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India 🇮🇳 Kashmir

Nel Kashmir, la bellezza dovrebbe essere la prima cosa che si vede, ma la tensione è la prima cosa che si sente.

Se arrivi a Srinagar nel tardo pomeriggio e ti portano direttamente al Dal Lake, avrai  l’immagine perfetta: acque immobili, houseboat decorate, montagne sullo sfondo. Ma basta uscire da questa cartolina perché emerga un’altra realtà, molto meno estetica e molto più concreta.

 

 

La città è attraversata da una presenza militare capillare. Soldati armati agli incroci, bunker, sacchi di sabbia, convogli. Non è una misura temporanea, ma un dispositivo costruito nel tempo.


Per capirlo, bisogna tornare indietro.

Nel 1947, con la Partition of India, l’ex impero britannico si divide in due Stati: India e Pakistan. Il Kashmir, a maggioranza musulmana ma governato allora da un maharaja induista, diventa subito un nodo irrisolto. La decisione di aderire all’India innesca il primo conflitto tra i due Paesi. Da allora, la regione resta divisa da una linea di controllo, non un confine definitivo, ma una frontiera armata. Negli anni successivi si susseguono guerre, crisi e tensioni diplomatiche.

Ma è soprattutto dalla fine degli anni ’80 che la situazione cambia radicalmente. Nasce un’insorgenza armata interna, con gruppi separatisti e militanti che chiedono indipendenza o annessione al Pakistan. La risposta dello Stato indiano è un rafforzamento massiccio della presenza militare. Il Kashmir diventa una delle aree più sorvegliate al mondo.

Questo spiega ciò che oggi si vede per strada: una sicurezza permanente, radicata nella storia recente oltre che in quella passata.

Il risultato è visibile: una città civile con un’infrastruttura militare costante.

La sicurezza è ovunque. Invisibile per chi ci vive, evidente per chi arriva.

Il mio viaggio in Kashmir è stato accompagnato da controlli continui, quasi incessanti. A ogni spostamento, la polizia registrava con precisione i nostri movimenti, come se ogni tappa fosse già prevista, annotata, seguita.

L’episodio più surreale è arrivato l’ultimo giorno: ho ricevuto un messaggio direttamente sul mio telefono da un numero che non conoscevo. Un agente “di frontiera” mi informava, in modo molto gentile,  che mi avrebbe aspettata il giorno successivo al punto di uscita dal Kashmir, prima di entrare in Ladakh, dopo il tunnel Sonamarg a circa 130km, in una delle strade himalayane più spettacolari dell’India, ma anche una strada dove il clima ed il tempo comandano (in effetti era appena stata aperta dopo l’inverno ed è piena di convogli militari e camion che rallentano il percorso).

E così è stato. Quando sono arrivata, lui era lì. Non solo: aveva già compilato tutti i documenti a mio nome, con tanti dettagli personali, come se il mio viaggio fosse stato osservato, passo dopo passo, giorno dopo giorno, fino a quell’ultimo confine.

Quello che ho vissuto, controlli frequenti, registrazione degli spostamenti, perfino il messaggio del poliziotto, rientra in una logica precisa, da una parte Sicurezza e prevenzione: monitorano i movimenti degli stranieri per evitare rischi, sia per i visitatori sia per l’ordine pubblico. Dall’altra, un tracciamento capillare: ogni checkpoint comunica con gli altri, quindi le informazioni “viaggiano” insieme a te. Il controllo del territorio è un modo per sapere sempre chi entra, chi si sposta e dove si trova.

Il fatto che avessero già i miei dati pronti al punto di uscita non è così raro lì: è il risultato di un sistema molto organizzato di registrazione.

Ma non è solo una questione di presenza militare: i soldati operavano quasi come una forma di protezione, mostrandosi sempre estremamente gentili con noi e confermandoci che la nostra presenza era gradita e che fosse loro dovere, oltre che onore, garantire la sicurezza del nostro viaggio

Ben diverso, invece, l’universo umano locale.

