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Mongolia 🇲🇳-Parte 2 verso sud attraversando il Gobi

 

Dopo l’emozione del Naadam Festival, il cuore pulsante della Mongolia, arriva il momento di scoprire la capitale prima di lasciare Ulan Bator e immergerci, per tre settimane, nella Mongolia più profonda.

Il Naadam ci ha già regalato il primo assaggio dell’anima del Paese: la forza dei lottatori, l’eleganza delle donne arcere, la velocità dei cavalli lanciati nella steppa. Un’esplosione di colori, orgoglio e tradizione che racchiude secoli di storia.

Ma la Mongolia non è soltanto quella delle grandi praterie e dei nomadi. La sua capitale, Ulan Bator, racconta un altro volto, più sorprendente e contraddittorio, quello di un Paese sospeso tra passato e futuro. Arrivando in città, il contrasto è immediato. Dopo giorni, per ora solo  immaginati, nella vastità della steppa, ci troviamo davanti a una metropoli in piena trasformazione, con grandi edifici moderni, centri commerciali, ristoranti internazionali e una giovane generazione proiettata verso il mondo contemporaneo.  Eppure basta camminare qualche strada per capire che qui la modernità non ha cancellato la tradizione.

Ulan Bator è una città dove il nuovo convive continuamente con l’antico.

 

 

 

 


Nei grandi magazzini dalle architetture occidentali, accanto alle marche internazionali, brillano le boutique del
cachemire mongolo, uno dei simboli più preziosi del Paese. Le ultime collezioni ispirate alle grandi passerelle internazionali convivono con motivi tradizionali, tessuti artigianali e creazioni che raccontano la cultura nomade.

È forse proprio questa la magia della Mongolia contemporanea: il moderno non sostituisce il passato, ma lo accompagna.

Un elegante cappotto in cachemire può avere gli stessi colori della steppa. Un giovane mongolo può utilizzare lo smartphone più moderno e, allo stesso tempo, indossare con orgoglio il deel, l’abito tradizionale, durante una festa o una celebrazione. Il futuro avanza, ma le radici rimangono profonde.

Passeggiando per le vie della capitale, si percepisce una strana armonia tra due mondi apparentemente lontani. Da una parte i grattacieli e la crescita economica; dall’altra i monasteri buddhisti, i mercati tradizionali, i sapori della cucina locale e il ricordo costante della vita nomade.  Ulan Bator non è forse la città più bella della Mongolia, ma è sicuramente quella che meglio racconta il cambiamento del Paese.

 


È la porta d’ingresso verso un viaggio che ci porterà lontano: dai deserti del Gobi alle montagne dell’Arkhangai, dalle famiglie nomadi alle vallate dove il tempo sembra essersi fermato.

Prima di partire verso queste immense terre, la capitale ci ricorda una cosa importante: la Mongolia non vive soltanto nel passato. È una nazione giovane, dinamica, che guarda al futuro senza dimenticare il vento della steppa da cui proviene.

E forse è proprio questo equilibrio fragile tra innovazione e memoria a renderla così affascinante.

La Mongolia non si lascia conquistare in fretta. Si rivela poco a poco, chilometro dopo chilometro, mentre l’asfalto scompare, il traffico diventa un ricordo e l’orizzonte si allunga fino a confondersi con il cielo.

È all’alba che lasciamo Ulaanbaatar. Le luci della capitale si spengono lentamente negli specchietti mentre la strada punta verso sud, in direzione del deserto del Gobi. Davanti a noi si apre uno degli spazi più immensi del pianeta, un territorio dove le distanze sembrano perdere significato e la natura detta ancora il ritmo della vita.

Le prime ore di viaggio sono un’immersione nella Mongolia più autentica. Le colline ondulate cedono il posto a vaste praterie dove cavalli, capre e pecore pascolano in assoluta libertà. Branchi di cavalli galoppano accanto alla pista sollevando nuvole di polvere, mentre qualche ger bianca appare improvvisamente all’orizzonte, minuscola in un paesaggio sconfinato. Da lontano si alza il fumo del camino: un segno di vita in un territorio dove l’uomo occupa uno spazio quasi impercettibile.

