Costa d’Avorio

 

Terra rossa e foreste, terra rossa su alberi con foglie rosse, terra rossa e mare, terra rossa e cielo, terra rossa e terra rossa. Benvenuti in Costa d’Avorio.  

 

La strada verso il confine direzione Man è sterrata, altri 100 chilometri  di sabbia rossa che si infila ovunque, e solleva nebbia polverosa.

 

 

Amo attraversare questi confini, decisamente fuori dalle rotte del turismo, ti ritrovi un pugno di case di paglia, nessuno in coda, e non parlo solo di turisti bianchi, che non incrocio da un bel po’ di tempo, ma neanche gente locale. I poliziotti escono tutti dai gabbiotti o dal loro torpore post colazione e incuriositi ti pongono domande su domande. Le procedure sono lente, molto lente, e ci si chiede perché, se non c’è nessuno, se siamo le uniche persone della giornata, perché ci vuole tutto quel tempo! Me ne accorgerò quando mi ridaranno il mio passaporto: avrò ben 2 timbri d’entrata. Ho visto che il mio documento passava da una mano all’altra, con i soliti commenti sull’Italia, sempre positivi e che lanciano discussioni tra colleghi su chi conosce più calciatori e squadre. E poi mi viene detto : “ok, aspetta fuori”. Ed il tempo passa, con il poliziotto che esce e va a farsi un giro. Poi torna, riapre il passaporto, e così per un tempo infinito. Mi piace osservare questi ritmi lenti, questo modo di vivere la vita, senza sveglia, con il richiamo dello stomaco quando è ora di mangiare o quello del buio quando è ora di dormire o fare altro, visto che anche qui la fecondazione è scatenata, e, come direbbe Woody Allen « spermatozoi, preparatevi all’attacco »! 

 

A Man si va principalmente se si ama la montagna ed il trekking tra la natura verdeggiante. Non immaginate le montagne nostre, italiane, si tratta piuttosto di alte colline, che circondano questa cittadina, che non ha granché per piacere al turista. L’Hotel les Cascades domina la cittadina ed e’ la nota internazionale, con piscina e ristorante, per chi vuole il confort. Per il resto le due strade principali sono asfalto datato, polvere e banchetti di patate dolci e banane. Ed un miraggio, all’improvviso, una Boulangerie / Pâtisserie di tutto rispetto, dove, tra pareti bianche ed aria condizionata, si può gustare un’Opera o una Tropezienne, degne dei loro autorevoli nomi. Scusate, ma per un attimo, dopo due mesi e mezzo di viaggio, mi sono sentita rifocillata come a casa!! 

 

 

La strada dopo Guiglo verso il Parc National di Tai è tutta sterrata. A Guiglo ci fermiamo per pranzo e per la cambusa, ormai sull’orlo dell’anoressia, ma non sarà facile: banane, ananas e patate dolci, qualche spicchio d’aglio (che da solo non serve un granché…..almeno ci fossero delle acciughe ….sogno delirante di bagna cauda!). La carne ha un colore strano per noi….. quel marrone che tende al viola con striature prugna e l’odore lo lascio alla vostra immaginazione. E pensare che la cittadina è abbastanza grande. 

E, proprio accanto al macellaio, guarda caso, c’è “la farmacia”, lo speziale, il droghiere, colui che ha già pronta li’, nei magici sacchetti di plastica da immondizia, la cura miracolosa che ti farà rispuntare i denti in men che non si dica, o guarire dalla prostata e farti diventare il nuovo Rocco Siffredi. Le Docteur Arouna cura tutti i mali del cuore, anche le sfortune d’amore e trasformerà tua moglie appesantita ed ingrigita dopo quarant’anni di matrimonio in una Charlize Teron, ed il vostro maritino bolso e panciuto in un bel ragazzotto aitante e generoso!

