Lasciamo il Parco Nazionale Khorgo-Terkhiin Tsagaan Nuur e ci dirigiamo verso Undur-Ulaan, dove ci attende l’incontro con una famiglia che produce formaggio.
Ma prima, lungo la strada, abbiamo la fortuna di assistere ad un “sabato speciale”, che intitolerò:
Arkhangai, Mongolia: quando la steppa racconta l’antico legame tra uomo e cavallo.
Non era previsto nel programma della giornata. In Mongolia, però, spesso sono proprio gli incontri inattesi a lasciare i ricordi più profondi. Quel sabato, nel cuore dell’Arkhangai Aimag, una delle regioni più selvagge e autentiche della Mongolia centrale, la strada ci ha portato in una valle immensa, circondata dalle morbide montagne del Khangai, dove il vento corre libero tra l’erba alta e il silenzio sembra appartenere a un’altra epoca.
Poi, improvvisamente, la steppa si è animata.
Cavalieri con i tradizionali deel colorati si preparavano alla sfida, mentre cavalli impazienti scalpitavano nella polvere.
Non era una semplice esibizione, ma una dimostrazione di una delle più antiche abilità dei nomadi mongoli: l’uurganii temtseen, la gara dell’uurga.
L’uurga è un lungo palo di legno terminante con un laccio, uno strumento che per secoli ha accompagnato la vita quotidiana degli allevatori della steppa. Con questo semplice oggetto i nomadi catturano i cavalli liberi, scelgono gli animali da addestrare e gestiscono le loro mandrie immense. Nelle mani di un cavaliere esperto, però, l’uurga diventa quasi un’estensione del corpo.
Davanti a noi, la scena sembra uscita da un documentario di altri tempi. Un branco di cavalli attraversa il campo al galoppo, criniere al vento, mentre i cavalieri si lanciano all’inseguimento. Non c’è aggressività nel gesto, ma una straordinaria armonia tra uomo e animale: il cavaliere deve anticipare il movimento del cavallo, capire la sua traiettoria, trovare il momento perfetto per avvicinarsi e lasciare volare il cappio. Un attimo di precisione assoluta.
In quella corsa si percepisce tutta la cultura nomade della Mongolia: la pazienza, la forza, l’equilibrio e il rispetto per un animale che qui non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma un compagno di vita. Il cavallo accompagna i mongoli fin dall’infanzia, è parte delle loro storie, delle loro canzoni, dei loro viaggi attraverso territori dove le distanze non si misurano in chilometri, ma in giorni di cammino.
L’Arkhangai è una delle regioni dove questa tradizione è ancora profondamente radicata.
Non c’erano grandi tribune, né folle organizzate come durante il Naadam Festival. Solo le famiglie della zona, i bambini curiosi, gli allevatori e i cavalieri che ripetevano gesti tramandati da generazioni. Ed è forse proprio questa semplicità a rendere l’esperienza ancora più autentica.
Quando il sole ha iniziato a calare dietro le montagne del Khangai, i cavalli sono lentamente tornati verso i pascoli e la valle è ripiombata nel suo immenso silenzio. Sono rimasta con la sensazione di aver assistito non a una semplice gara, ma a un frammento di vita mongola custodito nel tempo.
Un momento in cui la steppa, il cavallo e l’uomo sembrano ancora parlare la stessa lingua.
La famiglia che ci ospita questa notte è straordinaria , la mia preferita di tutto il tour. Nomin (il suo nome significa turchese, lapislazzulo) e suo marito sono produttori di formaggi di altissima qualità ed hanno vinto molti premi.
Qui, all’interno delle loro ger, impariamo come nasce l’airag, il latte di giumenta fermentato, bevanda simbolo della Mongolia, e scopriamo il lungo processo di preparazione dell’aaruul, il formaggio essiccato che accompagna da secoli i lunghi spostamenti dei pastori. Si tratta di piccoli pezzi bianchi o beige di cagliata di latte essiccata (spesso di latte di yak, mucca o capra). È uno degli snack tradizionali più antichi della Mongolia: duro, leggermente acidulo, ricco di proteine e conservabile per mesi. In Mongolia vengono offerti agli ospiti dentro la ger insieme al tè al latte.
