I Viaggi di Lauretta

Gli ultimi articoli

Indonesia 🇮🇩 Sulawesi P. 3 -dal Lago Tempe a Pulau Dua

 

Lago Tempe: una notte sospesa sull’acqua, nel cuore del mondo Bugis

Ci sono luoghi che non conquistano per la loro spettacolarità, ma per la loro anima. Luoghi che non cercano di impressionare con panorami grandiosi o monumenti celebri, ma che sanno entrare lentamente dentro chi li visita. Il Lago Tempe è uno di questi.

Nel cuore di Sulawesi meridionale, lontano dalle rotte percorse dal turismo internazionale, questo vasto lago rappresenta da secoli il centro della vita delle comunità Bugis. La sua superficie non è mai uguale a se stessa: durante la stagione delle piogge si espande fino a occupare un’area immensa, mentre nei mesi più secchi si ritira lentamente, modificando il paesaggio e imponendo agli abitanti un continuo adattamento. È un ecosistema vivo, in costante trasformazione, dove l’uomo ha imparato a convivere con i ritmi della natura anziché cercare di dominarla.

Per raggiungere la casa galleggiante che mi ospiterà per la notte, salgo su una piccola barca di legno. Il motore rompe appena il silenzio, mentre ci allontaniamo dalla riva. Davanti a me si apre un paesaggio essenziale, quasi minimalista: acqua, cielo e qualche abitazione sospesa sul lago. Nessuna strada, nessuna automobile, nessuna folla. Soltanto il lento sciabordio delle onde contro lo scafo e le canoe dei pescatori che rientrano con le reti ancora gocciolanti.

 

È un silenzio che sorprende. Non è assenza di suoni, ma una presenza costante fatta del vento, del richiamo degli uccelli acquatici, del fruscio delle canne mosse dalla brezza. 

 

I Bugis sono conosciuti come uno dei più grandi popoli navigatori del Sud-est asiatico. Per secoli hanno attraversato gli oceani a bordo dei loro velieri tradizionali, i celebri phinisi, commerciando tra le migliaia di isole dell’arcipelago indonesiano e spingendosi fino alle coste dell’Australia settentrionale. Il mare ha costruito la loro storia, ma sul Lago Tempe il loro rapporto con l’acqua assume una dimensione completamente diversa.

 

Qui l’acqua non è soltanto una via di comunicazione o una risorsa economica. È casa, strada, luogo di lavoro, memoria e identità. Tutto ruota attorno al lago. La pesca scandisce il tempo delle giornate, mentre il livello dell’acqua decide dove vivere, dove spostarsi e come organizzare la propria esistenza.

Fino a pochi decenni fa oltre cento famiglie abitavano stabilmente queste acque. Oggi ne restano appena otto. I giovani hanno scelto la città, attratti da lavori meno faticosi, scuole migliori e uno stile di vita più moderno. Le case galleggianti sono diventate sempre più rare, custodi silenziose di una cultura che lentamente rischia di scomparire.

 

 


Quando finalmente attracchiamo, salgo sulla piattaforma di legno che sostiene la casa. Ogni passo fa oscillare leggermente il pavimento. Qui nulla è immobile. Anche l’abitazione respira insieme al lago.

 

 


Varcare quella soglia significa entrare nell’intimità di una famiglia.

La porta verde si apre su un unico grande ambiente costruito interamente in legno grezzo. Da una parte sono stesi alcuni materassi direttamente sul pavimento, che durante il giorno vengono impilati per lasciare spazio alle attività quotidiane. Dall’altra si trova la cucina, vero cuore della casa. Pentole annerite dal fuoco, stoviglie essenziali, utensili appesi alle travi e pochi mobili consumati dall’umidità raccontano una quotidianità fatta di semplicità assoluta.

Non esistono pareti vere e proprie: soltanto assi di legno, travi e un tetto di lamiera che lascia filtrare ogni suono proveniente dall’esterno.

Non c’è nulla di superfluo.

Ogni oggetto ha una funzione precisa. Ogni spazio è sfruttato con intelligenza.

 

 

La padrona di casa mi accoglie con un sorriso timido ma sincero. Mi osserva con curiosità. Arrivare fin qui significa entrare, anche solo per poche ore, nella vita di persone che raramente ricevono visitatori stranieri.

 

La cena viene preparata senza fretta.

 

I piatti arriveranno tutti insieme: riso bianco fumante, pesce pescato poche ore prima e fritto fino a diventare dorato e croccante, verdure raccolte nei dintorni del lago, frittelle, sambal dal piccante deciso e un piatto tradizionale a base di cocco.

Sono sapori semplici, intensi, privi di qualsiasi artificio.

Ogni ingrediente proviene da ciò che il lago e la terra circostante offrono quotidianamente. È una cucina nata dalla necessità, ma capace di raccontare meglio di qualsiasi guida turistica la vita delle famiglie bugis.