Questa è l’Africa vera, è il posto dove primeggia il verde con la sua imponente flora,  la foresta pluviale. Il clima è terribile, un gran caldo  con un fortissimo tasso di umidità (fino al 90%), e, considerando che viaggiamo senza aria condizionata, questo significa giorni e giorni sotto una cappa che rende stanchi e spossati, i vestiti sono sempre madidi e non asciugano, gli occhiali si appannano…..

Alle 8 del mattino i villaggi si svegliano. I ristoratori iniziano a tirar fuori gli utensili per preparare il piatto del giorno, per quei pochi eletti che se lo potranno permettere. 

E poi villaggi, tra polvere e frutti del cacao (la Costa d’Avorio è il primo produttore ed esportatore al mondo di cacao) stesi ad asciugare e la gente, meravigliosa in questi posti sperduti, non intaccati dalla falsa illusione che anche noi contribuiamo a creare e che porta malignità e violenza nei centri urbani. Gente semplice, con lo sguardo dolce e buono, la spontaneità che ti verrebbe voglia di abbracciare. Popolazioni fiere e ospitali, con quel sorriso sincero che un po’ abbiamo dimenticato. 

 

Finalmente questa notte la pioggia è arrivata! Non lo dico certamente per me, ma per gli abitanti di questa parte di Costa d’Avorio lontana da tutto. La siccità (siamo nella stagione secca) è diventata insopportabile, le strade sono polverose e l’aria irrespirabile. Certo che per noi sarà un problema in più. La strada cambia, le buche sono piene d’acqua e non si vede la profondità, i rami degli  alberi intorno scaricano il loro peso di acqua melmosa sui nostri finestrini chiusi, la temperatura interna sale e l’odore acre di terra bagnata invade lo spazio intorno. La strada diventa cinquanta sfumature di melma. Il camion saltella da una pozza all’altra, si struscia come un’elefante giocoso, mentre io, seduta tra le ultime file, spero che almeno il massaggio energico faccia bene per la cellulite, visto che la schiena chiede venia. Non riusciremo ad entrare nel parco: malgrado non ci sia nessuno in questo momento, ci viene detto che l’entrata è stata limitata a poche persone al giorno, che devono tassativamente stare nel parco almeno due notti con un costo base di 600€….Non si capirà se è un tentativo di estorsione di denaro o la verità, comunque, poiché siamo un folto gruppo con un tempo veramente stretto, siamo costretti a malincuore a partire senza vedere i famigerati fratelli scimpanzé e gli ippopotami pigmei. Ma il lungo viaggio ha comunque permesso di vedere quella parte di paese che amo, quella dove la gente ti saluta e corre a vedere lo scatto furtivo del cellulare. E ride, e chiama l’amica ….. certo, saremo l’argomento delle loro conversazioni per un bel po’. Mariam lavora nel banchetto: pesce e banane, tutto rigorosamente fritto. Mariam ha 33 anni e sette figli, l’ultimo, in casa con la più grande, ha  9 mesi. Quando le chiedo: “sei incinta? “, mi risponde: “no, cioè, non lo so. Ho già sette figli. E si sfiora la pancia sperando non sia cresciuta ancora”. 

E poi vedo uno strano bidone con fuoco acceso: mi si avvicina lui, Brahima, e con grande orgoglio mi dice : “benvenuta nella mia fabbrica di sapone”. Stupendo! 

 

 

Ma non è finita: quando mancano una trentina di chilometri a Tabou, inizio della litoranea, dove comunque non c’è da aspettarsi una strada normale, una lunga coda di camion ferma…..la caduta di un ponte, 6 giorni fa, ha bloccato la strada. Gli interventi sono ancora in corso, ma siamo fortunati perché la deviazione sarà pronta fra qualche ora (in realtà staremo fermi dalle 10:00 alle 18:30……tempi africani!). Mamadou riesce ancora a sorridere, dopo 6 giorni in mezzo al nulla. Trasporta cacao ed è contento di chiacchierare un po’ .“Nessun telefono funziona qui, non posso avvisare il mio capo, spero che l’informazione sia passata da villaggio a villaggio e lui ne sia al corrente. Io devo lavorare, ho quattro figli”. 