Durante questo viaggio in Kashmir, affrontato con un’amica, non abbiamo incontrato altri turisti occidentali, solo turismo interno indiano. Eravamo due donne sole, visibilmente straniere, vestite in modo assolutamente normale: pantaloni e camicie a manica lunga, senza velo né burka, e questo bastava a renderci immediatamente riconoscibili.

A Srinagar era sufficiente mettere piede fuori dall’hotel per essere immediatamente circondate. Nel giro di pochi secondi, uomini arrivavano da ogni direzione, caricandosi addosso scialli, collane, souvenir, qualsiasi cosa da vendere. Parlavano tutti contemporaneamente, si sovrapponevano, insistevano senza tregua. Non era un approccio cordiale o curioso: era una pressione costante, quasi un assedio. Le offerte si moltiplicavano senza sosta, i richiami continuavano a inseguirci per strada, ogni rifiuto veniva ignorato, aggirato, trasformato in un nuovo tentativo di vendita. Dire “no” non interrompeva nulla. Era come se la parola stessa non esistesse. E succedeva ogni singola volta, senza eccezioni.

Col passare dei giorni, la sensazione diventava inevitabile: non eravamo viste come viaggiatrici, né come ospiti, ma solo come soldi. Punto.

Anche perché c’erano gli sguardi.

Quelli maschili erano lunghi, fissi, insistenti. Non curiosità: pressione. Una presenza costante, sufficiente a cambiare il modo di muoversi, di guardarsi intorno, di stare nello spazio.

Alla base c’è una convinzione profondamente radicata: in Kashmir una donna sola non è considerata accettabile. Per la visione tradizionale locale, una donna non dovrebbe viaggiare da sola, ma restare sempre accompagnata e sotto il controllo della famiglia o di un uomo.

Ma quello che mi ha sconvolto è stato anche lo sguardo femminile. Ho pensato che Mingora e dintorni (in Pakistan) non sono così lontani. E qui mi sembra uguale, mi sembra di rivivere quell’orrenda esperienza Pakistana, quando ho visitato la regione due anni fa. Donne ingabbiate in burka integrali, schiave di un sistema che, per me, e ribadisco è un mio pensiero che voglio poter liberamente esprimere, le priva di diritti e le considera un mero oggetto.

 

 

Ma qui, forse ho vissuto anche peggio. Semplicemente perché, se dietro il burka non puoi leggere il pensiero, ho invece osservato lo sguardo delle donne con il velo.

Non ostili, ma nemmeno per nulla  accoglienti. Una distanza silenziosa, evidente.  Ho letto nei loro sguardi un senso di disprezzo verso i miei capelli al vento, i miei pantaloni e la mia camicia che non coprivano il mio corpo come un sacco di patate.

 

 


Quella del Pakistan è stata un’esperienza che non mi ha lasciato nulla di positivo: solo tensione, disagio e la certezza di non volerci tornare mai più. E oggi ho ritrovato lo stesso modello culturale: non il rispetto delle differenze, come qualcuno sostiene, ma un sistema soffocante che non accetta l’altro e pretende soltanto di imporre le proprie idee. Come sapete ho visitato tutti i paesi islamici e quindi mi permetto di dire che non sono tutti uguali: in molti posti in Arabia Saudita ed in Kurdistan, per esempio ho chiacchierato e fatto foto anche con ragazze in niqab, sorridenti e gentili. Ma ci sono luoghi che ho veramente detestato, e questo ne fa parte.

Naturalmente qui c’è la componente religione. Nel Kashmir, l’Islam non è una parte della vita: è il centro, l’ossessione.

Nel mio viaggio, ciò che mi ha colpita di più non è stato tanto ciò che vedevo, quanto ciò che emergeva nelle relazioni umane, nei piccoli scambi quotidiani. Le domande erano quasi sempre le stesse, ripetute come un rituale: “Qual è la tua religione?” “Quanti figli hai?”

