i pasti e poi si trasforma in un salotto

 

 

 

La sera, attorno al fuoco, le storie emergono lentamente, come se fossero sempre state lì.

 

 

 

Non esistono libri. Solo memoria.

Si racconta che un ragazzo Mosuo, diventato zio, una notte fece un sogno. Nel sogno c’era un ponte tra due rive: da una parte i figli di sua sorella, dall’altra il mondo esterno. Quando si svegliò capì qualcosa di semplice e definitivo: il suo compito non era partire per creare una nuova casa, ma restare per tenere unita quella già esistente. Da allora, si dice, gli zii non sono padri nel senso occidentale, ma colonne silenziose della famiglia.

E poi, c’è la storia delle relazioni notturne,  il tisese. Si racconta di una ragazza che, nel corso degli anni, accolse molti visitatori. Ma nessuno di loro entrò mai nella sua casa per restare. Un giorno qualcuno le chiese se non si sentisse sola. E lei rispose che la solitudine esiste solo quando una casa è incompleta. “La mia casa è piena,” disse, “perché appartiene alle mie madri e io appartengo a loro.”

C’è poi la storia di un bambino che non conosceva suo padre. Cresciuto nella casa della madre, un giorno chiese chi fosse l’uomo che veniva a trovarla nelle notti d’estate. La nonna non rispose subito. Gli porse una ciotola e disse: “Ogni uomo che entra con rispetto è parte della tua storia,  ma nessuno di loro è la tua casa.” E il bambino capì, col tempo, che l’appartenenza non ha un solo volto. Ma molti passaggi silenziosi.

E poi… la ruota del destino domestico.

Si dice che in ogni casa Mosuo ci sia una ruota invisibile, che gira attorno al focolare. Quando nasce una bambina, rallenta. Le fa spazio. Quando muore una donna anziana, accelera. Redistribuisce il peso delle cose tra chi resta. Nessuno la vede,  ma tutti la sentono, quando la casa cambia ritmo senza che nulla sembri accadere.

C’è anche la storia della fanciulla che non sceglieva mai subito. Ogni notte riceveva visite diverse, come vuole la tradizione del tisese. Ma invece di decidere nell’immediato, osservava il mattino. Guardava come gli uomini lasciavano la casa: chi chiudeva piano la porta, chi si voltava un’ultima volta, chi spariva senza saluto.

“La notte è uguale per tutti,” diceva,  “ma il mattino dice la verità.”  E così sceglieva. Senza mai dirlo ad alta voce.

Poi c’è una storia più ironica. Quella della ragazza e del viaggiatore troppo sicuro di sé.

Un uomo arrivò convinto di conoscere già tutto dei Mosuo. Disse: “So come vivete.” Lei sorrise e lo invitò a restare. Passarono i giorni e lui cominciò a confondersi. Non capiva più chi appartenesse a chi, dove finisse una casa e dove ne iniziasse un’altra.  Prima di partire disse: “Non ho capito nulla.”  E lei, semplicemente: “Allora hai iniziato a capire.”

E infine, la storia della ragazza che non si innamorava mai due volte nello stesso modo. Ogni incontro era unico. E non cercava di ripeterlo. Quando qualcuno le chiedeva se non fosse triste, lei guardava il lago e rispondeva: “Se il lago fosse sempre uguale, smetteremmo di guardarlo.” E così lasciava che ogni notte fosse diversa. Senza confronto. Senza ritorno.

Oggi i Mosuo non sono soltanto “una società senza matrimonio”. Sono un sistema vivo, in trasformazione.

Le walking marriages esistono ancora, ma non sono più l’unico modello. Molti giovani studiano e lavorano fuori, entrano in contatto con la Cina urbana, e alcune coppie scelgono convivenza o matrimonio legale.

Nelle zone più turistiche, la tradizione viene a volte semplificata o raccontata per i visitatori. Ma nei villaggi più interni, il sistema matrilineare resiste ancora: la casa materna resta il centro, i figli crescono nel clan della madre, i legami tra fratelli e sorelle restano fortissimi.

Quando chiedo a Lachu cosa penserebbe se le figlie scegliessero un matrimonio “classico”, lei smette per un attimo di sorridere, poi risponde:

“Spero di no, ma l’importante è che siano felici.”

Quando lascio il Lago Lugu, resta l’impressione di essere passata dentro un mondo che non cerca di essere spiegato, ma vissuto.

Un mondo dove il tempo non procede in linea retta, ma in cerchi. Dove le case non si chiudono con porte definitive, ma con soglie che restano aperte nel tempo.

Sembra una favola.

Ma è una favola vera.

 

 

 

 

 

2 risposte

  1. Molto poetico il racconto.
    Tutto funziona fin che si va d’accordo .
    Così i figli non sono della loro madre, ma della comunità familiare.

    Come se la sono cavata sotto Mao ?

    1. Grazie del commento, Federica.
      Questa è una comunità molto tranquilla. Sul periodo di Mao non ho approfondito: sono temi ancora delicati in Cina e non è facile parlarne apertamente.
      A presto

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