Ci sono luoghi che si visitano e altri che si sentono. La Valle dell’Orkhon appartiene a questi ultimi. Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è considerata la culla della civiltà mongola. Da secoli, qui uomini e animali condividono gli stessi spazi, seguendo il ritmo immutabile delle stagioni.
È in questa immensa vallata che si comprende davvero perché il nomadismo non sia soltanto uno stile di vita, ma l’essenza stessa della Mongolia. Lasciandoci alle spalle il deserto del Gobi e le montagne del Khangai, il paesaggio cambia ancora una volta. Immense distese erbose si aprono davanti ai nostri occhi, interrotte da antichi coni vulcanici ormai addormentati e da scure colate di basalto, memoria di un’intensa attività geologica. Il fiume Orkhon serpeggia placido nella valle, nutrendo pascoli dove cavalli, yak, pecore e capre sembrano muoversi in perfetta armonia con la natura.
Procediamo lentamente lungo una pista dissestata. In Mongolia il tempo ha un altro significato: non si misura in chilometri, ma negli incontri. Un pastore a cavallo che guida la sua mandria.
I paciosi yak avanzano lentamente verso una pozza d’acqua, mentre le pecore brucano tranquille e si rincorrono in un gioco ritmato e armonioso. Poco più in là, un branco di cavalli corre libero nella vastità della steppa, con la criniera al vento e il passo selvaggio dei nomadi. Ogni scena sembra sospesa nel tempo, come un frammento di un’epoca lontana, rimasta intatta tra gli spazi infiniti della Mongolia.
Nel tardo pomeriggio arriviamo alla nostra nuova famiglia nomade.
La porta della ger si apre e veniamo accolti secondo l’antica tradizione mongola con una fumante tazza di tè al latte e gli Aaruul, piccoli pezzi bianchi o beige di cagliata di latte essiccata (spesso di latte di yak, mucca o capra). È uno degli snack tradizionali più antichi della Mongolia: duro, leggermente acidulo, ricco di proteine e conservabile fino a due anni.
Solo dopo questo rituale di benvenuto ci accompagno alla nostra dimora per le prossime due notti, immancabilmente la più lontana dai “servizi igienici”.
Ed è proprio qui che emerge l’unico piccolo compromesso di questa straordinaria immersione nella vita nomade. Il “bagno” è ridotto più che all’essenziale: una semplice struttura di legno, spesso aperta (e, credetemi a volte è meglio, perche’ non si sente l’odore), che protegge un buco scavato nel terreno. Dopo il comfort a cui siamo abituati, serve un po’ di spirito di adattamento.
Ma fa parte dell’esperienza: vivere, anche solo per qualche giorno, come vivono da secoli i nomadi della steppa.
La Valle dell’Orkhon si svela passo dopo passo, in un susseguirsi di prati sconfinati, colline ondulate e cieli immensi. Il vento accarezza l’erba, gli yak pascolano indisturbati e il fiume serpeggia silenzioso, disegnando il paesaggio.
Oggi abbiamo vissuto una delle esperienze più autentiche e coinvolgenti del nostro viaggio: accompagnare una mandria di yak verso casa insieme ai pastori nomadi. Un vero Yak Drive, la versione mongola del celebre “cattle drive” texano.
All’apparenza sembra semplice, ma basta trovarsi in mezzo alla mandria per capire quanto sia importante conoscere il comportamento di questi animali e muoversi con calma, pazienza e rispetto. Senza fretta, per chilometri, abbiamo attraversato la steppa guidando gli yak verso il recinto, mentre il sole iniziava a scendere sull’orizzonte.
Per qualche ora non siamo stati semplici viaggiatori, ma partecipi della vita quotidiana delle famiglie nomadi. È proprio questo il fascino della Mongolia: non limitarsi a osservare, ma vivere in prima persona tradizioni che da secoli scandiscono il ritmo della vita nelle immense praterie.
Stanca, ma profondamente felice, mi abbandono tra le braccia di Morfeo. Fuori, la steppa è avvolta dal silenzio della notte, rotto soltanto dal richiamo lontano di qualche yak. In Mongolia anche il silenzio ha una voce, ed è impossibile non addormentarsi con la sensazione di essere, almeno per una notte, parte di questo mondo senza tempo.
All’alba, quando la luce è ancora soffusa, mi sveglio per assistere alla mungitura degli yak, un rito antico che scandisce ogni giornata nella steppa. In lontananza, sottili veli di nebbia avvolgono i pascoli, sfumando il profilo delle colline e trasformando il paesaggio in un quadro sospeso tra realtà e leggenda.
Domani si parte per nuove avventure, proseguendo verso nord, lasceremo la Valle dell’Orkhon per entrare nella provincia dell’Arkhangai, una delle regioni più verdi e scenografiche del Paese, celebrata da secoli nei canti e nelle poesie mongole.
Saluto Naran (il suo nome significa sole) che mi ha accompagnato in queste due giornate, rivelandomi con naturalezza la quotidianità della vita nomade. Instancabile, è al lavoro dall’alba, quando partecipa alla mungitura degli yak, fino al tramonto, guidando la mandria per chilometri attraverso la valle. Nei suoi gesti non c’è fretta né fatica ostentata, ma la serenità di chi è cresciuta seguendo il ritmo della natura. Osservandola, si comprende come, nella Valle dell’Orkhon, tradizioni millenarie continuino a vivere grazie alle mani e allo sguardo delle nuove generazioni.
Riprendiamo la strada verso il nord. Una piacevole sosta e’ la cascata di Ulaantsutgalan, uno spettacolo inaspettato nel cuore della steppa. L’acqua precipita per circa venti metri in una gola scavata da antiche eruzioni vulcaniche e terremoti avvenuti oltre ventimila anni fa. Il fragore della cascata rompe il silenzio assoluto della valle, creando un contrasto sorprendente con l’immensità del paesaggio circostante.
Ogni giorno in Mongolia regala un paesaggio diverso. È questa continua trasformazione a rendere il viaggio così affascinante. La provincia dell’Arkhangai è una delle regioni più verdi e scenografiche del Paese,
La pista attraversa dolci colline ricoperte di prati, e, più avanti, foreste di larici e vallate percorse da piccoli torrenti.
I paesaggi alpini si susseguono uno dopo l’altro. In certi momenti sembra quasi di attraversare le vallate svizzere, tra prati verde smeraldo, torrenti impetuosi e cime che sfiorano il cielo. Poi, all’improvviso, uno yak compare placidamente in mezzo alla strada. È in quell’istante che capisci di non essere sulle Alpi, ma nel cuore della Mongolia, dove la natura detta ancora il ritmo della vita.
Dopo circa tre ore di viaggio, tra continui saliscendi e mandrie al pascolo, raggiungiamo Tsenkher, una delle sorgenti termali più famose della Mongolia.
Qui la natura continua a sorprendere. Dal sottosuolo sgorga acqua a 86,5 °C, riscaldata dall’attività geotermica che ancora anima le profondità della Terra. Prima di alimentare le piscine, l’acqua viene naturalmente raffreddata fino a raggiungere una temperatura ideale per il bagno. Ricca di minerali e di solfuro d’idrogeno, è conosciuta dai mongoli per le sue proprietà benefiche: rilassa i muscoli, allevia i dolori articolari e favorisce il recupero dopo le lunghe giornate trascorse a cavallo o nella steppa.
Dopo tanti giorni trascorsi tra piste sterrate e paesaggi sconfinati, questa è una pausa rigenerante. Il corpo finalmente si rilassa, ma è soprattutto la mente a rallentare. La Mongolia non offre soltanto grandi avventure: sa anche insegnare il valore del silenzio e della contemplazione.
Lasciamo le sorgenti termali di Tsenkher e raggiungiamo Tsetserleg, il capoluogo della provincia dell’Arkhangai. Dopo giorni trascorsi nella steppa, ritrovare una piccola città è quasi una curiosità. Il mercato locale è il cuore pulsante della vita quotidiana, il luogo dove la Mongolia si racconta senza filtri.
Tra le bancarelle del mercato all’aperto si ha la sensazione di osservare un autentico spaccato della società: qui si vende tutto ciò che serve per costruire e arredare una ger, la tradizionale dimora nomade, dai componenti della struttura ai tessuti, al necessario per cucinare e mungere, fino agli immancabili stivali che accompagnano la vita nella steppa.
Nel mercato coperto, invece, tra i banchi, trionfano i tesori della pastorizia nomade: montagne di aaruul, il formaggio essiccato che accompagna da secoli la vita nella steppa. Bianco come i paesaggi invernali, duro e sorprendentemente saporito, nasce dal latte di yak, pecora, capra o mucca e racconta l’arte antica dei nomadi di conservare il dono più prezioso delle loro mandrie.
Basta attraversare una strada di qualsiasi città per vedere la Mongolia di ieri e quella di domani camminare fianco a fianco. La nonna, avvolta nel suo deel verde, conserva con fierezza le tradizioni; la figlia, in abiti occidentali, la accompagna tenendola sottobraccio. Due generazioni, due modi di vivere, ma un unico filo che non si è spezzato: il rispetto per gli anziani e per la propria cultura.