Qui la sensazione dominante è il silenzio. Non il silenzio assoluto, ma quello fatto di vento, del richiamo degli uccelli e del rumore degli zoccoli sulla terra. È un silenzio che invita ad ascoltare e che restituisce il senso della vastità.

Proseguendo verso sud, il paesaggio cambia lentamente. L’erba si fa più rada, i colori diventano più caldi e la steppa assume sfumature ocra e dorate.

Siamo entrati nel Dundgovi, il Gobi Centrale, dove il deserto non è ancora fatto di dune di sabbia, ma di immense distese pietrose, colline aride e pianure battute dal vento.

A Mandalgovi, capoluogo della provincia, ci fermiamo per il pranzo. È una cittadina essenziale, lontana dai circuiti turistici, dove la vita scorre tranquilla e offre uno spaccato autentico della Mongolia contemporanea. Qui modernità e tradizione convivono senza fretta.

Nel pomeriggio riprendiamo il viaggio verso una delle meraviglie geologiche più sorprendenti del Paese: Tsagaan Suvarga, le “Stupa Bianche”.

Da lontano sembrano le rovine di una città antica scolpita nella roccia. Avvicinandosi, le pareti rivelano un incredibile mosaico di colori: bianco, ocra, giallo, verde, arancio e rosso si alternano in sottili strati sedimentari modellati da milioni di anni di erosione.

 

Queste spettacolari falesie, alte fino a sessanta metri e lunghe quasi quattrocento, erano il fondale di un mare preistorico che ricopriva questa regione oltre trenta milioni di anni fa. Ancora oggi, tra le rocce calcaree, affiorano fossili di conchiglie, ammoniti e legno pietrificato, silenziose testimonianze di un’epoca in cui qui nuotavano creature marine.

Con la luce che cambia,  le pareti sembrano trasformarsi continuamente. Il sole accende le rocce di riflessi dorati e rossastri, creando uno spettacolo che cambia di minuto in minuto. È facile capire perché i mongoli abbiano attribuito a questo luogo un’aura quasi mistica.

 

 

 


Ma il momento più emozionante della giornata arriva al termine del viaggio.

Ai piedi delle falesie ci aspetta una famiglia nomade. L’accoglienza è semplice e sincera, come impone la tradizione della steppa. Entriamo nella ger,  dove il profumo del latte appena bollito e del tè salato riempie l’aria. Seduti attorno alla stufa centrale, scopriamo uno stile di vita rimasto quasi immutato nei secoli, scandito dalle stagioni, dagli animali e dai continui spostamenti alla ricerca dei pascoli migliori.

 

In un mondo che corre sempre più veloce, i nomadi del Gobi sembrano ricordarci che esiste un altro modo di misurare il tempo: quello del vento, del sole e delle migrazioni.

È soltanto il primo giorno nel deserto. Eppure la Mongolia ha già iniziato a fare ciò che sa fare meglio: ridimensionare l’uomo davanti all’immensità della natura e regalargli quella rara sensazione di sentirsi, finalmente, parte del paesaggio.

Lasciamo alle spalle le “Stupa Bianche” e riprendiamo il viaggio verso sud-est. La steppa diventa sempre più arida e le montagne iniziano lentamente a emergere dall’orizzonte. È l’ingresso nel Parco Nazionale Gobi Gurvan Saikhan, il più vasto della Mongolia e uno degli ecosistemi desertici più sorprendenti dell’Asia.

Il suo nome significa Le Tre Bellezze del Gobi e si riferisce alle tre catene montuose che attraversano il parco, creando un paesaggio inaspettato dove deserto e alta montagna convivono nello stesso spazio.

Qui la vita sembra impossibile. E invece prospera.

Tra gli arbusti di saxaul, l’albero simbolo del Gobi capace di sopravvivere con pochissima acqua, si muovono gazzelle dalla coda nera, asini selvatici mongoli, volpi, marmotte e numerose specie di rapaci. Più in alto, sulle pareti rocciose, vivono gli stambecchi siberiani e gli argali, le grandi pecore selvatiche dalle enormi corna ricurve. Nelle zone più remote, quasi invisibile agli occhi dell’uomo, continua a sopravvivere uno degli animali più rari del pianeta: il leopardo delle nevi. Avvistarlo è un privilegio riservato a pochissimi, ma sapere che abita queste montagne rende il paesaggio ancora più affascinante.