Un po’ di relax

 

il bagno

 

 

Il sole, intanto, inizia lentamente a scendere.

 

Il Lago Tempe cambia volto nel giro di pochi minuti.

L’acqua si colora di sfumature color rame e oro liquido, mentre il cielo si incendia riflettendosi sulla superficie perfettamente immobile. Le canoe rientrano una dopo l’altra. Le reti vengono sistemate con gesti ripetuti migliaia di volte. Le case galleggianti sembrano sospese tra i canneti, come se appartenessero a un’altra epoca.

La luce si spegne lentamente.

Poi arriva il buio. Un buio autentico, quasi dimenticato.  Non esistono lampioni, insegne luminose o finestre illuminate. Soltanto la luna che disegna un sentiero argentato sull’acqua e, in lontananza, le piccole lampade dei pescatori che continuano il loro lavoro notturno.

Il silenzio cambia ancora.  Si sentono il frinire incessante degli insetti tropicali, il richiamo degli uccelli notturni e il lieve sciabordio dell’acqua contro i pali della casa. Ogni tanto il legno scricchiola, ricordando che l’intera abitazione galleggia lentamente. Qui il tempo sembra perdere significato.  Non esistono orologi, appuntamenti o notifiche.

Esistono soltanto la notte, il lago e le persone che lo abitano.  Dormire su una casa galleggiante significa rinunciare a ogni comodità moderna: niente letto, niente bagno come lo intendiamo noi, nessun lusso.    Eppure è proprio questa essenzialità a rendere l’esperienza straordinaria.

 

Per una notte condivido la quotidianità di una famiglia che continua a vivere seguendo il ritmo dell’acqua, delle stagioni e della pesca, proprio come hanno fatto i loro antenati per generazioni.

All’alba vengo svegliata dalla luce che filtra tra le assi di legno.   Esco all’esterno aspettandomi di ritrovare il panorama della sera precedente.

 

Invece qualcosa è cambiato.   Durante la notte le piattaforme galleggianti, ancorate ma comunque libere di muoversi lentamente spinte dal vento e dalle correnti, si sono spostate.

I vicini di casa non sono più dietro la nostra abitazione. Ora sono davanti.

 

 

 

È un dettaglio apparentemente insignificante, ma racconta meglio di qualsiasi spiegazione quanto qui tutto sia fluido, mobile, in continua trasformazione. Sul Lago Tempe non è la terra a determinare la posizione delle persone: è l’acqua.

Le canoe riprendono a scivolare silenziose. I pescatori sono già al lavoro. Le donne preparano la colazione mentre i bambini osservano incuriositi gli ospiti.

 

 

 

 

La vita ricomincia esattamente come il giorno prima.  Senza fretta.  Senza rumore.  Senza bisogno di dimostrare nulla.

Quando risalgo sulla barca per lasciare il villaggio galleggiante provo la sensazione di aver visitato non tanto un luogo, quanto un modo diverso di concepire l’esistenza.  Per una notte non sono stata una semplice turista.

 

 

Sono stata un’ospite privilegiata di un mondo fragile, autentico e sempre più raro. Un mondo che resiste silenziosamente all’avanzare della modernità, custodendo una cultura antica fatta di acqua, pesca, condivisione e straordinaria capacità di adattamento.

Mentre la barca si allontana e le case galleggianti diventano piccoli punti all’orizzonte, il Lago Tempe torna lentamente a confondersi con il cielo.  Ed è allora che comprendo come i luoghi più memorabili non siano necessariamente quelli più spettacolari.   Sono quelli che, senza fare rumore, riescono a cambiare il nostro modo di guardare il mondo.

 

A pochi minuti di barca da Bira, Liukang Island è una piccola isola che racchiude tutta la bellezza del mare di Sulawesi.

Sabbia bianca, acqua cristallina e una barriera corallina ricca di vita la rendono una meta perfetta per lo snorkeling.

Qui non ci sono resort o folle di turisti, ma solo un piccolo villaggio di pescatori, un paio di semplici Guesthouse e il ritmo lento della vita isolana. È uno di quei luoghi dove il tempo sembra fermarsi e la natura è ancora la vera protagonista.

 

Una ragazza sta tessendo a mano su un telaio tradizionale.

 

E si riparte per Bira

 

 


La strada che da Bira conduce a Makassar è un viaggio nella Sulawesi più autentica. Lungo il percorso si susseguono villaggi costieri dove i raccoglitori di alghe lavorano con pazienza,

 

 

le saline brillano sotto il sole

 

 

e gli abili artigiani danno vita ai grandi phinisi, le tradizionali imbarcazioni di legno costruite ancora oggi con tecniche tramandate da generazioni.


 

 

Più che un semplice trasferimento, è un itinerario che racconta il profondo legame tra gli abitanti di questa terra e il mare, custode di antichi mestieri e tradizioni ancora vive.