Rispondere: “Sono nata cattolica, ma ora atea, e non ho figli” bastava a creare immediatamente una distanza. Gli sguardi cambiavano, il tono si irrigidiva. In un attimo uscivo da ciò che, lì, viene considerato normale.

Una donna che non ha figli, che non “produce” secondo il modello tradizionale imposto, viene percepita come incompleta, fuori posto,priva di valore sociale.

A un certo punto ho smesso di rispondere. Avrei potuto fare come in Pakistan, quando viaggiavo da sola e mi ero costruita una storia rassicurante: due figli e due nipoti, per evitare tensioni e domande invasive. Ma questa volta no. Questa volta mi sono stancata di adattarmi, di dover mentire per essere accettata all’interno di un sistema di valori che non mi appartiene.  Ho scelto il silenzio. Ignorare certe domande personali è diventato l’unico modo per restare fedele a me stessa.

La domanda sorge spontanea: perché viaggiare in questi luoghi?
Per vedere con i propri occhi. Per osservare senza filtri. Per capire prima di giudicare.

Perché il giudizio appartiene a chiunque guardi il mondo. La differenza è un’altra: c’è chi lo costruisce sull’esperienza diretta e chi, invece, sugli stereotipi, sulle paure prefabbricate, sulle opinioni prese in prestito.

È ciò che ritroverò tornando a casa: persone pronte a pontificare su Paesi che non hanno mai visto, culture che non hanno mai sfiorato, realtà che conoscono soltanto dal divano di casa. Persone innamorate dell’idea astratta di un mondo perfetto, gentile, ordinato. Un mondo che esiste soltanto nella comodità della propria poltrona.

Naturalmente sono sempre disponibile ad un confronto con chiunque, ma solo quando è autentico, vivo, disposto a mettere in discussione le proprie certezze. Non quando si riduce alla sterile ripetizione di schemi interpretativi già consolidati, di idee prefabbricate che soffocano la realtà invece di comprenderla.

E, per concludere su un tema che considero rilevante anche in una prospettiva più ampia, è significativo osservare come tutto questo avvenga a breve distanza dalla tappa successiva: il Ladakh, regione a prevalenza buddhista. Il contrasto tra le due aree è netto, in particolare per quanto riguarda la relazione tra spazio pubblico e condizione femminile. Il passaggio dal Kashmir al Ladakh segna un cambiamento immediato di contesto sociale, visibile nei comportamenti, nei codici quotidiani e nell’atmosfera generale.

Dopo questa brutta premessa, posso raccontarvi le bellezze del Kashmir.

Il Dal Lake è una delle tappe più conosciute di Srinagar, e probabilmente anche la più fotografata. Ma al di là delle immagini da cartolina, è un luogo che vale la pena raccontare in modo più concreto.

 

 


Le
shikara, le tradizionali imbarcazioni in legno del Kashmir, dal fondo piatto e dalla forma elegante, usate per navigare lentamente sulle acque del lago sono colorate  e  decorate con tessuti e cuscini ricamati. Ti verrà proposto un giro praticamente ovunque, spesso con una certa insistenza. I prezzi non sono sempre chiari: conviene contrattare prima e definire bene durata e percorso.

 


A questo proposito i commercianti del Kashmir hanno una reputazione storica di venditori estremamente abili, eredi di una lunga tradizione mercantile legata alle antiche rotte dell’Asia. La loro capacità di negoziare, raccontare e valorizzare ogni oggetto fa parte integrante della cultura commerciale della regione. A volte, però, questa abilità può trasformarsi in una forma di persuasione che porta il turista meno esperto a sopravvalutare la reale qualità o autenticità del prodotto acquistato.

Durante il giro, è normale che altre barche si avvicinino per venderti souvenir, tè o spezie.

 


Le famose
houseboat sono un’altra esperienza tipica. Alcune sono molto curate e confortevoli, altre decisamente più semplici.

 

Dormire qui può essere suggestivo: la nostra houseboat si trovava in una parte del lago molto tranquilla e, francamente, era bellissima e confortevole. A parte i richiami martellanti dei muezzin, l’esperienza nell’houseboat è stata decisamente positiva.