Ma è davanti ai maestosi cammelli bactriani che i miei occhi si illuminano: fieri, carismatici e perfettamente a loro agio in questo paesaggio senza confini.

 

 

Dopo una sosta a Dalanzadgad, la principale città del Gobi meridionale, ci dirigiamo verso un’altro luogo affascinante.

 

 

La valle di Yoliin Am appare all’improvviso come una ferita aperta nella montagna.

 

 

Il suo nome significa “Valle dei Gipeti”, i grandi avvoltoi barbuti che ancora oggi volteggiano sfruttando le correnti ascensionali sopra le pareti rocciose. Da lontano la gola sembra stretta e inaccessibile; entrando, il paesaggio cambia completamente.

Le alte pareti di granito, levigate dall’acqua nel corso di milioni di anni, si stringono fino a lasciare appena pochi metri di passaggio. Sul fondo scorre un torrente alimentato dallo scioglimento delle nevi, mentre una vegetazione sorprendentemente rigogliosa trasforma questo canyon in una vera oasi nel cuore del deserto.

 

 

Il contrasto è straordinario.

Fuori dalla gola il termometro supera facilmente i trenta gradi; all’interno l’aria diventa fresca, quasi fredda. Fino a pochi anni fa, enormi lastre di ghiaccio sopravvivevano per gran parte dell’estate grazie al particolare microclima del canyon. Oggi il ghiaccio tende a sciogliersi molto prima, una trasformazione che gli abitanti attribuiscono anche agli effetti del cambiamento climatico. Camminare qui significa osservare un ambiente tanto spettacolare quanto fragile.

Mentre procediamo lungo il sentiero, il silenzio è rotto soltanto dal rumore dell’acqua e dal fischio del vento che scende dalle montagne. Alzando gli occhi, in un momento in cui il cielo si ingrigisce, vediamo un gipeto planare sopra le nostre teste con un’apertura alare che supera i due metri e mezzo. Più in alto, immobili sulle rocce, si vedono le forme di alcuni stambecchi che osservano ogni nostro movimento, perfettamente adattati a pareti che sembrano impossibili da scalare.

Nella ger,  spesso chiamata anche yurta in Occidente, la tradizionale abitazione nomade della Mongolia, la serata scorre lenta, con i pascoli che rientrano nei recinti

 

 

 

La ger è di forma circolare, ed  è costituita da una struttura in legno ricoperta da strati di feltro e tela, che la rendono calda d’inverno e fresca d’estate. Smontabile in poche ore, segue da secoli gli spostamenti dei pastori attraverso la steppa. Al centro si trova una stufa, mentre il lucernario sul tetto lascia entrare la luce e fa uscire il fumo, creando un ambiente semplice, accogliente e sorprendentemente confortevole.

 


L’alba nel Gobi ha il potere di trasformare il paesaggio. Le vaste distese di ghiaia e sabbia lasciano lentamente spazio a un mondo inaspettato: i monti
Khanan Khets, uno dei luoghi più sorprendenti e meno conosciuti del deserto mongolo.

Queste montagne emersero milioni di anni fa in seguito ai giganteschi movimenti tettonici che plasmarono l’Asia centrale. Le loro creste frastagliate, le guglie di roccia e le forme sinuose sembrano l’opera di uno scultore visionario. Osservandole è impossibile non pensare alle architetture di Antoni Gaudí: la natura sembra aver immaginato qui, molto prima dell’uomo, le linee che avrebbero ispirato la Sagrada Família.

 

 

 


Il silenzio è quasi assoluto. Solo il vento scivola tra le pareti rocciose, trasportando il profumo dell’artemisia e il richiamo lontano dei rapaci che volteggiano sopra le creste.