Un volo di poco più di un’ora porta da Makassar a Luwuk, nella Sulawesi Centrale: da qui partirò alla scoperta delle Isole Banggai.

Ma, prima, ci sono alcuni luoghi da esplorare.

La strada attraversa risaie, villaggi e colline ricoperte di vegetazione tropicale, finché il rumore dell’acqua prende il posto del traffico. La Air Terjun Piala (chiamata anche Cascata Piala) appare quasi all’improvviso, incastonata nella foresta, dove l’umidità profuma di terra e foglie. L’acqua precipita tra le rocce formando pozze color smeraldo, rifugio dal caldo del Sulawesi. Non è un luogo costruito per il turismo di massa, ma uno spazio vissuto soprattutto dagli abitanti della zona, che vi si ritrovano per fare il bagno o trascorrere qualche ora all’ombra.

 

Lasciamo Luwuk alle spalle e imbocchiamo la strada che corre verso Balantak, lungo la costa orientale del Sulawesi. Bastano pochi chilometri perché la città scompaia e il paesaggio cambi completamente.

La strada si infila tra colline verdissime,

 

 villaggi


 

e tratti di foresta, per poi tornare a sfiorare il mare. Qua e là compaiono le case dei pescatori, semplici abitazioni affacciate sull’acqua,

 

Più ci allontaniamo da Luwuk, più la sensazione di essere entrati nella Sulawesi autentica diventa forte. Il traffico diminuisce, i villaggi si fanno più piccoli e la natura prende progressivamente il sopravvento. Tra le montagne ed il mare, nei villaggi l’economia profuma di terra: cacao, cocco e chiodi di garofano, i piccoli boccioli che, una volta essiccati al sole, diventano una delle spezie più preziose dell’arcipelago indonesiano.

 

 

Dopo alcune ore raggiungiamo Kampangar, il punto da cui si lascia la terraferma. Davanti a noi il mare si apre e, all’orizzonte, cominciano a distinguersi le sagome verdi di Pulo Dua.

Dormire nei semplici  bungalow in legno, costruiti sulla sabbia e affacciati sul mare, immersi tra alte palme da cocco ti fa vivere un’atmosfera  autentica e informale, tipica delle piccole isole indonesiane.

 

 

 

Da qui bastano pochi minuti di barca.

 

 

Di fronte alla costa di Pulau Dua, nel mare di Sulawesi, emergono due isole che sembrano raccontare due versioni dello stesso tropico.

La prima è un bastione di verde: una massa compatta di foresta che scende verso il mare, con le pendici ricoperte da una vegetazione così fitta da lasciare intravedere appena la roccia sottostante. Vista dalla costa, appare quasi intatta, una presenza silenziosa che interrompe l’orizzonte.

Purtroppo, le strutture ricettive che un tempo accoglievano i turisti non sono sopravvissute alla pandemia del 2020: oggi sono abbandonate, silenziose e lentamente riconquistate dalla natura.

 

La seconda isola riserva una sorpresa. Il verde tropicale lascia spazio, in alcuni tratti, a un paesaggio asciutto e quasi desertico, dove la roccia affiora sotto il sole e la vegetazione si fa rada. È un ambiente insolito per un’isola equatoriale: più che una foresta oceanica, per certi versi ricorda un paesaggio arido scolpito dal vento e dalla luce.

Una scalinata attraversa questo versante dell’isola e sale verso un punto panoramico. I gradini seguono il pendio come una sottile linea chiara nella vegetazione, mentre ad ogni salita il panorama si dilata. Sotto, il mare passa dal turchese trasparente delle acque basse al blu intenso del largo; davanti, l’altra isola emerge dalla superficie come una montagna verde.

 

 

Dall’alto, la geografia di Pulau Dua si rivela in tutta la sua forza: due isole vicinissime, eppure così diverse nella loro fisionomia. Una dominata dal verde, l’altra segnata dal contrasto tra foresta e aridità. Intorno, soltanto il mare e l’orizzonte.

È questa alternanza a rendere il paesaggio straordinario. Qui il tropico non è una distesa uniforme di palme e spiagge bianche, ma un mosaico di microambienti modellati dalla roccia, dal sole, dal vento e dall’acqua.

 

 

 

Per qualche istante, Pulau Dua appare per quello che è davvero: un piccolo laboratorio naturale sospeso nel mare, dove in poche centinaia di metri convivono foresta tropicale, paesaggio arido, roccia e oceano.


 

 

 

Poco lontano spiagge deserte, dove splendide conchiglie arredano un tappeto di sabbia scura

 

 

Ed è ora di partire alla scoperta delle Banggai.
Da Luwuk mi imbarco su un ferry che, in circa tre ore e mezza di navigazione, mi porterà verso questo remoto arcipelago indonesiano, tra isole tropicali e acque cristalline.

Ma tutto questo ve lo racconterò nel mio prossimo blog.
Stay tuned!

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *