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Cina 🇨🇳 da Beijing a Lhasa in treno

 

Due giorni a Beijing passano veloci. Il tempo di assaporare un odore, riconoscere una strada, e già si è altrove. Eppure, quando una città la conosci già, quando sai che tornerai tra qualche mese, non la insegui: la attraversi con uno sguardo diverso, più lento, quasi intimo.

Scelgo ancora gli hutong, quegli stretti vicoli tipici delle città storiche della Cina, soprattutto di Pechino, formati da file di casette con cortili interni.  Un tempo erano un labirinto silenzioso, vite intrecciate in case basse raccolte attorno a cortili nascosti, porte in legno consumate dalle mani di chi le apriva ogni giorno, biciclette appoggiate come fossero parte del paesaggio. Qui la quotidianità aveva un ritmo condiviso: il rumore di una scopa all’alba, una voce che chiama da una finestra, il vapore che sale da una cucina invisibile.

Quando sono stata a Pechino, nel 2018, gli hutong erano ancora un rifugio. Un luogo dove la città smetteva di essere metropoli e tornava a essere memoria. Oggi, otto anni dopo, qualcosa è cambiato.

Le strade si sono fatte più luminose, ma meno segrete. Le insegne si moltiplicano, i negozi si susseguono senza tregua,

Molti con street food


Tra  le porte antiche si infilano caffè minimalisti, boutique curate, locali che parlano una lingua globale. Il turismo è arrivato fin qui, e non si è limitato a osservare: ha riscritto gli spazi, li ha resi accessibili, leggibili, vendibili.

L’atmosfera autentica esiste ancora, ma resiste a tratti, come un’eco.

 

 

 

 

Bighellonando senza meta, tra un vicolo e l’altro, emergono piccoli scrigni inattesi. Come questa sala da tè molecolare: Qui si trovano le giovani influencer cinesi, tra vapori scenografici, luci soffuse e gesti studiati, a metà tra cerimonia e performance.

Il tè molecolare è un incontro inatteso: tradizione millenaria e teatro contemporaneo si sfiorano, senza mai confondersi del tutto. Nasce come evoluzione scenografica della cerimonia del  te’ cinese, ma ne tradisce con eleganza la sobrietà, scegliendo invece la meraviglia.

Immaginalo così. La sala è quieta. Poi arriva il vassoio: vetro, ceramica, superfici pulite come ghiaccio. Il tè, spesso un oolong o un tè verde di alta qualità, non viene solo versato, ma messo in scena.  Un blocco di ghiaccio o una base refrigerata custodisce la teiera. Accanto, una piccola nuvola: è il vapore, creato talvolta con ghiaccio secco o infusioni calde che incontrano il freddo. Si espande lento, scivola sul tavolo, avvolge le tazze come fossero isole.


Il ghiaccio non è solo freddo, è struttura.  Il vapore non è solo scena, è presenza.

E tu sei lì, seduto davanti a qualcosa che non è più una bevanda, ma una soglia.

Quando versi, succede qualcosa di sottile: il freddo trattiene gli aromi, il calore li libera, il contrasto li amplifica.  Il profumo arriva prima del gusto, come un presagio.  Non è solo tè: è una coreografia sensoriale.   Ogni gesto è rallentato, ogni elemento è lì per farti notare, il suono dell’acqua, la trasparenza del liquido, il respiro del vapore.  Nel sorso, poi, la sorpresa: più pulito, più nitido,  quasi scolpito.  È come bere qualcosa che esiste tra due stati : caldo e freddo, visibile e invisibile.  Per questo viene chiamato “molecolare”: non tanto per la scienza rigorosa, quanto per l’illusione di entrare dentro la materia stessa del tè, di scomporla e ricomporla davanti ai tuoi occhi. Quando finalmente sollevi la tazza, senti prima il clima che il gusto:  una freschezza sottile, poi il calore che si insinua, poi l’aroma, pulito, quasi geometrico. Fuori, il mondo continua.

Dentro, tutto sembra accadere più lentamente di quanto dovrebbe. In quella sala, il tè non viene servito: viene costruito davanti agli occhi, come una piccola illusione che dura il tempo di un sorso e lascia dietro di sé il silenzio.

I fotogenici tetti degli hutong diventano il palcoscenico di servizi fotografici, dove belle ragazze posano per i social.

Un altro  coffee shop

 

 

 

Così come sono scenici anche luoghi meno turistici.

Un breve tratto con un risciò

 

Ho scelto di passeggiare nel Beijing Working People’s Cultural palace, un grande parco storico-culturale nel centro, proprio accanto alla Città Proibita.  In epoca imperiale questo era il Tempio degli Antenati Imperiali (Taimiao),  dove gli imperatori delle dinastie Ming e Qing rendevano culto ai loro antenati. Era uno dei luoghi più sacri del potere imperiale.

Dopo il 1949 è stato trasformato in un parco pubblico e centro culturale: È molto meno affollato della Città Proibita e ti dà un’idea della spiritualità imperiale, non solo del potere politico


 

 

Prima di lasciare Pechino non potevo non farmi coinvolgere in un altro rito straordinario che amo molto:  una cena con l’anatra pechinese.

A Peking Chamber, il tempo sembra piegarsi a un rituale antico, fatto di attese lente e gesti precisi. Fuori, una fila paziente si allunga sul marciapiede, tra il traffico e l’aria densa della città. Dentro, invece, tutto si raccoglie attorno a un unico momento: l’arrivo dell’anatra.

La pelle è lucida, ambrata, quasi riflette la luce come una superficie laccata. Il cuoco si avvicina al tavolo con una calma cerimoniale, e il coltello inizia a muoversi con una precisione che è tecnica, ma anche memoria. Ogni fetta cade sottile, regolare, come se fosse stata già pensata prima ancora di esistere.

 

Il suono è minimo: il taglio, il respiro trattenuto, il mormorio della sala. Poi il gesto si completa: la carne, la pelle, le sfoglie calde, la salsa scura. Un piccolo mondo che si costruisce tra le mani, piegato in un involto fragile.


Qui non si viene solo per mangiare. Si viene per assistere a una trasformazione lenta: della materia, del gusto, e in fondo anche del tempo. Perché in una città che corre senza tregua, ci sono ancora luoghi dove tutto si ferma per pochi minuti, sospeso tra fuoco, coltello e attesa.

Lascio Pechino con la sensazione di non averla mai davvero finita. So già che tornerò, tra quattro mesi e questo addio ha qualcosa di leggero, quasi incompleto.

È una città antica che non smette di trasformarsi, che cambia pelle senza perdere del tutto le proprie tracce. Ogni volta si lascia scoprire in modo diverso, come se avesse sempre una nuova storia da raccontare, proprio quando pensi di conoscerla.

E sono felice, perché Beijing sara’ nuovamente una tappa del mio prossimo viaggio di un mese in Cina nel mese di settembre.

 

Il treno lascia lentamente la vastità di Beijing come un respiro lungo, quasi trattenuto.

Le ultime periferie scorrono tra palazzi che si dissolvono in campi, poi in polvere, poi in quell’indefinito che precede il viaggio vero. È lì che comincia la trasformazione: non tanto dello spazio, ma dello sguardo.

 

 

Seduto accanto al finestrino, il vetro diventa una soglia. Ogni stazione è un accento diverso della stessa lingua, ogni volto una storia che non conoscerai mai davvero. Il vagone è un piccolo mondo in movimento: famiglie che condividono noodles fumanti, anziani che giocano a carte con una lentezza rituale, bambini che si affacciano curiosi verso l’orizzonte, le nuove generazioni con computer o smartphone.

 

 

 

Man mano che il treno si allontana dalla capitale, il paesaggio si apre. Le pianure del nord si stendono come pagine non ancora scritte, interrotte da fabbriche isolate, villaggi bassi, file di pioppi che sembrano segnare il ritmo del tempo. Poi, lentamente, qualcosa cambia: la terra si increspa, il colore si fa più ruvido, più vero.

Attraversando il Gansu,  il mondo assume una qualità quasi lunare. Colline ocra, vento invisibile, distanze che sfidano la percezione.

 

 

Qui il silenzio è una presenza concreta. Anche dentro il treno, tra il rumore metallico delle rotaie, senti che qualcosa si è fatto più essenziale. E poi grattacieli che appaiono improvvisi come funghi, quando si attraversa la capitale Lanzhou

 

 

Il viaggio verso Xining  non è solo geografico: è un passaggio di frontiera interiore. Le influenze cambiano, i tratti dei volti, i tessuti degli abiti, i profumi del cibo. La Cina Han lentamente lascia spazio a un mosaico di culture: tibetana, hui, mongola. È un confine senza cartelli, ma lo percepisci chiaramente.

Arrivare a Xining e’ come emergere da un lungo sogno fatto di polvere, ferro e orizzonti. La stazione non è solo una destinazione: è una soglia verso il Tibet, verso l’ignoto, verso quella parte del mondo dove il viaggio smette di essere movimento e diventa presenza.

Xining non era una destinazione. Era una pausa, una soglia, quasi un compromesso con l’altitudine e con la distanza. Una città scelta più per necessità che per desiderio, incastrata tra due estremi: la frenesia di Pechino e il respiro rarefatto di Lhasa.

E invece, appena arrivata, Xining ha ribaltato tutto.

