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Cina 🇨🇳 Tibet Parte 1- Lhasa e dintorni

 

La prima parola che devi imparare quando arrivi in Tibet è:    Tashi Delek” (བཀྲ་ཤིས་བདེ་ལེགས་).  E’ la parola magica che ti apre tutte le porte.

Significa qualcosa come “buona fortuna”, “benedizione” o “auguri”, è quasi un piccolo rituale di presenza.  Di solito è accompagnata da un gesto della mano ed un sorriso

 

A Lhasa arrivi con il fiato corto, non solo per l’altitudine, ma per quella sensazione sottile di essere entrato in un luogo che non ti appartiene davvero. A 3.650 metri, Lhasa non è solo una città: è una soglia. Tra cielo e terra, tra storia e silenzio.

Per secoli, Lhasa è stata un miraggio proibito. Il suo nome significa “luogo degli dèi”, e, per molto tempo, lo è stato davvero: chiuso agli stranieri, custodito da montagne immense e da un isolamento che aveva qualcosa di sacro.

Oggi, l’ingresso è più semplice, ma l’impressione è la stessa: si entra in uno spazio sospeso, dove il tempo non segue il ritmo del resto del mondo.

Negli Hotel  per i turisti, accanto al letto, c’è l’ossigeno


Il cuore pulsa attorno al Jokhang Temple, il tempio più sacro del Tibet.

 

 

 

E’ un luogo centrale del Buddhismo tibetano. Qui il tempo non è lineare. I pellegrini arrivano da ogni direzione, alcuni dopo settimane di cammino, e si prosternano a terra con una devozione che ha il ritmo della resistenza.

 

La prostrazione (sdraiarsi completamente a terra) è un gesto che ha diversi significati. Devozione religiosa: è un modo per mostrare rispetto e fede verso il Buddha. Purificazione del karma: secondo la tradizione, aiuta a “ripulire” le azioni negative accumulate. Accumulo di meriti spirituali: ogni prostrazione è considerata un atto positivo per la vita presente e futura. E’ una scena molto intensa ed autentica: un vero atto di fede profonda.

Le prostrazioni buddhiste non sono solo un gesto rituale: sono una pratica fisica e mentale molto intensa, quasi una meditazione in movimento. La posizione iniziale è in piedi, mani giunte davanti al petto. Le mani vengono portate a: fronte (purificazione della mente), gola ( purificazione della parola)  e cuore ( purificazione del corpo). Dopodiché ci si piega in avanti, appoggiando prima le ginocchia e poi tutto il corpo. Si distendono completamente le braccia in avanti, con il corpo completamente a terra. La fronte deve toccare il suolo: è il punto massimo di umiltà e resa dell’ego. Poi ci si rialza e si ricomincia.

Questo ciclo può essere ripetuto decine, centinaia o migliaia di volte. Le 3 prostrazioni sono spesso all’inizio di una preghiera, per onorare il Buddha,  il Dharma (insegnamenti) e la Sangha (comunità). Ma poi ci sono le 108 prostrazioni: questo è un numero simbolico molto comune nel Buddhismo (legato alle impurità mentali da purificare). Ed infine di arriva alle 100.000 prostrazioni: nelle pratiche più intense tibetane (ngöndro), i praticanti possono arrivare a questo numero nel tempo, come forma di disciplina e purificazione.

 

 

 

 


Le loro mani consumano le pietre, i loro gesti diventano preghiera.  E tu, straniero, sei dentro quel movimento circolare, trascinato lentamente in una danza che non ti appartiene, ma che ti accoglie comunque.  Tu resti a guardare, inizialmente in silenzio, poi con rispetto.

Poi, forse, con una domanda dentro, come succede a me, atea, quando mi trovo di fronte a qualsiasi intenso atto di fede.

Fuori, la Barkhor Street gira come un respiro continuo. È una circonferenza sacra, un movimento perpetuo di passi, rosari, sussurri. L’odore del burro di yak si mescola all’incenso, alle spezie, alla polvere. Ogni volto sembra avere qualcosa da dirti, ma senza fretta.

 


 

I negozi si alternano a piccoli luoghi di culto: la spiritualità avvolge l’aria

 

 

 

E poi c’è lui, il Potala Palace. Non importa da dove arrivi, né quanto tu sia preparato: ti appare  come qualcosa di impossibile.

 

Bianco e rosso, immenso, irreale, sospeso tra roccia e cielo. Dopo aver scalato 365 gradini di pietra, interminabili, irregolari, consumati, dal cancello al Palazzo Rosso, raggiungerai l’antico palazzo più alto del mondo,  in piedi con orgoglio a 3.700 metri sul livello del mare  e godrai di una splendida vista panoramica della città di Lhasa.

 

 

 

Ogni passo è più lento, ogni respiro più denso. I pellegrini ti superano girando le ruote di preghiera, mormorando mantra che sembrano vento.  Dentro, la luce cambia. È oro e ombra.

 

 

Le stanze si susseguono come sogni: cappelle fitte di statue, stupa rivestiti d’oro che custodiscono i Dalai Lama, muri dipinti con storie che non cercano di essere capite,  solo attraversate. L’aria profuma di burro di yak e di tempo fermo.

Qui, il potere non era solo politico. Era cosmico.

Costruito nel XVII secolo dal V Dalai Lama, il Potala è stato per secoli il cuore pulsante del Tibet: residenza, monastero, simbolo assoluto. Poi il silenzio forzato della storia, dopo l’annessione alla Cina . 

Eppure, niente sembra davvero finito qui dentro. Solo sospeso.

Dalle terrazze, Lhasa si apre come un respiro trattenuto.

 

 

Il cielo è così vicino che sembra poterlo toccare. Le bandiere di preghiera vibrano, sfilacciate, come se ogni filo stesse ancora dicendo qualcosa.

 

 

 

 

 


Lhasa è fatta anche di contrasti sottili. Le strade nuove, i caffè moderni, le insegne luminose convivono con una spiritualità antica che non si è mai ritirata del tutto. C’è una tensione silenziosa, difficile da spiegare, che si percepisce più che vedersi. E forse è proprio questa a rendere tutto così intenso.

Fuori dal centro antico, Lhasa cambia volto. Strade larghe, edifici nuovi, insegne luminose. La presenza della Cina e’ evidente, strutturale.

Telecamere, controlli, una tensione sottile che non sempre si vede, ma si percepisce.

La città vive su due piani: quello visibile, fatto di turismo, sviluppo, integrazione; e quello invisibile, fatto di identità, memoria, resistenza silenziosa.

Non è un equilibrio semplice. E forse non è nemmeno un equilibrio.

A pochi chilometri dalla città,  nella periferia di Lhasa, appaiono le mura antiche di Sera Monastery.

Fondata nel XV secolo, durante il periodo della scuola Gelug del buddhismo tibetano, Sera è uno dei grandi monasteri universitari, insieme a Drepung Monastery e Ganden Monastery.  Ma ciò che rende Sera unica non è solo la sua storia: è la sua energia viva, concreta, quasi teatrale.

Nel cortile ombreggiato da alberi nodosi, i monaci si raccolgono in piccoli gruppi. Indossano le loro tuniche color cremisi, alcune consumate dal tempo, altre più vivide. È qui che prende forma uno degli spettacoli più affascinanti del buddhismo tibetano: il dibattito filosofico. Un monaco resta seduto, le gambe incrociate, lo sguardo concentrato. Di fronte a lui, un altro si alza in piedi, incalzante. Ogni domanda è accompagnata da un gesto deciso: una mano che batte sull’altra con un suono secco, quasi uno schiocco. Non è rabbia, non è aggressività: è intensità. È il ritmo della ricerca della verità.

 

 

 

Le domande volano rapide, spesso incomprensibili per chi osserva da fuori, ma il linguaggio del corpo è universale. C’è sfida, c’è ironia, c’è concentrazione. Alcuni monaci sorridono, altri si accalorano, qualcuno ride apertamente. È uno studio vivo, dinamico, lontano dall’immagine statica e silenziosa che spesso associamo ai monasteri. Non è una discussione “per vincere”, ma un esercizio per allenare la mente, sviluppare concentrazione e memoria ed arrivare a una comprensione più profonda della verità. I temi variano:  1) La natura della realtà: cosa è reale e cosa è illusione 2) Il concetto di “vuoto” (śūnyatā): niente esiste in modo indipendente 3) La mente e la coscienza: come funzionano e come si possono controllare 4) La logica: ragionamenti molto rigorosi, quasi matematici e 5) Gli insegnamenti di Buddha: interpretazione dei testi sacri


 

 

 

Lasciata alle spalle Lhasa, la strada verso est si snoda tra altitudini vertiginose e orizzonti che cambiano lentamente volto. La Lalin Expressway  attraversa un Tibet inatteso: dalle praterie d’alta quota alle foreste sempre più fitte, mentre vette innevate e vallate profonde accompagnano il viaggio come scenografie in continuo mutamento.

