Il mattino la strada verso il lago Basumtso continua con paesaggi incantevoli.
Il villaggio di Jieba, nella prefettura di Nyingchi ha un’atmosfera rurale, con case di carattere e molta natura.
In realtà, qui, in pieno Tibet, i ristoranti sono quasi tutti cinesi.
L’unica insegna tibetana è questa.
Alcuni incontri
E ancora scorci
Poi, all’improvviso, l’acqua appare. Non arriva con fragore, ma con una calma assoluta: non vedrò quel turchese irreale, quasi sospeso, che riflette le cime innevate come uno specchio sacro, che la mia guida mi ha tanto descritto. Purtroppo il cielo diventa improvvisamente plumbeo e incolore.
Qui, la natura non è solo paesaggio: è spiritualità incarnata. Il lago è venerato, attraversato da storie e credenze che lo rendono più di una meta. Si dice che sia stato benedetto da Guru Rinpoche, e mentre lo si osserva, immobili sulla riva, non è difficile crederlo. C’è qualcosa nell’aria, una quiete densa, quasi tangibile.
Una passerella conduce verso l’Isola Tashi, un frammento di terra sospeso al centro di questo silenzio liquido. Il Monastero Tsozong emerge tra gli alberi con discrezione, come se non volesse imporsi.
Qui, sul lago si trovano due tronchi scolpiti. si tratta di un antico simbolo tibetano legato alla fertilità, alla protezione e alla prosperità.
Nella cultura himalayana, soprattutto tra Tibet e Bhutan, i simboli fallici non hanno un significato volgare: vengono utilizzati come talismani apotropaici, cioè oggetti capaci di allontanare gli spiriti maligni e attirare fortuna ed energia vitale.
Questa tradizione è spesso associata a Drukpa Kunley, il celebre “Divino Folle” del buddhismo bhutanese, noto per i suoi insegnamenti anticonvenzionali e per l’uso di simboli provocatori come strumenti spirituali.
Tra bandiere di preghiera, scritte tibetane e antichi villaggi di montagna, anche un semplice tronco può raccontare molto della spiritualità e delle credenze dell’Himalaya.
Inizia a piovere e corro via .
Un piatto simbolo della regione di Nyingchi, il Stone Pot Chicken viene preparato facendo cuocere lentamente pollo locale insieme allo shouzhangshen (un tipo di ginseng selvatico) in una pentola di pietra realizzata a mano. Il brodo che ne risulta è aromatico e delicato, mentre la carne di pollo è tenera e ricca di sapore.
La pentola stessa è scolpita in una rara pietra saponaria che si trova solo a Motuo, trasportata a spalla dai portatori e lavorata a mano dal popolo Monpa. Queste pentole, di colore verde scuro, trattengono il calore in modo eccezionale e contengono naturalmente magnesio, ferro e 17 oligoelementi.
La strada si srotola lenta fuori da Lhasa, lasciandosi alle spalle monasteri sospesi e bandiere di preghiera che sussurrano al vento. L’altopiano tibetano si apre come un oceano silenzioso, dove l’aria rarefatta amplifica ogni colore e ogni suono. È un viaggio che non è solo distanza, circa 370 chilometri verso Shigatse, ma un lento ingresso in un paesaggio che sembra scolpito tra cielo e spirito.
Dopo ore di ascesa, la strada si arrampica fino al Kampala Pass.
Qui, il mondo sembra fermarsi. Sotto, il Lago Yamdrok appare improvviso, una lama turchese incastonata tra montagne color cenere e cime innevate. Il lago non è soltanto bellezza: è presenza. I tibetani lo considerano uno dei quattro laghi sacri, insieme a Lhamo Latso, Lake Manasarovar e Namtso. Le sue acque, dicono, custodiscono visioni, indizi per riconoscere la reincarnazione del Dalai Lama.
Tantissime bandiere di preghiera si tendono tra rocce e pali, sfilacciate dal tempo e dal sole.
Sulla cresta del passo, la vita continua con una sua quieta teatralità. Pastori attendono i viaggiatori accanto a yak dal pelo lungo. Gli animali sono ornati con tessuti e colori vivaci, simboli di una cultura che non separa il quotidiano dal sacro. Qui, ogni fotografia è un incontro: tra chi passa e chi resta, tra modernità e tradizione.
Riprendendo la strada, il paesaggio muta ancora. A distanza, il ghiaccio del Karola Glacier scende come una cascata immobile lungo il fianco della montagna. È uno dei pochi ghiacciai accessibili su strada in Tibet, e la sua massa silenziosa racconta una storia più lunga di qualsiasi viaggio umano. Avvicinandosi, si percepisce la fragilità di questo gigante: crepe, riflessi azzurri, il lento respiro del ghiaccio sotto il sole d’alta quota.
