Esistono luoghi che sembrano appartenere a un altro pianeta. Distese così vaste da far scomparire l’orizzonte, silenzi tanto profondi da poter ascoltare il battito del proprio cuore e paesaggi che cambiano colore a ogni ora del giorno. Le dune di Khongor, nel cuore del deserto del Gobi, sono uno di questi luoghi.
La pista punta verso nord, attraversando un paesaggio in continuo mutamento: steppe color ocra e vaste pianure dove l’occhio non incontra alcun ostacolo. Ogni tanto, una mandria di cavalli selvatici o un branco di cammelli interrompono la monotonia del deserto, ricordandoci che, nonostante le apparenze, il Gobi è un ecosistema sorprendentemente ricco di vita.
Dopo ore di viaggio, all’improvviso, l’orizzonte cambia.
Una lunga muraglia dorata emerge dalla pianura come un’onda gigantesca rimasta immobile nel tempo. Sono le Khongoryn Els, le dune di Khongor, il sistema dunale più spettacolare della Mongolia. Si estendono per circa 180 chilometri, raggiungono fino a 15 chilometri di larghezza e, nei punti più elevati, superano i 300 metri di altezza. Da lontano sembrano montagne di sabbia; da vicino appaiono infinite.
Ci troviamo all’interno del Parco Nazionale Gobi Gurvan Saikhan, uno dei più vasti dell’Asia, dove la natura ha creato un contrasto quasi irreale. Ai piedi delle dune scorre infatti il piccolo fiume Seruun, che alimenta una sottile fascia verde di erba e arbusti. È un’oasi che permette a cammelli, cavalli e animali selvatici di sopravvivere in uno degli ambienti più estremi della Terra. Vedere l’acqua scorrere accanto a montagne di sabbia alte centinaia di metri è un’immagine che sfida ogni idea di deserto.
Ma Khongor custodisce anche un mistero. I mongoli la chiamano Duut Mankhan, la “duna cantante”. Quando il vento soffia con la giusta intensità, oppure quando grandi masse di sabbia iniziano a scivolare lungo il pendio, dalle dune si leva un suono profondo, quasi un ronzio, che può ricordare il rombo lontano di un motore, il suono di un organo o il canto grave di un enorme strumento musicale. È un fenomeno raro ma reale, causato dall’attrito tra milioni di granelli di sabbia perfettamente asciutti. Per le popolazioni nomadi, però, quella voce appartiene allo spirito del deserto.
Il modo migliore per entrare in sintonia con questo paesaggio è rallentare. E così lo facciamo, salendo a dorso dei cammelli bactriani , gli iconici cammelli a due gobbe del Gobi. Il loro passo è lento, oscillante, quasi ipnotico. Mentre attraversiamo il deserto, il silenzio diventa assoluto. Non ci sono strade, non ci sono edifici, non ci sono rumori artificiali. Solo il vento, il fruscio della sabbia e l’incedere tranquillo degli animali.
La serata si conclude al Gobi Erdene, un raffinato campo turistico dove il comfort incontra l’anima della steppa. Al calare della sera, mentre il vento accarezza l’erba infinita e il cielo si riempie di stelle, i sogni si chiudono dolcemente tra le pareti di una ger, cullati dal silenzio della Mongolia.
Ci sono giornate in cui la destinazione conta meno del viaggio. Oggi è una di quelle.
Lasciamo lentamente alle spalle il cuore del Gobi e iniziamo la nostra lunga risalita verso il massiccio del Khangai, una delle regioni più sorprendenti della Mongolia. È un percorso di appena 230 chilometri, ma qui le distanze non si misurano in tempo: si misurano in emozioni, nella varietà dei paesaggi e nella sensazione, sempre più intensa, di allontanarsi dal mondo conosciuto.
La pista attraversa la vasta steppa desertica di Ingen Khuuvriin Gobi, un’immensa distesa dove l’orizzonte sembra dissolversi nel cielo. Non ci sono alberi, non ci sono recinzioni, non ci sono villaggi. Solo terra, vento e una luce così limpida da rendere ogni dettaglio incredibilmente nitido.
si incrociano poche macchine e qualche moto.
Nella vastità della steppa, appare un ovoo, un luogo sacro dove ogni mongolo si ferma.
In Mongolia, l’ovoo è un piccolo cumulo di pietre. Si trova soprattutto sui passi di montagna, sulle colline e nei luoghi considerati energeticamente importanti.
Secondo la tradizione sciamanica e buddista mongola, l’ovoo rappresenta un punto di incontro tra il mondo terreno e quello spirituale: è un luogo dove si rende omaggio agli spiriti della natura, si chiede protezione e si ringrazia per il viaggio.
Quando i mongoli arrivano davanti a un ovoo, si fermano, fanno tre giri in senso orario attorno al cumulo, aggiungendo una pietra o lasciando un’offerta, come gesto di rispetto e buon auspicio. Anche i viaggiatori spesso seguono questa usanza, chiedendo fortuna per il cammino che li aspetta.