Da San Pedro ci viene consigliato di prendere la strada interna e non la litoranea, per andare verso sud, più lunga, ma in stato meno comatoso. Poi, all’improvviso, sotto una calura ottima per far grigliare il parmigiano sulle lasagne, una ventata di polvere rossa ci fa capire che la strada torna arida e così anche il massaggio sarà più duro, e il tempo infinito. 

Ci vorranno altri 600 km per Abijian. Ci è stato vivamente consigliato di prendere la più lunga via verso il centro, perché molto più accessibile. In realtà i primi duecento chilometri saranno comunque di strada sterrata e quando finalmente arriverà l’asfalto…. rimpiangeremo lo sterrato! 

Finalmente l’ultimo tratto verso Abijian è un’autostrada a due corsie ….quasi un miraggio 

 

“Vous avez un cadeau pour moi?”: “Hai un regalo per me?”. Siamo arrivati sulla costa. Non appena finisce la strada sterrata, e ci si avvicina ai luoghi turistici, la gente cambia, tutta la gente cambia. 

La Costa d’Avorio è un paese ricco, è il maggior produttore ed esportatore mondiale di cacao, di anacardi, di olio di palma ed il terzo di caffè, solo per citare alcuni prodotti di cui dispone. E’ ricco, inoltre, di grandi quantità di minerali: diamanti, manganese, nichel, bauxite e oro. Nonostante possieda una delle economie più prospere dell’Africa, è molto fragile. Ci sono dinamiche che   davvero mi sconvolgono: da una parte la Costa d’Avorio è tra i primi sei paesi per provenienza dei migranti che sbarcano sulle coste del Mediterraneo, in particolare in Italia, dall’altra è un paese con una fortissima immigrazione, soprattutto dai paesi vicini, primo fra tutti il Burkina Faso. Mi è stato detto che oltre il 25% della popolazione è straniero e negli ultimi anni è aumentata la povertà.

Era da un po’ che non mi capitava. “Voglio venire in Italia, mi paghi il viaggio?”. “a fare cosa?” “Voglio una bella macchina, ed un i-phone, in Italia tutti hanno una bella macchina ed un iPhone”. “Chi te lo ha detto?”. “I calciatori hanno tutto, voglio fare il calciatore in Italia!”. “Quanti anni hai?” “31!”…. “ed ora cosa fai?” “Qui non faccio nulla, voglio giocare nella Juventus o nel Real Madrid”.  “Ma non pensi di essere un po’ vecchio per iniziare una carriera da calciatore?”. “Qui non ho nulla da fare. Mi paghi il viaggio, se non posso fare il calciatore voglio andare all’università, in Italia”. “E cosa vorresti studiare?”. “Qualsiasi cosa mi faccia guadagnare tanti soldi. Portami, dai, viene anche lui, il mio amico, Kouassi. Anche lui come me vuole fare il calciatore. Quanto costa il tuo iPhone in Italia? ». Au Revoir, les garçons, arrivederci ragazzi e buona fortuna.

Un proverbio di uno dei maggiori gruppi etnici  della Costa d’Avorio, dice che «lo straniero ha gli occhi grandi, però vede poco». Noi partiamo per un luogo « esotico » con l’idea di voler conoscere il paese: ma quando si solleva la barriera del villaggio del Club Méditerranée, non andiamo oltre. Il turismo internazionale arriva lì, in un contesto di natura addomesticata, quasi piegata alle leggi del bello apparente a tutti i costi, ed è uno scandalo se il caffè non ha lo stesso aroma di casa. E così la maggior parte dei turisti si concentra su quel pezzo di sabbia di poche decine di metri,  che viene pulito e tirato a lucido ogni giorno per essere pronto allo scatto da immortalare la vacanza nell’Africa Nera. Francamente, se si va a  Cinecittà e si usa uno sfondo di un set cinematografico, si evita un lungo volo e costa sicuramente meno.