Questo tratto di Tibet non è soltanto da attraversare: è da ascoltare. Il vento porta con sé preghiere, il lago riflette miti antichi, e il ghiaccio conserva il tempo. Quando finalmente si raggiunge Shigatse, e’ necessaria una sosta ulteriore, per l’acquisto dell’ossigeno .
Domani inizia la vera avventura Tibetana: l’avvicinamento al colosso dell’Himalaya.
Tra Shigatse e il tetto del mondo non esiste una semplice strada: esiste una lenta ascesa dentro il respiro stesso dell’Himalaya. L’aria si fa sottile, il paesaggio si spoglia, e ogni curva sembra sottrarre qualcosa al mondo per restituirlo in forma di immensità.
Un muro bianco, sotto un cielo duro e immobile. E poi quel numero: 5000 chilometri.
La China National Highway 318 non è solo una strada: è una linea sottile che attraversa un intero mondo, da Shanghai fino a Lhasa. Un viaggio che si allunga tra città febbrili, vallate profonde e altipiani dove l’aria si fa rara e il tempo sembra rallentare.
Qui, davanti a questo muro, non si misura solo una distanza. Si intuisce la fatica, il silenzio, la trasformazione. È il punto in cui la geografia diventa esperienza, e la strada smette di essere un percorso per diventare passaggio: verso il Tibet, verso l’essenziale.
Poi, all’improvviso, appare quel cancello: semplice, quasi severo, perso tra montagne nude e cielo basso.
Sotto i piedi, una scritta scolorita promette qualcosa di assoluto: “must go in your life”. Suona come uno slogan, ma qui, stranamente, non è esagerato.
C’è vento, c’è freddo, e c’è quella sensazione sottile di essere molto piccoli. Eppure si salta, si ride, si apre le braccia, come per occupare un po’ più di spazio in un luogo che, per sua natura, ti ridimensiona. In sostanza, quei “5200” scritti a terra non sono solo un numero: segnano il punto in cui non sei più nel tuo ambiente naturale. Ogni passo da lì in poi è una negoziazione con il tuo stesso corpo.
Non è ancora la vetta. È solo l’inizio. Ed è già abbastanza.
La salita verso il Gyawu La Pass (5.248 m) è un susseguirsi ipnotico di tornanti, la celebre “strada delle 108 curve” che si arrampica come un filo teso tra terra e cielo. Qui il paesaggio smette di essere orizzontale e diventa verticale.
Da questo punto, se sei fortunato e, come me, il secondo giorno, trovi una spettacolare giornata di sole senza nuvole, puoi godere di questa vista , con ben 5 dei 14 picchi del mondo sopra gli 8.000 metri.
Ed eccoli i protagonisti di questa meraviglia:
. Everest (8.848 m) , ovviamente il protagonista assoluto
. Lhotse (8.516 m), subito accanto all’Everest, con la parete sud
. Makalu (8.485 m) più lontano verso est, piramidale e molto imponente
. Cho Oyu (8.188 m) verso nord-ovest, il più “accessibile” tra gli ottomila
. Shishapangma (8.027 m) subito accanto, l’unico interamente in territorio tibetano
Più avanti, il viaggio conduce al Monastero di Rongbuk (5.154 m), il più alto del pianeta. Qui la spiritualità non è concetto, ma condizione atmosferica. Il vento attraversa le mura come una preghiera che non ha bisogno di essere pronunciata. Nella parte nuova del monastero, la vita monastica continua sospesa tra due mondi: quello terreno e quello della parete nord dell’Everest, che domina ogni cosa come una presenza assoluta.
Poi, all’improvviso, la valle si ritrae e il mondo sembra farsi essenziale, quasi spogliato di ogni superfluo. Davanti si distende l’Everest Base Camp, a 5.000 metri: non un traguardo, ma una soglia. Qui la geografia non guida più lo sguardo, lo sospende. Le proporzioni cambiano, i riferimenti si dissolvono, e ciò che resta è una misura diversa, più antica, fatta di silenzio, vento e luce.
Il campo appare come un fragile accampamento di colori incastonati tra ghiaccio e roccia, appoggiato sul respiro lento del ghiacciaio del Khumbu Glacier. Le tende tremano sotto raffiche di vento improvvise, i sentieri si perdono tra crepacci e detriti, e ogni traccia umana, una corda, un’impronta, un refolo di fumo, sembra appartenere a qualcosa di provvisorio, quasi furtivo. Non c’è conquista qui, ma una tregua.