Ad accoglierci c’è la famiglia Tulgazana, custode del parco e profondo conoscitore di queste montagne. Seduti nella sua ger, davanti a una ciotola di tè salato al latte, “Sara” , la moglie (la chiamerò così perché il suo nome è difficile da pronunciare), ci narra  i racconti tramandati di generazione in generazione: le montagne considerate sacre, le migrazioni stagionali delle famiglie nomadi, gli inverni in cui il termometro precipita ben oltre i trenta gradi sotto zero e le brevi primavere che riportano vita e colore su una terra apparentemente inospitale. Qui l’uomo non domina la natura: la rispetta.

E poi si trascorre la serata insieme.

Entrare in una ger significa anche scoprire il profondo senso dell’ospitalità dei nomadi mongoli. È molto probabile che, appena varcata la soglia, ti venga offerta una bevanda alcolica: un gesto di benvenuto e di rispetto verso l’ospite.

La più tradizionale è l’airag, il celebre latte di giumenta fermentato, leggermente alcolico (1-3%), simbolo dell’estate mongola e protagonista delle celebrazioni del Naadam. Più raro, ma ancora presente in alcune famiglie, è lo shimiin arkhi, un distillato ottenuto dal latte fermentato, dal sapore intenso e decisamente più alcolico. Oggi, però, è soprattutto la vodka a essere protagonista dei brindisi: viene offerta con grande generosità durante visite, feste e ricorrenze, come segno di amicizia e di sincera accoglienza.

 

 

 

 

 

Inizia quindi la nostra escursione. A ogni passo il paesaggio cambia volto. Le rocce assumono sfumature diverse, mentre enormi blocchi di granito sembrano impilati con una precisione impossibile, come le rovine di una città dimenticata. Tra le fessure della pietra sopravvivono il saxaul, l’albero simbolo del deserto, e minuscoli fiori che sfidano un clima capace di mettere a dura prova ogni forma di vita.

Lo sguardo corre continuamente verso le creste. I monti Khanan Khets rappresentano un rifugio prezioso per una fauna tanto ricca quanto elusiva. Gli stambecchi siberiani si muovono con troppa agilità lungo pareti quasi verticali, mentre le capre selvatiche scompaiono in un istante tra le rocce, perfettamente mimetizzate.

 

Quando il giorno inizia a calare,   le pareti rocciose si infuocano, ma poco dopo il Gobi torna lentamente al suo silenzio ancestrale, come se custodisse ancora una volta i propri segreti.

 


In luoghi come questo si comprende che il deserto non è affatto vuoto. È uno spazio immenso dove il tempo sembra essersi fermato, dove la geologia racconta la nascita della Terra e dove la vita, pur nella sua apparente fragilità, continua a prosperare.  I monti Khanan Khets non sono semplicemente una tappa del viaggio: sono una lezione di umiltà. Ricordano quanto sia potente la natura e quanto l’uomo, di fronte a milioni di anni di storia scolpiti nella roccia, sia soltanto un visitatore di passaggio.

Il mio viaggio in Mongolia continua, e la prossima tappa promette di essere una delle più spettacolari dell’intero itinerario: le incredibili dune cantanti di Khongor, il respiro del deserto del Gobi.  Un mare di sabbia dorata che si estende fino all’orizzonte, dove il vento scolpisce le dune e, nelle giuste condizioni, le fa letteralmente “cantare”, producendo un suono profondo e misterioso che sembra provenire dalle viscere della terra.  Un luogo leggendario, dove il silenzio del deserto si trasforma in musica.  Stay tuned!

 

 

 

 

 

 

4 risposte

  1. Impeccabili ,come sempre, il tuo racconto e le tue immagini! Anche io ho amato molto gli immensi spazi del Gobi e soprattutto le persone, con la loro squisita ospitalità. Grazie !!!!

    1. Grazie di cuore! Sono felice che il mio racconto ti abbia riportato tra quei paesaggi straordinari. Hai ragione: il Gobi conquista con i suoi spazi infiniti, ma sono soprattutto le persone e la loro autentica ospitalità a lasciare il segno. Un abbraccio e grazie per aver condiviso il tuo ricordo!

    1. Thank you so much Leanne!❤️ I’m so happy you enjoyed it. I really hope you’ll get to visit Mongolia one day, it’s an incredible country with breathtaking landscapes and some of the warmest, most welcoming people I’ve ever met. I’m sure you’d love it!

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