 

 

 


Tra i riflessi immobili del lago e il traffico incessante di Srinagar,  a Nishat Bagh le terrazze scendono verso l’acqua con una geometria perfetta, tra fontane, platani secolari e aiuole curate con una precisione quasi irreale.

 

 

 

 

Poco distante, la storica Moschea Jama Masjid  cambia completamente atmosfera. Nessun lusso ostentato: solo legno scuro, colonne antiche e un cortile silenzioso nel cuore della città vecchia. Qui Srinagar mostra il suo volto più autentico. 

 

 

Lasciata la valle, la strada attraversa paesi dove la vita scorre, sempre con alta presenza militare.

 

Poi la strada sale verso Gulmarg, una delle località montane più celebri del Kashmir. I prati immensi e le foreste di conifere contrastano con la presenza costante dell’esercito e dei checkpoint, ricordando continuamente dove ci si trova davvero. Gulmarg è famosa per ospitare il campo da golf più alto del mondo, ma soprattutto per la Funivia che risale le montagne fino a Kongdori.

 

 

 

 


Dall’alto il paesaggio diventa quasi himalayano: vallate immense, neve anche in estate e un silenzio che cancella per qualche istante il caos della pianura. Peccato per la giornata piovosa e grigia, con visibilità ridotta.

Poi la strada prosegue verso Pahalgam,  la cosiddetta “valle dei pastori”.

 

Qui il Kashmir torna improvvisamente verde, attraversato dal fiume Lidder e da foreste fitte che sembrano uscite da un vecchio film indiano. Nella Aru Valley il paesaggio si apre in pascoli e montagne morbide, mentre la più turistica Betaab Valley vive di quella bellezza perfetta che il turismo cerca di trasformare continuamente in scenografia.

 

 

Eppure, nonostante cavalli, bancarelle e selfie point, basta allontanarsi di pochi metri dal rumore per ritrovare il vero Kashmir: il suono del fiume, l’odore dei pini e quella sensazione costante di trovarsi in un luogo straordinariamente bello e allo stesso tempo profondamente fragile.

 

Tornando in città, abbiamo visitato un centro che accoglie animali salvati da situazioni di maltrattamento. Questo splendido orso himalayano sembrava davvero nel suo habitat naturale: un luogo meraviglioso, dove gli animali possono finalmente vivere in serenità.

 

 

 

 

Dall’alto, il Taj Dal View Srinagar Hotel, offre una bella vista sul lago.

 

 

 

 

La strada che collega Srinagar a Leh, dal Kashmir al Ladakh, non è semplicemente una via di comunicazione: è una lenta traversata attraverso mondi che cambiano volto a ogni curva.

Un itinerario leggendario lungo oltre 400 chilometri, sospeso tra montagne sacre, passi himalayani e vallate dove il tempo sembra essersi fermato.

Partendo dalla valle verde del Kashmir, la strada segue inizialmente il corso del fiume Sindh, attraversando villaggi di case in legno, campi coltivati e moschee immerse nei pioppi. L’aria profuma ancora di foresta e acqua. Ma è un’illusione destinata a svanire rapidamente.

Dopo Sonamarg, il paesaggio si stringe, si fa più severo. Le montagne si avvicinano come mura ciclopiche e la strada inizia la sua ascesa verso lo Zoii La Pass, uno dei valichi più spettacolari e temuti dell’Himalaya. Qui il Kashmir finisce davvero.

 

Oltre il passo, improvvisamente, il mondo cambia colore: il verde scompare, sostituito da rocce nude, sabbia, ghiaccio e silenzio.

È il Ladakh.

Ed il mio viaggio ripartirà proprio da qui. Prossimamente vi porterò alla scoperta di una regione che ho molto amato. Il Ladakh, nonostante il clima spesso estremo e l’altitudine, è una regione molto più tranquilla rispetto al Kashmir con persone decisamente più genuine  e accoglienti. A presto

E chiudo con alcuni ritratti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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