Esteticamente parlando Abijian non ha alcuna armonia: è detta la New York dell’Africa per la sua architettura verticale, la vibrante energia, il suo dinamismo e gli immensi quartieri in continuo mutamento ed in espansione. Ma non ho francamente avuto nessun colpo di fulmine, tra il caos disordinato del centro a tutte le ore, e l’afa pesante, quel caldo che si sprigiona in una nuvolosa giornata umidiccia e ti toglie le forze. Ma l’esperienza più traumatica è senz’altro fare un giro sul Gbaka, un minibus (Toyota, Mitsubishi o Isuzu), che teoricamente dovrebbe portare 18 persone. La particolarità è quella di avere un giovane che ha il doppio ruolo di ricerca clienti e controllo biglietti che, in bilico sulla portiera della vettura, cerca di attirare i clienti gesticolando e facendo acrobazie che gli valgono il nome di “balanceur”. Questo perché la velocità dei conducenti di gbada è folle, “Gli attaccanti” (sono chiamati così gli autisti dei minibus) schiacciano l’acceleratore e partono nella loro guida anarchica. Tra clacson assordanti, tubi di scappamento delle auto che rendono l’aria irrespirabile e gli odori nauseanti dell’immondizia, la ribellione all’ordine, come modo di vita. Da sconsigliare vivamente a chi ha problemi cardiaci, d’asma o di reni. 

 

 

Ed ecco la bella Moschea di Abidjan. Scusate se la foto è storta….in realtà, dopo aver visto che avevo tagliato un pezzo, mi stavo accingendo a fare un secondo scatto, quando….”Donna, copriti con il velo. È la legge”. Mi volto, un giovane, forse 35, massimo 38 anni. “Sto solo facendo una foto alla vostra bellissima moschea”. “Devi coprirti con il velo. Devi coprirti tutta, sei una donna. Vai contro la legge”. “Scusa? io sto camminando per strada in un paese dove un terzo della popolazione è mussulmano, un terzo cattolico ed un terzo ateo o religioni minori. Quella sarà la Tua legge dentro la Tua casa! Pur essendo io assolutamente Atea, se vedo una cosa bella la fotografo, per condividerla con i miei amici, non m’importa il resto, la bellezza è universale”. “Tutte le donne devono coprirsi!”. Me ne vado, lo fulmino con gli occhi iniettati di sangue e quella grande rabbia dentro di non poter urlare quello che penso. 

Alcune ore più tardi, quando arriverò a Grand Bassam, iscritto dall’Unesco nel 2012 nella lista dei siti patrimonio dell’Umanità per i suoi edifici in stile coloniale, ad appena una quarantina di chilometri da Abidjan, il proprietario di un hotel mi dirà che il turismo si è drasticamente ridotto, anche dopo l’attacco del 13 marzo 2016 da parte di tre uomini armati di Kalashnikov, vestiti con abiti casual e passamontagna, poco distante dal nostro  hotel.

“Esigevano che le loro vittime urlassero Allah Akbar (Dio è grande), prima di sparargli”. Un orrore che è costata la vita a 19 persone. 

Grand Bassam è spesso meta di funzionari governativi e dipendenti delle tante aziende francesi che hanno sedi nella capitale, soprattutto durante il fine settimana. Ma il turismo vero stenta a riprendersi. 

Ed eccomi un sabato mattina camminare nella parte vecchia di Grand Bassam, un posto davvero particolare. Sono l’unica turista alle nove del mattino che girovaga per le stradine della vecchia Grand Bassam, tra splendidi esempi di edifici coloniali con quella decadenza che profuma di passata gloria.

 

Sento intorno degli sguardi sereni, la gente saluta cortesemente ed è davvero piacevole scambiare due chiacchiere con i locali. Thierry è un meraviglioso esempio. Quando gli chiedo da quanto è tessitore mi risponde: “da sempre, ho iniziato che avevo 10 anni, mio padre faceva questo e mio nonno pure”….. lancio un’occhiata e lui pronto: “anche mio figlio lo farà. È la nostra vita”. Quanto orgoglio e quanta dignità!