Assaggiarlo è quasi un rito di passaggio.
Ma la sorpresa arriva a tavola. Per la prima volta da quando viaggio in Mongolia, assaggio un formaggio diverso dai tradizionali latticini essiccati: è semifresco, morbido, con una consistenza che ricorda un incontro tra la mozzarella e il taleggio. Delicato, leggermente acidulo e dolce insieme, sorprendentemente buono. Un sapore inatteso che racconta, ancora una volta, la ricchezza nascosta della cultura nomade.
E quando la cena volge al termine, uno dei figli della famiglia, che ha iniziato da poco a suonare, prende tra le mani il morin khuur, il leggendario violino dalla testa di cavallo. Le prime note si diffondono nella ger, profonde e malinconiche, evocando il vento delle steppe, il galoppo dei cavalli e l’anima più autentica della Mongolia.

Un buon riposo nella ger, sempre con i bagni esterni (no comment!)
È arrivato un momento che i veri viaggiatori sognano.
Per tre giorni lasciamo i fuoristrada e continuiamo il viaggio con il mezzo più antico che esista: i nostri passi. In Mongolia, camminare significa entrare davvero nel paesaggio. Non c’è il finestrino di un’auto a separarti dalla natura. Senti il vento, il profumo dell’erba, il terreno che cambia sotto gli scarponi e il silenzio immenso della steppa.
L’Arkhangai è probabilmente una delle regioni più verdi e armoniose del Paese. Colline ricoperte di foreste, vallate attraversate da fiumi cristallini e pascoli sconfinati si alternano senza soluzione di continuità.
Ogni salita regala un nuovo panorama, ogni discesa conduce verso un’altra famiglia nomade.
È un trekking diverso da tutti quelli che si fanno nel mondo.
Qui non si cammina per conquistare una vetta o raggiungere un rifugio. Si cammina per incontrare le persone.
Le distanze si misurano in ger, non in chilometri.

Ad accoglierci, ogni sera, c’è una famiglia diversa.
Una porta che si apre. Una tazza di tè al latte fumante. Un sorriso che supera ogni barriera linguistica.
Poco alla volta, la vita nomade smette di essere qualcosa da osservare e diventa un’esperienza da condividere.
Le giornate scorrono lente, senza orari rigidi. C’è tempo anche per giocare. Sul tappeto, una manciata di shagai, le piccole ossa della caviglia di una pecora che da secoli accompagna la vita dei nomadi mongoli. Gioco, tradizione e memoria si intrecciano in un gesto semplice, tramandato di generazione in generazione, mentre il vento scorre silenzioso sulla steppa.
Tra le infinite tradizioni, c’è anche un gioco di precisione che pochi viaggiatori conoscono. Con una minuscola balestra si cerca di colpire gli shagai, gli astragali di pecora, in una sfida che richiede mano ferma, concentrazione e pazienza. E’ l’eredità di un’antica cultura nomade, che affonda le sue radici nell’epoca di Gengis Khan. Oggi, persino un semplice osso diventa strumento di più giochi, rito e memoria collettiva.
E poi l’immancabile dama, che ha toccato tutti i confini del mondo.
Poi c’è chi costruisce una ger, la tradizionale dimora dei nomadi mongoli. La casa di una famiglia, destinata ad affrontare mesi di vento, pioggia, neve e temperature estreme, prende forma davanti ai miei occhi con una naturalezza sorprendente. Nessun macchinario, nessuna fretta: solo mani esperte che conoscono ogni singolo pezzo.