 


Dopo ore sospese tra cielo e terra, si raggiunge Kadinggou a 2980 metri. Qui il paesaggio si chiude in una gola verde e silenziosa, dove il suono dell’acqua guida ogni passo. Tra rocce scolpite, alberi antichi e bambù, la natura avvolge completamente, rivelando un Tibet più intimo, quasi segreto.

Da qui, un breve tragitto di circa 30 km conduce a Nyingchi, dove dormirò. Nyingchi è una città semplice, senza grandi attrazioni né scenari iconici. Scorre tranquilla, lontana dal turismo di massa, con un’atmosfera quotidiana e discreta.

Eppure, proprio qui, l’esperienza cambia. Senza attrazioni turistiche, gli sguardi si soffermano. Due donne straniere suscitano interesse, le persone si avvicinano a me e alla mia amica, con curiosità, e chiedono una foto. Osservano i lunghi capelli chiari, gli occhi ed il naso  diversi, e sussurrano:  “You are beautiful”. Lo ripetono, sorridendo, anche i ragazzini, tra timidezza e stupore.

 

Nyingchi non è sicuramente una città che resta per ciò che offre, ma per come ti fa sentire: osservato, accolto, e inaspettatamente al centro di piccoli momenti autentici.

La strada verso il Segrila Pass comincia senza drammi, insinuandosi tra boschi e vallate che sembrano trattenere ancora l’umidità della notte. I chilometri scorrono leggeri, ma l’ascesa è costante. Ogni curva sottrae qualcosa al mondo abitato e aggiunge spazio, silenzio, distanza.

Poi, quasi senza preavviso, il paesaggio cambia.

 

 

 

Gli alberi si diradano, l’aria si fa più sottile e la terra assume colori più duri, più essenziali, fino ad apparire rude, anche nella coltre bianca.

A 4.768 metri, il passo non è solo un punto geografico: è una soglia. Da qui, lo sguardo può finalmente aprirsi sulla vastità del margine sud-orientale della Catena del Nyainqentanglha.

Ed il cielo decide di essere piuttosto generoso, mostrandomi  qualcosa di raro.

Tra le nuvole che si aprono come tende, appare il Monte Namche Barwa.

 

 

Non è una montagna che si concede facilmente. Rimane spesso nascosta, avvolta da sistemi meteorologici capricciosi. Ma quando emerge, lo fa con una presenza quasi teatrale: 7.782 metri di ghiaccio e roccia che sembrano sollevarsi direttamente dal nulla. Non domina il paesaggio, lo interrompe. Lo rende improvvisamente fragile, umano.

Restare in silenzio, lì, non è una scelta. È una conseguenza.

uno splendido cane

 

Se poi capita la fortuna, rara, di incontrare un gruppo di monaci allegri e socievoli, la giornata cambia ancora volto all’istante: si illumina, si alleggerisce, diventa improvvisamente qualcosa di davvero straordinario. Ed eccoli, mentre posano per me e : “Ciao Italia!”.

 

La discesa verso la Foresta di Lulang riporta lentamente a un’altra dimensione. Dopo la nudità delle alte quote, il ritorno del verde è quasi eccessivo. Gli alberi si infittiscono, i prati si allargano in geometrie morbide, e le nuvole scendono fino a sfiorare la terra. “Un mare di foreste sotto le nuvole” : la definizione locale non è un’esagerazione, ma una constatazione.

 

Proseguendo, si arriva a Nyingchi. Qui, tra i luoghi più suggestivi, il Monastero Tangcheng si erge come un silenzioso custode di spiritualità, immerso tra foreste decorate da migliaia di bandiere di preghiera che ondeggiano al vento. Questi colori vivaci raccontano storie antiche, intrecciandosi con i reperti culturali che testimoniano la profonda devozione della regione. Ogni anno, migliaia di pellegrini percorrono il sentiero sacro attorno alla montagna, in un rituale di circumambulazione che unisce fede, tradizione e natura.

 

Salendo lungo i pendii, lo sguardo si apre su panorami spettacolari: la città di Bayi appare in lontananza, incastonata tra le montagne. Raggiunta la cima, si viene accolti da un mare di bandiere di preghiera, ciascuna portatrice di desideri, benedizioni e speranze. Un luogo dove il tempo sembra rallentare, lasciando spazio alla contemplazione e alla connessione con l’anima più autentica del Tibet.


 

 

Il mio viaggio in Tibet continua….vi aspetto per la Parte 2

 

 

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