A soli 19 chilometri in linea d’aria dalla vetta del Monte Everest, si avverte con chiarezza che la montagna non è ancora cominciata davvero: ciò che si è raggiunto è soltanto il suo limite accessibile. Oltre, lo spazio si sottrae all’uomo, si fa verticale, rarefatto, assoluto. Restare qui è già una concessione.
E così il campo diventa un confine sottile tra presenza e rinuncia: un luogo in cui l’uomo non arriva, ma si ferma e, fermandosi, riconosce la distanza che lo separa da tutto ciò che non può appartenere.
L’Everest non si lascia avvicinare: si lascia solo osservare. La sua parete nord si alza come una soglia definitiva tra ciò che è accessibile e ciò che non lo sarà mai. In quel vuoto d’ossigeno e luce accecante, ogni passo diventa una misura del limite umano.
Il monte Everest non domina il paesaggio: lo consacra. Nel silenzio gelido dell’alba, la sua cima accesa d’oro sembra ricordare quanto sia immensa la natura …. e quanto siamo piccoli davanti alla sua eternità.
Eppure, ciò che resta non è la fatica né l’altitudine. È la sensazione precisa che, per un momento, il mondo abbia smesso di essere sfondo e sia diventato protagonista assoluto. Qui, nell’aria sottile dell’Himalaya, la Terra non appare più come qualcosa da abitare, ma come qualcosa da contemplare in silenzio.
Tornata sull’altopiano tibetano, il Monastero di Tashilhunpo emerge come una città nella città, un organismo vivo fatto di pietra, fede e silenzio. È qui, nel cuore spirituale Shigatse, che il tempo sembra aver scelto di rallentare.
Fondato nel 1447 da Gyalwa Gedan Drup, discepolo del grande riformatore Tsongkhapa, il monastero non è solo un complesso religioso: è una narrazione architettonica del potere e della continuità del buddhismo tibetano. Per secoli, queste mura hanno custodito la sede dei Panchen Lama, seconda autorità spirituale dopo il Dalai Lama, rendendo Tashilhunpo uno dei centri più influenti dell’intero altopiano.
Un tempo popolato da oltre 5.000 monaci, il monastero si dispiega oggi come un labirinto di cappelle, cortili e tetti dorati che riflettono il sole rarefatto dell’Himalaya. Camminare qui significa attraversare strati di storia: ogni pietra sembra trattenere un sussurro, ogni corridoio amplifica il canto profondo dei sutra.
Nel cuore del complesso si trova la cappella dedicata a Maitreya, dove una statua monumentale domina lo spazio con una presenza quasi ultraterrena. Realizzata con oltre 115 tonnellate di rame e rivestita d’oro, tempestata di gemme preziose, questa figura non rappresenta soltanto il Buddha del futuro: è una promessa scolpita nella materia, un simbolo di continuità spirituale che attraversa i secoli. Qui non si può fotografare
Non meno evocativi sono gli stupa reliquiari dei Panchen Lama, scrigni sacri decorati con oro, turchesi e coralli. Più che monumenti funerari, appaiono come punti di contatto tra il visibile e l’invisibile, dove la devozione prende forma tangibile.
Durante i riti solenni, qui i monaci indossano abiti giallo ocra e caratteristici cappelli alti (spesso a forma di cresta): la scuola Gelugpa, a cui appartengono, è detta anche “scuola dei berretti gialli”. Il cappello non è solo decorativo: la forma alta e ondulata richiama simbolicamente la saggezza che si eleva, il colore giallo è associato alla purezza e alla disciplina monastica.
Il mio viaggio in Tibet finisce qui
Il vento continua a muovere lentamente le bandiere di preghiera, come se il tempo qui avesse scelto di non avere fretta. Le montagne restano immobili, indifferenti e presenti allo stesso tempo. Poi la strada si perde, e con lei ogni certezza di ritorno. In Tibet non si conclude un viaggio: si continua a camminare, anche quando si è già partiti.
Poi la strada si richiude alle spalle, e resta solo l’idea di ciò che si è attraversato: altitudine, silenzio e distanza.
Volti del Tibet
























































































2 risposte
Absolutely beautiful Lauretta 🥰
Thank you, dear Leanne. The trip to Tibet was absolutely fantastic. We loved every moment of it, including the challenging days to Everest Base Camp.