 

Alex è nato in Burkina Faso, ma vive qui da dieci anni. È uno scultore. “Qui è più facile, e poi c’è il mare….”

E che dire di Coco, che crea disegni stupendi da un lenzuolo bianco….

Un matrimonio in corso tra damigelle orgogliose e sposo sorridente davanti ad uno scatto furtivo. 

Appena fuori città si susseguono gli hotels vista mare. Il Koral Beach è una chicca. La proprietaria americana è un’appassionata d’arte e tutto l’hotel sembra una galleria, a partire dalla hall fino al bel giardino che circonda la piscina, con vista mare. 

 

E, ad un chilometro circa,  Capriccio, un Hotel, la cui proprietaria è una deliziosa signora romana. Anche qui vista mare, piscina e cucina casalinga. Un Hotel con ottimo rapporto qualità prezzo e notti cullate dalla dolce musica delle onde che si infrangono.  E lei, la proprietaria, magica, che ti fa ricordare il calore di casa!

E se avete nostalgia o voglia sfrenata di shopping, non quello uso e getta, quelle strane cose locali che costano poco, ma poi vi rendete conto che in Italia sono immettibili……ebbene c’è una meravigliosa boutique di una signora Italiana, che  compra stoffe in tutto il mondo e crea deliziose mises. Anna vi aspetta al Boblin’s Reves (Hotel Boblin La Mer).

 

Una cinquantina di chilometri a sud di Grand Bassam si raggiunge Assinie, la Saint Tropez della Costa d’Avorio. Il weekend è il ritrovo mondano per eccellenza , il jet set di Abidjan apre   la casa o si precipita nell’hotel di tendenza.

Situata tra la laguna e l’oceano questo paradiso balneare è un’oasi di pace, o di mondanità scatenata….a voi la scelta!

La spiaggia è lunghissima, con dietro le palme che incorniciano il quadro.

 

Il ritorno in una terra francofona, per gli amanti del cibo, significa anche pane, fresco, odoroso, fragrante, gioia pura per le papille, da sgranocchiare anche da solo, e riempirsi i polmoni di quel profumo che solo lui può dare. 

Se poi gli si aggiunge il Kedjenou, un ragù di un delizioso stufato (di carne o di pollo) con olive, carote e funghi, il risultato è sublime! 

Ma la tradizione povera, la cucina di strada o dei ristoranti tipici africani, vuole piuttosto che questi sughi siano accompagnati dall’ Attieke’, il couscous africano fatto con la manioca. 

Mangiare con le mani e condividere quello che si sta mangiando sono le basi della cultura ivoriana.

La Costa d’Avorio è il paese di origine dei maquis, i ristoranti di strada nei quali si ritrovano gli abitanti delle città dell’Africa occidentale, ma non solo:  io sono una grande amante di ogni tipo di street food e ora non ho che l’imbarazzo della scelta. Mentre mi gusto qualche delicatezza locale, vi do’ appuntamento in Ghana. 

 

Ciao ciao!!!

 

4 pensieri riguardo “Costa d’Avorio

  • 31 Gennaio 2019 in 19:39
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    Straordinario articolo su un paese quasi sconosciuto alla maggior parte delle persone, sei riuscita perfettamente a rendere i colori, i sapori, i profumi e gli odori, la vita e l’umanità vibrante e vitale di questo pezzo d’Africa, sei grandissima amica mia, come sempre!

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    • 1 Febbraio 2019 in 22:00
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      Sono molto contenta se riesco a portarti con me in Africa, almeno con le parole!

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  • 6 Febbraio 2019 in 09:57
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    Grazie magica Lauretta, è stato un piacere conoscerti e non lo dico solo per cortesia. Qui dicono che sono solo le montagne che non si ri-incontrano mai, perciò a presto. Ciao

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    • 6 Febbraio 2019 in 14:10
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      Concordo con te, spero davvero di rincontrarti in questo piccolo mondo.

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