In Mongolia si comprende davvero cosa significhi la parola spazio. Qui lo sguardo può correre per decine di chilometri senza incontrare alcun ostacolo. È una sensazione rara, quasi dimenticata nel nostro mondo sempre più affollato. Più si procede, più il silenzio diventa un compagno di viaggio. Un silenzio vivo, interrotto soltanto dal rumore delle ruote sulla pista e dal vento che accarezza la steppa.
Poi, quasi all’improvviso, il paesaggio cambia.
Davanti a noi si alza la poderosa catena degli Arts Bogd, una barriera di montagne nate milioni di anni fa dai movimenti della crosta terrestre. Le loro pareti rocciose emergono dalla pianura come una fortezza naturale, creando uno dei contrasti più spettacolari del Gobi.
La pista si arrampica lentamente fino al passo di Namiin Khooloi. Ogni curva regala un panorama diverso: vallate deserte, creste frastagliate, pareti scolpite dal vento e dalla pioggia in un lavoro paziente durato milioni di anni. Qui la natura non ha fretta. Modella il paesaggio con il tempo geologico, lasciando agli uomini solo il privilegio di attraversarlo.
Per il pranzo ci fermiamo in un canyon stretto e silenzioso. Le pareti di roccia offrono un po’ d’ombra mentre il vento continua a soffiare in superficie. Seduti su una pietra, con il pranzo al sacco tra le mani, è impossibile non pensare a quante carovane abbiano attraversato queste stesse vallate nel corso dei secoli.
Poco oltre ci attende un incontro ancora più antico.
Su grandi lastre di roccia compaiono figure incise migliaia di anni fa: animali, scene di caccia, uomini e simboli misteriosi. Sono i petroglifi dell’Età del Bronzo, messaggi lasciati da popolazioni che vivevano in queste terre quando le piramidi d’Egitto erano ancora giovani. Ogni incisione è una finestra aperta sul passato, il racconto silenzioso di una civiltà che non ha lasciato città né monumenti, ma ha affidato la propria memoria alla pietra.
Il viaggio continua verso uno dei luoghi più scenografici della giornata: la falesia di Uuch.
Le montagne sembrano esplodere dalla pianura con colori che sfidano ogni tavolozza. Rosso mattone, arancione, ocra, porpora. È come se qualcuno avesse acceso il paesaggio dall’interno. Una pista serpeggia tra queste rocce fino a raggiungere un altopiano.
Quando arriviamo in cima, il panorama lascia senza parole.
Davanti a noi si apre un’immensa successione di vallate e montagne che, una dopo l’altra, sfumano in tonalità sempre più azzurre. È il fenomeno della prospettiva atmosferica: più una montagna è lontana, più l’umidità e le particelle sospese nell’aria ne attenuano i colori, trasformandola in una delicata silhouette blu. In primo piano, invece, le rocce infuocate sembrano brillare sotto il sole del pomeriggio. Un contrasto che rende questo angolo di Mongolia uno dei più fotogenici dell’intero viaggio.
Ma la vera sorpresa della giornata ci aspetta al tramonto.
La pista si inoltra sempre più a nord, dove il deserto inizia lentamente a cedere il passo alla steppa erbosa. Cambiano i colori, cambia la vegetazione e cambia perfino il profumo dell’aria. È il confine naturale tra due mondi: quello arido del Gobi e quello più verde che annuncia il Khangai. Qui vive Boldcon la sua famiglia.
La loro ger sorge in uno dei luoghi più isolati dell’intero Paese. Per raggiungerla non esistono cartelli, né strade asfaltate, né copertura telefonica. Solo piste che si intrecciano nella steppa e che i nomadi conoscono come noi conosciamo le vie delle nostre città.
L’accoglienza è quella che ormai abbiamo imparato ad amare: un sorriso sincero, una tazza di tè caldo e il desiderio, universale, di condividere ciò che si ha con chi arriva da lontano.
Una delle figlie è lottatrice ed ha vinto molti premi
Tra le tradizioni che sopravvivono nella steppa c’è quella del tabacco da fiuto: custodito in piccole bottigliette preziose, viene offerto agli ospiti come segno di rispetto e benvenuto. Un gesto antico, quasi cerimoniale, che racconta una Mongolia dove l’ospitalità passa ancora attraverso piccoli rituali tramandati da generazioni. Quando il padrone di casa porge la boccetta (che ha tirato fuori da una preziosa borsa di stoffa finemente ricamata), non si può rifiutare. Occorre liberare bene le narici e poi sniffare da entrambe. Sembrerebbe un gesto insolito, da drogati, ma, per i mongoli e’ un’offerta che stabilisce un’amicizia. Certo, per chi non è abituato, lo stordimento è garantito, perché il tabacco è decisamente forte.
La giornata si conclude con un’esperienza autentica e insolita: impariamo a legare le capre per le corna durante la mungitura, una pratica semplice solo in apparenza, che richiede abilità, pazienza e conoscenza degli animali. È un piccolo gesto quotidiano, ma racchiude tutta la saggezza della cultura nomade
Dopo un improvviso scroscio di pioggia, il cielo si apre e un magnifico arcobaleno compare all’orizzonte, regalando alla steppa un tocco di magia.