La struttura lignea si apre come un ventaglio, i pali del tetto trovano il loro posto uno dopo l’altro, mentre spessi teli di feltro vengono stesi con precisione millimetrica. Ogni elemento ha una funzione precisa, affinata da secoli di vita nomade. In meno di due ore quella che sembrava una pila di assi, corde e tessuti si trasforma in una casa calda, resistente e perfettamente adattata al clima della steppa.
È come osservare un gigantesco gioco di costruzioni, un Lego a grandezza naturale, ma dietro ogni gesto c’è un sapere tramandato di generazione in generazione. La ger non è soltanto un’abitazione: è il simbolo di un popolo che ha imparato a vivere in armonia con un territorio immenso, pronto a smontare la propria casa e a ricostruirla altrove ogni volta che la steppa lo richiede.
c’è chi mostra con orgoglio i suoi gioielli:
Riprendiamo la strada verso nord, in direzione di Erdenet, seconda città della Mongolia e cuore dell’industria mineraria del Paese. Il paesaggio cambia ancora, regalandoci scorci di natura intonsa, che assumono sfumature diverse seguendo i capricci del tempo.
All’ingresso di Erdenet veniamo accolti dalla famiglia di Nyambaa, la nostra ultima famiglia nomade. Ancora una volta la porta della ger si apre con la stessa spontaneità che abbiamo imparato a conoscere.
Ed e’ ora di parlare di un rituale, La khöörög: il rituale del tabacco che apre le porte della Mongolia. C’è un gesto che, più di ogni altro, racconta l’anima della Mongolia. Non è l’offerta del tè salato, né quella dell’airag, il latte di giumenta fermentato. È il momento in cui un uomo porta la mano al piccolo borsello di stoffa ricamata o di cuoio, che tiene alla cintura, lo apre con calma e ne estrae un oggetto prezioso: una khöörög, la tradizionale tabacchiera mongola.
A prima vista sembra un gioiello. È scolpita in agata, giada, quarzo, diaspro, cristallo di rocca o altre pietre semipreziose, spesso impreziosita da montature d’argento, corallo e turchese. Ogni esemplare è diverso e racconta qualcosa del suo proprietario. Alcune sono semplici, altre sono veri capolavori di artigianato, tramandati di padre in figlio come preziose eredità di famiglia.
Dentro non ci sono sigarette né tabacco da masticare. La khöörög custodisce un finissimo tabacco da fiuto, che in Mongolia non rappresenta tanto un piacere personale quanto un raffinato strumento di relazione sociale. Offrirlo è un gesto di rispetto, di fiducia e di benvenuto.
Il rituale segue regole precise, tramandate da generazioni. Il padrone di casa porge la tabacchiera con entrambe le mani. L’ospite la riceve con lo stesso riguardo, la osserva, ne apprezza la lavorazione, poi svita lentamente il tappo, al quale è fissato un minuscolo cucchiaino. Ne prende una quantità appena percettibile e la avvicina al naso. Molti stranieri, non essendo abituati al tabacco da fiuto, si limitano a mimare il gesto: nessuno si offenderà. Ciò che conta davvero non è usare il tabacco, ma partecipare al rito. Infine la tabacchiera viene richiusa e restituita con entrambe le mani. Solo allora la conversazione può davvero iniziare.
Questo semplice scambio è molto più di una cortesia. È un linguaggio silenzioso che affonda le sue radici nella vita nomade delle immense steppe, dove l’incontro con un viandante era un evento raro e prezioso. Prima ancora di parlare, ci si riconosceva attraverso piccoli gesti di reciproco rispetto.
Durante il Tsagaan Sar, il Capodanno lunare mongolo, il rituale assume un significato ancora più profondo. Familiari, amici e vicini di casa si scambiano le khöörög in un susseguirsi di saluti, auguri e benedizioni. Le tabacchiere passano di mano in mano come simbolo di continuità, prosperità e amicizia, mentre ogni famiglia espone con orgoglio gli esemplari più belli.
Osservare questo rito è come fare un salto indietro nel tempo. Nella frenesia del mondo moderno, la Mongolia conserva ancora il valore della lentezza. Nessun gesto è affrettato, nessun movimento è casuale. Tutto comunica rispetto.