Non il villaggio ruvido che immaginavo, non un semplice punto di transito per viaggiatori diretti verso il Tibet. Ma una città viva, stratificata, sorprendentemente moderna. Grattacieli che si alzano netti contro il cielo dell’altopiano, viali larghi attraversati da un traffico continuo, auto grandi, lucide, quasi ostentate. Un’energia urbana che non ti aspetti a queste latitudini interiori della Cina.

 

E poi, sotto questa superficie contemporanea, un’anima diversa.

Xining è una delle porte d’ingresso al Tibet, sì. Ma è anche una città profondamente segnata dalla presenza della comunità Hui, musulmana. Lo si percepisce nei dettagli: nelle insegne, nei volti, nei ritmi più discreti di certe strade, nel modo in cui alcune tradizioni sembrano scorrere parallele alla modernità senza mai scontrarsi davvero.

La mattina arriva in silenzio, filtrata dalla luce chiara dell’altopiano.

Dall’hotel guardo giù, verso un campo sportivo. Non c’è fretta, non c’è caos. C’è una coreografia lenta e condivisa. Le persone arrivano a piccoli gruppi, come richiamate da un’abitudine antica. Qualcuno corre lungo il perimetro, altri si fermano e iniziano a muoversi con gesti lenti, circolari. Tai chi, respiri profondi, corpi che si svegliano senza violenza.

Non è solo esercizio, è un rituale collettivo.

 

 

Anziani e giovani, uomini e donne, ognuno con il proprio ritmo ma dentro lo stesso spazio, come se la città, prima di accelerare, avesse bisogno di questo momento di equilibrio. Di ritrovarsi.

 

 

c’è chi suona e canta

E chi ama mostrarsi, con orgoglio

E poi il mercato

 

 

 

E piccoli negozi che vendono sogni e un pizzico di fortuna.

 

 

 

E mentre li osservo, capisco che Xining non è solo una tappa per acclimatarsi all’altitudine.

È un luogo che ti prepara in modo più sottile: ti rallenta, ti sposta lo sguardo, ti insegna a entrare gradualmente in un altro mondo. Non solo geografico, ma umano.

Ho prenotato 2 notti a Xining, innanzitutto per spezzare il lungo viaggio (da Beijing a Lhasa sono circa 3800 km e circa 35 ore).  Xining si trova a circa 1800 km e circa 15 ore di viaggio. Inoltre è il luogo perfetto per iniziare ad acclimatarsi: arrivare subito a Lhasa a 3650 metri di altitudine può spesso causare molti problemi. Xining è una delle principali “porte d’ingresso” verso il Tibet.

 

Ci sono viaggi che iniziano con un biglietto. E poi ci sono quelli che iniziano con un respiro trattenuto.

Il treno da Xining a Lhasa appartiene alla seconda categoria: non è solo una tratta ferroviaria, è un lento attraversamento di altitudini, silenzi e vertigini interiori. È la linea , conosciuta anche come Ferrovia Qinghai-Tibet o “Treno del Cielo”, che collega Xining, capoluogo della provincia del Qinghai, con Lhasa, capitale del Tibet. L’intero percorso comprende 44 stazioni, mentre l’ultimo tratto, da Golmud a Lhasa, è stato inaugurato nel 2006.

 

I convogli sono progettati appositamente per affrontare le condizioni estreme dell’altopiano: le carrozze sono pressurizzate come quelle degli aerei e dotate di sistemi di ossigenazione e protezione dai raggi UV, dato che circa l’80% della linea si sviluppa oltre i 4.000 metri di altitudine.

La tratta Golmud-Lhasa è considerata la ferrovia più alta del mondo, raggiungendo i 5.072 metri presso il Passo di Tanggula dove si trova anche la stazione ferroviaria più elevata esistente.

Gran parte del tracciato attraversa terreni perennemente ghiacciati e zone con temperature estremamente rigide. Per rendere possibile la costruzione sono stati realizzati 7 tunnel, tra cui quello più alto al mondo, situato a 4.905 metri  e 286 ponti, permettendo così di superare l’ambiente impervio e spettacolare delle montagne tibetane.

 

 

Si parte da Xining, alle 22h00, il treno si muove, e senza fretta comincia a salire.

Dentro il vagone del treno notturno, il tempo si dilata.

Le persone parlano, ma, non appena le luci si spengono, il silenzio arriva perfetto, come un’ordine tassativo.

La salita continua. Il treno è pressurizzato, l’ossigeno viene dosato artificialmente, ma il corpo lo sente comunque: un leggero mal di testa, il fiato corto, una strana lucidità. Oltre i 4.000 metri il corpo protesta e l’anima ascolta.