In luoghi come questo si comprende che il lusso non è avere tutto, ma poter vivere, anche solo per una notte, in uno degli ultimi angoli davvero remoti del pianeta.
Il cambiamento arriva senza annunci.
Per giorni abbiamo viaggiato tra rocce scolpite dal vento, canyon e dune dorate. Poi, quasi impercettibilmente, il Gobi comincia a dissolversi. La sabbia lascia il posto all’erba, i cespugli diventano più fitti, piccoli corsi d’acqua riappaiono e all’orizzonte si disegnano montagne dalle pendici morbide. È la Mongolia che cambia volto.
Siamo entrati nella provincia di Övörkhangai, il Khangai meridionale, una terra che per i nomadi rappresenta prosperità. Se il Gobi insegna a convivere con la scarsità, il Khangai è invece sinonimo di abbondanza: pascoli rigogliosi, sorgenti, boschi e vallate dove gli animali possono nutrirsi durante la breve ma intensa estate mongola.
Bastano pochi chilometri perché anche la vita cambi ritmo. Le mandrie diventano sempre più numerose. Cavalli, yak, bovini, pecore e capre pascolano liberi in un paesaggio che sembra non avere recinzioni né confini. È difficile immaginare un luogo più adatto per comprendere quanto il rapporto tra i mongoli e i loro animali sia ancora oggi profondo e inscindibile.
Qui il protagonista assoluto è il cavallo.
In nessun altro Paese questo animale occupa un posto così centrale nella vita quotidiana e nell’immaginario collettivo. Ogni bambino mongolo impara a cavalcare prima ancora di andare a scuola. Il cavallo accompagna gli spostamenti, il lavoro, le feste e perfino i canti tradizionali. Non è soltanto un mezzo di trasporto: è un simbolo di libertà, di forza e di identità nazionale.
La nostra prima sosta è nella steppa nei pressi di Arvaikheer, davanti a un monumento che potrebbe sembrare insolito agli occhi di un visitatore occidentale.
Non è dedicato a un condottiero né a un eroe di guerra, ma ai cavalli da corsa che hanno scritto la storia delle competizioni mongole. Qui allevatori e fantini arrivano da ogni parte del Paese per rendere omaggio ai loro animali e chiedere fortuna prima delle grandi gare. Vincere una corsa durante il Naadam, il festival nazionale, significa conquistare un prestigio che durerà per generazioni. In Mongolia, spesso, la gloria appartiene al cavallo tanto quanto al suo cavaliere.
Riprendiamo la strada verso Arvaikheer, il capoluogo provinciale. È uno dei pochi momenti del viaggio in cui torniamo a vedere semafori, negozi e strade asfaltate. Dopo giorni trascorsi quasi esclusivamente nella natura, perfino una piccola città appare sorprendentemente vivace. Ma basta allontanarsi di pochi chilometri perché il paesaggio torni nuovamente dominato dall’immensità.
Nel pomeriggio raggiungiamo la famiglia di Lkhavgaa, un ex lottatore di bökh, la lotta tradizionale mongola, disciplina che insieme al tiro con l’arco e alle corse dei cavalli costituisce uno dei tre “giochi virili” del Naadam. Il suo fisico possente racconta ancora gli anni trascorsi nelle arene. Oggi, dopo qualche incidente in lotta, si occupa principalmente dei suoi cavalli
qui aiuta la moglie nella mungitura quotidiana.
La mungitura delle cavalle è una delle tradizioni più antiche della Mongolia ed è strettamente legata alla produzione dell’airag, il latte di giumenta fermentato, considerato la bevanda nazionale.
La mungitura avviene solo durante l’estate, quando le cavalle hanno il puledro. Prima di mungere, il piccolo viene lasciato succhiare per qualche istante: questo stimola la discesa del latte. Poi viene allontanato delicatamente e la donna, spesso con movimenti rapidi ed esperti, munge la cavalla a mano. Ogni mungitura produce una quantità modesta di latte, perciò l’operazione viene ripetuta più volte al giorno.
Il latte viene raccolto in un grande recipiente di pelle o legno e rimescolato continuamente durante la fermentazione. Dopo uno o due giorni si trasforma in airag, una bevanda leggermente frizzante, dal sapore acidulo e con una bassa gradazione alcolica.
Al mattino lo ritrovo sempre con I suoi animali, nel suo splendido costume mongolo
Per ora vi lascio qui, in questo piccolo angolo di serenità. Ma vi consiglio di leggere la prossima tappa del mio lungo viaggio in Mongolia: sto per andare nella Valle dell’Orkhon che è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, ed è considerata la culla della civiltà mongola. Stay tuned































