E così, mentre il vento continua a soffiare sulla steppa e i cavalli pascolano poco lontano, basta una piccola boccetta di pietra, custodita in un vecchio borsello, per capire che l’ospitalità mongola non ha bisogno di grandi parole. Si racconta attraverso un rituale antico, elegante e profondamente umano, rimasto pressoché immutato da secoli.
Nascosto in una valle verde della Mongolia settentrionale, lontano dalle grandi rotte turistiche,
Amarbayasgalant sembra emergere dal paesaggio con la stessa naturalezza delle montagne che lo proteggono. Il suo nome significa “Monastero della Serena Beatitudine”, e difficilmente potrebbe essercene uno più appropriato.
Fondato nel XVIII secolo per custodire le spoglie di Zanabazar, il più importante maestro spirituale della Mongolia, è uno dei pochi grandi monasteri sopravvissuti alle purghe del regime comunista degli anni Trenta. Mentre centinaia di templi venivano rasi al suolo e migliaia di monaci perseguitati, Amarbayasgalant conservò gran parte della sua straordinaria architettura, diventando una delle più preziose testimonianze del buddismo mongolo.
Qui il tempo sembra rallentare. Il vento accarezza i tetti di tegole verdi, le bandiere di preghiera si muovono leggere e il silenzio è interrotto soltanto dal suono profondo delle campane e dai mantra recitati dai monaci. Non è solo un luogo di culto: è un rifugio dell’anima, dove spiritualità, arte e natura convivono in perfetto equilibrio.
Ed è ora di lasciare i nostri fedeli autisti, per provare un’ultima esperienza, un treno locale, che ci porterà nella capitale: la perfetta chiusura del cerchio.
La piccola stazione è nella periferia di un villaggio, nella “zona industriale” dove le ciminiere sbuffano.
Il treno è affollato di vita locale: volti sorridenti, risate, piccoli gesti quotidiani che raccontano un Paese in movimento. L’energia dei passeggeri riempie le carrozze, poi, incredibilmente, con il calare della sera, tutto cambia. Le voci si spengono, gli sguardi si fanno più quieti, e un silenzio quasi surreale avvolge il vagone.
Rimangono soltanto il ritmo delle rotaie e il rassicurante ciuf ciuf del treno che attraversa la notte. Una ninna nanna d’acciaio che accompagnerà il viaggio fino all’alba, mentre fuori scorre un mondo ancora tutto da scoprire.
Nel cuore di Ulan Bator, tra il traffico caotico della capitale e i palazzi moderni che crescono senza sosta, esiste un luogo dove il tempo sembra rallentare: il monastero di Gandantegchinlen, il più importante centro buddhista della Mongolia.
Varcando il grande portale, il rumore della città lascia spazio al suono delle preghiere, al tintinnio delle ruote della meditazione e al profumo dell’incenso.
Qui i monaci, avvolti nelle loro tuniche color zafferano e porpora, continuano una tradizione secolare che ha attraversato invasioni, repressioni e profondi cambiamenti storici.
Il cuore del monastero è la maestosa statua dorata di Migjid Janraisig, simbolo della compassione: alta 26 metri, domina la sala con una presenza quasi irreale. Davanti a lei, i fedeli pregano in silenzio, lasciando offerte e affidando pensieri e speranze a un luogo che rappresenta l’anima spirituale del Paese.
Gandantegchinlen non è soltanto un monumento da visitare, ma un monastero ancora vivo, dove la spiritualità mongola continua a respirare. È un piccolo universo sospeso tra passato e presente: fuori la frenesia di una capitale in trasformazione, dentro il ritmo lento della preghiera e della contemplazione.
Un angolo di pace dove la Mongolia racconta la sua parte più intima, quella fatta di fede, memoria e silenzio.