All’inizio è deserto: distese piatte, polverose, interrotte da laghi salati che riflettono il cielo come specchi opachi. La strada corre dritta, senza curve, come se sapesse già dove andare. È una fase di passaggio, quasi un anticamera.

Senza accorgersene davvero, si entra nell’Altopiano Tibetano.  Ogni tanto, piccoli gruppi di yak pascolano  lontani, scuri contro il giallo della terra.

 

Più rari, veloci, i kiang  attraversano  la pianura e spariscono. L’emione tibetano, o kiang è un mammifero appartenente alla famiglia degli Equidi.  È il più grande tra gli asini selvatici e vive nelle praterie e nelle steppe montane dell’altopiano tibetano.

 

Salendo ancora, il mondo si fa più duro.

Le stazione sono praticamente deserte

 

 

Quando si arriva vicino al passo Tangula si raggiungono i 5.000 metri. È il punto più alto mai toccato da una ferrovia. Fuori non c’è quasi nulla: solo terra ghiacciata, vento e una luce bianca che sembra arrivare da un altro pianeta.

Eppure è proprio qui che succede qualcosa.

Il paesaggio smette di essere “bello” nel senso comune e diventa essenziale. Brutale. Sacro.

 

 

Come se ti stesse togliendo tutto il superfluo.

Per lunghi tratti non si incontra nessuno. Si attraversa la regione di Hoh Xil, una delle aree più isolate dell’Asia. Non ci sono villaggi, né strade secondarie. Solo spazio. Si intravede in lontananza qualche antilope tibetana.

Colazione con vista

Sprazzi di sole

E paesaggi  immensi

 

 

In una sosta in un villaggio lungo la strada, non è permesso scendere. Ho preso una foto della scritta sotto il nome del paese, che ho trovato molto particolare.

Il testo, in cinese, è uno slogan legato alla ferrovia Qinghai-Tibet: 

“Mettere la sicurezza al primo posto, dare impulso alla riforma, ottenere risultati attraverso il lavoro concreto. Promuovere lo spirito della ferrovia Qinghai-Tibet: sfidare i limiti e puntare all’eccellenza, costruendo una ‘strada verso il cielo’ sicura, efficiente, intelligente, ecologica e che porti benessere.”

 

 

Qui si ha l’ennesima dimostrazione dell’efficienza cinese : precisa, silenziosa, capillare. Tutto funziona, tutto scorre senza attriti, come se ogni dettaglio fosse stato previsto con largo anticipo, anche nei posti remoti.

Ma è più avanti che il cambiamento si fa impossibile da ignorare. Il Tibet che affiora lungo la strada non è più soltanto quello delle bandiere di preghiera e dei monasteri sospesi nel vento. È un paesaggio dove la presenza cinese diventa sempre più evidente: le insegne nella lingua locale si diradano, i ristoranti tibetani si fanno rari, quasi timidi, mentre al loro posto si moltiplicano locali pensati per un altro pubblico.

Qui arrivano a frotte i turisti cinesi. Non cercano autenticità, non inseguono l’altrove. Cercano familiarità. Vogliono ritrovare sapori conosciuti, ambienti prevedibili, un’estetica che non li costringa a uscire davvero da casa.

E così il Tibet, poco a poco, sembra adattarsi. Non si impone più come esperienza da attraversare, ma come luogo che si modella sulle aspettative di chi lo visita. Un cambiamento sottile, ma profondo. Quasi impercettibile all’inizio, e poi, all’improvviso, evidente.

 

La terza classe accoglie i viaggiatori locali

Il vagone ristorante propone calde zuppe

 

Avvicinandosi a Lhasa, tornano i segni dell’uomo. Piccoli villaggi, tende, qualche monastero lontano. Le bandiere di preghiera iniziano a comparire sui passi, mosse dal vento continuo.

E infine, quasi senza preavviso, la città. E sopra tutto, il Palazzo del Potala.

Dopo giorni di vuoto e silenzio, sembra un’apparizione.

Questo viaggio non è fatto di attrazioni.

È fatto di distanza, altitudine e tempo.

E quando finisce, hai la sensazione di aver attraversato qualcosa, non solo un luogo.

Nel prossimo articolo partirò da Lhasa, la capitale del Tibet, una città ad alta quota, dove spiritualità, monasteri antichi e cultura tibetana si incontrano sotto il cielo dell’Himalaya. 

 

2 risposte

  1. 😘…you write so well that it re-ignites our experience we had when we travelled from Xining to Lhasa… knowing that you are going back definitely makes leaving much easier …. 💞

    1. Thank you so much… this truly means a lot to me. Some journeys never really leave us, and the road from Xining to Lhasa is definitely one of them. If my words can bring back even a small part of those emotions, then I’m very happy. 💞

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