Riprendiamo il viaggio attraversando una regione sempre più spettacolare fino a raggiungere il canyon del fiume Chuluut. Il corso d’acqua scorre sul fondo di una profonda gola scavata nelle antiche colate laviche, ricordando quanto intensa sia stata, milioni di anni fa, l’attività vulcanica che ha modellato questo territorio. È difficile immaginare che questi paesaggi, oggi così tranquilli, siano nati dalla forza impetuosa della Terra.
La meta della giornata è il Parco Nazionale Khorgo-Terkhiin Tsagaan Nuur. Istituito nel 1965, protegge un ecosistema straordinario dove convivono vulcani spenti, immense distese di lava solidificata, boschi di larici e uno dei laghi più belli del Paese.
Davanti a noi si erge il vulcano Khorgo, inattivo da migliaia di anni ma ancora perfettamente conservato. Il sentiero sale dolcemente lungo il cono vulcanico fino al bordo del cratere, a oltre 2.200 metri di altitudine. La fatica viene presto dimenticata.
In lontananza appare il lago
Dall’alto si dovrebbe aprire un bel panorama. Il lago Terkhiin Tsagaan Nuur, conosciuto anche come il “Grande Lago Bianco”, dovrebbe riflettere il cielo come uno specchio, incastonato tra montagne, foreste e antiche colate basaltiche. Il silenzio è assoluto. Ma la pioggia improvvisa rovina tutto.
prima di arrivare al lago si incontra una caverna,
Intorno, un paesaggio quasi lunare: un semi-deserto di pietra dove la vita sembra sfidare ogni regola. Tra rocce e terra arida, piccoli fiori dai colori intensi spuntano timidamente dal suolo, regalando improvvisi lampi di bellezza alla vastità selvaggia della steppa.
Ancora larici
Scendendo si procede costeggiando il lago.
Nato da un’antica colata lavica che sbarrò il corso di un fiume migliaia di anni fa, oggi il lago riflette il cielo immenso e le morbide colline vulcaniche che lo circondano. Le sue acque calme, frequentate da numerose specie di uccelli acquatici, regalano un’atmosfera di pace assoluta.
Terkhiin Tsagaan Nuur è il rifugio estivo dei mongoli: non un luogo di resort e comodità, ma un’immensa distesa d’acqua incastonata nella steppa, dove le famiglie arrivano con le ger, accendono il fuoco e ritrovano il ritmo lento della natura.
È il luogo perfetto per fermarsi, respirare il silenzio della steppa e lasciarsi incantare dalla straordinaria armonia di questo paesaggio. Peccato per l’alternarsi di nuvole e violenti scrosci di pioggia.
La famiglia che ci ospiterà per i prossimi due giorni è una vera famiglia nomade, che segue ancora il ritmo antico delle stagioni. Quattro volte all’anno smonta la propria ger, la carica su un piccolo camion insieme a tutti i beni di famiglia e si trasferisce in una nuova area di pascolo, dove il bestiame può trovare erba fresca.
Allevano pecore, capre e yak, e la loro esistenza è scandita dai movimenti della natura. Ogni trasferimento è un vero e proprio trasloco, ma anche un rituale tramandato di generazione in generazione: in poche ore la casa scompare dalla steppa per rinascere altrove, senza lasciare quasi alcuna traccia del suo passaggio. È il simbolo perfetto di uno stile di vita che continua a resistere al tempo, fondato sull’equilibrio tra uomo, animali e immensi spazi aperti.
Saranno altre due notti nel cuore della steppa, dove il silenzio è rotto soltanto dal vento che accarezza l’erba e dal rumore degli animali che si muovono attorno alla ger.
Per ora mi fermo qui, ma il viaggio in Mongolia è tutt’altro che finito. Nella quinta e ultima parte del reportage vi porterò tra gli allevatori di yak, lungo un trekking di tre giorni nella steppa, da una ger all’altra, fino a raggiungere Amarbayasgalant, il “Monastero della Serenità”, uno dei luoghi spirituali più affascinanti del Paese. Concluderemo l’avventura a bordo del mitico treno notturno che, attraversando le immense steppe mongole, ci riporterà a Ulaanbaatar.
Stay tuned



































