Un ultima passeggiata sulla piazza principale della capitale, dove si ritrovano sempre persone in abiti tradizionali
Prima di chiudere il mio viaggio in Mongolia, vi voglio parlare del cibo.
La cucina della steppa: il gusto della vita nomade
Prima ancora di assaggiarla, la cucina mongola si comprende osservando il paesaggio. Una distesa sconfinata di prati, montagne e deserto, dove il vento non incontra ostacoli e gli inverni trasformano la steppa in un mare di ghiaccio. In una terra così aspra, il cibo non è mai stato un lusso, ma una questione di sopravvivenza.
Per secoli i nomadi hanno vissuto seguendo le loro mandrie, portando con sé solo ciò che poteva essere prodotto dagli animali: carne, latte e i suoi derivati. È da questa straordinaria capacità di adattamento che nasce una delle cucine più essenziali e autentiche dell’Asia.
La carne domina ogni tavola. Montone, manzo e capra sono gli alimenti quotidiani, mentre nelle regioni più remote si consumano anche cavallo, yak e cammello. Le verdure fanno solo timide comparse: il clima rigido e la brevissima stagione agricola non hanno mai permesso una grande varietà di coltivazioni.
Nelle cucine delle ger, le tradizionali tende circolari dei nomadi, il profumo dei buuz annuncia spesso il pranzo. Questi ravioli al vapore, ripieni di carne saporita, sono il piatto simbolo della Mongolia e accompagnano i momenti di festa così come la vita di tutti i giorni.
Entro nella ger mentre il tè al latte continua a sobbollire lentamente sulla stufa. Attorno a un basso tavolo di legno, le donne sono già al lavoro. Parlano poco, ma non ne hanno bisogno: i loro gesti sono così sincronizzati da sembrare una coreografia imparata fin dall’infanzia.
Con pochi ingredienti (farina, acqua e un pizzico di sale) nasce uno dei piatti più rappresentativi della cucina mongola. L’impasto viene lavorato con energia fino a diventare morbido ed elastico, poi il lungo mattarello comincia a scivolare avanti e indietro. La sfoglia si allarga sempre di più, diventando così sottile da lasciar intravedere le venature del legno sottostante.
Quando sembra impossibile assottigliarla ancora, una seconda sfoglia viene adagiata sopra la prima, leggermente infarinata, e il mattarello riprende il suo incessante lavoro. Ogni passaggio è preciso, misurato, frutto di un sapere antico che non ha mai avuto bisogno di essere scritto. Poi vengono stese ad asciugare
Infine le sfoglie vengono ripiegate su sé stesse e, con un coltello affilato, tagliate in strisce sottili e perfettamente regolari. Un rapido movimento delle dita è sufficiente per separarle: davanti ai miei occhi compaiono decine di lunghi nastri di pasta fresca, pronti a finire in un fumante brodo di montone o saltati con carne e verdure.
La sera, quando il sole scompare dietro l’immensità della steppa e la temperatura cala rapidamente, sono le zuppe fumanti a dominare la tavola. Ricche e sostanziose, preparate con carne, pasta fatta in casa e abbondante grasso animale, sono il comfort food per eccellenza dei nomadi, perfette per affrontare il clima rigido. Io, però, faccio più fatica ad apprezzarle: il loro sapore intenso e la consistenza decisamente untuosa mettono a dura prova il mio palato mediterraneo.
Durante il Naadam, il re dello street food è un altro. I khuushuur, grandi fagottini fritti dal ripieno succoso, sfrigolano in enormi padelle all’aperto. Migliaia di persone li gustano passeggiando tra gli incontri di lotta, le gare di tiro con l’arco e le corse dei cavalli, trasformando il festival in una gigantesca tavola collettiva.
Il viaggio continua nel mondo del latte, autentico tesoro della steppa. Dalle giumente nasce l’airag, latte fermentato leggermente alcolico, bevanda simbolo dell’ospitalità mongola. Accanto ad esso si trovano yogurt, panna, burro e gli aaruul, piccoli formaggi essiccati, durissimi da mordere ma preziosi per la loro capacità di conservarsi per mesi durante le lunghe migrazioni.
I formaggi vengono lavorati e poi stesi al sole
Il burro fa immancabilmente la sua comparsa su ogni tavolo di benvenuto. Di un giallo intenso, dalla consistenza compatta e dal sapore pieno, racchiude tutta la ricchezza del latte degli animali allevati al pascolo nella steppa. Spalmato sul pane o gustato da solo, sprigiona un gusto autentico e sorprendentemente delicato. Per me è stata una vera rivelazione: il cibo migliore assaggiato in Mongolia, semplice ma capace di raccontare, in un solo boccone, l’essenza di questa terra.
Poi arriva il momento del suutei tsai, il tè con latte e sale. Per un visitatore occidentale il primo sorso può sorprendere, ma basta accettare la ciotola offerta da una famiglia nomade per comprenderne il significato. Non è soltanto una bevanda: è un rituale di accoglienza. Rifiutarla significherebbe rifiutare l’ospitalità stessa.
Lo stesso vale per la vodka. Che sia una ricorrenza, una visita o un semplice incontro lungo la steppa, il piccolo bicchiere compare quasi sempre. Il brindisi è un gesto di rispetto e di amicizia: prima di bere, molti mongoli intingono l’anulare nel liquore e ne spruzzano tre gocce verso il cielo, la terra e i quattro punti cardinali, un’antica usanza di buon auspicio. Solo allora si porta il bicchiere alle labbra. Rifiutare il brindisi senza una valida ragione sarebbe considerato poco cortese; accettarlo significa entrare, anche solo per un istante, a far parte della loro comunità.
In Mongolia il cibo racconta molto più di una tradizione gastronomica. Racconta il rapporto profondo tra l’uomo e gli animali, la capacità di vivere in equilibrio con un ambiente estremo e la straordinaria resilienza di un popolo che, ancora oggi, continua a seguire il ritmo antico della steppa. Qui ogni boccone ha il sapore del vento, delle mandrie in movimento e di una libertà che sembra non avere confini.
Durante la cena ripenso alle settimane trascorse in Mongolia. Ai deserti del Gobi, alle montagne del Khangai, alla Valle dell’Orkhon, ai laghi vulcanici, agli yak, ai cavalli e ai chilometri di piste percorse senza incontrare quasi nessuno.
Mi accorgo che il ricordo più intenso non è legato a un luogo preciso.
Sono i volti.
Quelli dei bambini che cavalcano prima ancora di imparare ad andare a scuola. Delle donne che trasformano il latte in decine di prodotti diversi, custodendo gesti antichi tramandati da generazioni. Degli anziani che raccontano una vita scandita dal ritmo delle stagioni. Degli allevatori che ogni giorno affrontano un clima estremo con una serenità che noi, abituati alle comodità e alla velocità del mondo moderno, abbiamo forse dimenticato.
La Mongolia mi lascia così: non soltanto immagini di paesaggi sconfinati, cieli immensi e silenzi interrotti soltanto dal vento. Mi lascia la sensazione di aver incontrato un popolo che ha fatto della semplicità una forza, dell’adattamento una virtù e dell’ospitalità un modo di vivere.
Riparto con la consapevolezza che certi viaggi non si misurano in chilometri percorsi, ma nelle tracce invisibili che lasciano dentro di noi. E la Mongolia, con la sua immensità e la sua umanità discreta, è uno di quei luoghi che continuano a viaggiare con te anche quando hai già lasciato la steppa alle spalle.




















































































































































