Kosovo e Albania

KOSOVO

La guerra del Kosovo, tra  il 1996 ed il 1999, fu un conflitto armato che scosse l’Europa intera. Provincia autonoma della Serbia, il Kosovo, dopo la morte di Tito e la nascita dei vari nazionalismi, vide crescere il malcontento della popolazione (gli albanesi erano la maggioranza) che sognava l’indipendenza e l’autonomia. Slobodan Milosevic, a capo del governo serbo, cercò di reprimere le belligeranze, mettendo nei posti chiave amministrativi, persone e fedeli alla Serbia. La popolazione di etnia albanese mise in atto una dura campagna di resistenza, che durò fino al 1996, quando furono proprio i separatisti albanesi a compiere atti di terrorismo contro le entità statali. Nel 1999 la NATO intervenne contro la Serbia. Con una media di 600 raid aerei al giorno, un numero folle di rifugiati kosovari (800.000?) scappò verso la Macedonia e l’Albania. Conseguenze della guerra: 13.000 civili kosovari uccisi dalle forze paramilitari serbe, circa 6000 caduti tra i combattenti albanesi. Alla fine della guerra i rifugiati albanesi ritornarono, ma comincio’ un nuovo esodo, quello serbo. Il 17 febbraio 2008 il Kosovo dichiarò unilateralmente la propria indipendenza da Belgrado. Oggi è una repubblica parlamentare, riconosciuta da 113 stati membri dell’ONU. Ma, mentre la Serbia impone la propria autorità, i rancori etnici e religiosi sopravvivono: l’odio profondo tra serbi e albanesi non si placa. Viaggiando in Kosovo le affinità con il Paese delle Aquile (l’Albania) sono moltissime, a cominciare dalla lingua, il gheg che è una variante dell’albanese utilizzata nel nord del paese.

La strada che da Skopje porta a Pristina è un’incredibile autostrada, inaugurata pochi  mesi fa (fine maggio 2019), con un ponte lunghissimo. L’autostrada (circa 60km) è incredibilmente vuota.

Oggi il piccolo stato (poco più grande dell’Abruzzo) è un paese destabilizzato: politici corrotti, criminalità organizzata, con molti malviventi protetti da organizzazioni Internazionali: molti kosovari hanno lasciato il loro paese e dai circoli inglesi, o frequentando banche tedesche o austriache, gestiscono i traffici internazionali di contrabbando, droga, prostituzione ed armi. Pare che lo smistamento dell’eroina che attraversa l’Adriatico, direzione mercati Europa occidentale, avvenga tra Pristina, Tirana e Podgorica. In una calda domenica di agosto la città sembra semi abbandonata, nessun segno di pericolo o paura di andare  a zonzo, per carpire se effettivamente il malaffare si decide qui. Nulla di tutto questo, sembra più un paesone senza pretese.

Prima di arrivare a Pristina il Monastero di Gracanica è uno splendido esempio di architettura medievale. Un sito Unesco World Heritage, appartenente alla Chiesa Ortodossa Serba. 

 

Il giorno della dichiarazione d’indipendenza, il 17 febbraio 2008 è stato eretto il monumento Newborn

 

Un simbolo di Pristina è la Biblioteca Nazionale del Kosovo “Pjeter Bogdani”, un particolarissimo edificio con guglie di ferro e 99 cupole bianche di dimensioni diverse, uno strano stile “bizantino” totalmente ricoperta da una rete di metallo. 

 

Il lungo viale pedonale è scarno e sembra quasi abbandonato in una domenica estiva. Arrivati alla piazza Sheshi Skenderbeu, appare la maestosa statua dell’eroe della resistenza albanese all’avanzata turca, rappresentato in sella ad un cavallo, 

La parte “vecchia” della città è oltre il ponte,

anche se non c’è nulla di particolarmente interessante a parte le tante chiese che fanno capolino in mezzo a case insignificanti.

 

Pristina non è una bella donna, ma cela quel non so che di mistero e ti verrebbe voglia di fare domande su domande per carpire qualche segreto, ma qui nessun parla: la gente ha imparato a sorridere e non rispondere con quella delicatezza che non osi insistere, quasi le verità celate fossero brutte sorprese. Già, l’atmosfera di Pristina, così silente, con l’aria che diventa improvvisamente pesante e quelle piazze semi deserte, dal sapore acerbo. Riprendo il ponte di ritorno, dove migliaia di lucchetti sono legati saldamente. “Ah, anche qui il simbolo d’amore eterno?”.    “Speranza, tanta speranza!” mi risponde sottovoce la guida, kosovara. Non oso chiedere altro.

 

 

Lascio il Kosovo misterioso, quel confine fisico che incontra il confine immaginario …..mi torna in mente quando lessi, pochi anni fa, di una giovane ragazza kosovara che diceva: “da bambina correvo fuori a vedere gli uomini armati in uniforme  della Kfor che passavano per strada”. Sono passati così pochi anni, la terra che sto calpestando è ancora intrisa della violenza della guerra ma io non percepisco nulla, solo il silenzio pesante  di un’afosa  domenica d’agosto.

Torno un giorno a Skopje per poi partire per L’ Albania.

 

ALBANIA

Lo ammetto, Tirana non è stata un colpo di fulmine. Malgrado l’Hotel, centralissimo , ho fatto fatica ad innamorarmi della città, che da sola ospita un terzo degli abitanti dell’Albania. La brutta periferia di edifici grigio piombo (anche sotto uno splendido cielo blu),  porta verso il centro, piuttosto anonimo.

 

La grande immensa piazza senza fronzoli,  che verrà presa d’assalto a Capodanno, la festa più amata dell’Albania, l’unica festa del periodo di Natale

Un Bunker in cemento armato costruito negli anni 50 contro una possibile invasione, è stato trasformato in un museo di arte e storia. Un progetto lanciato dal governo locale per rivalutare vecchi edifici della dittatura di Hoxha.

Una lunga camminata silenziosa vi porta attraverso il tunnel scavato come rifugio in caso di attacco nucleare: il dittatore negli anni settanta temeva un’invasione straniera. Oggi è un luogo storico che ripercorre le vicende più importanti della dittatura.

Lasciata alle spalle la periferia trasandata della capitale, e prendendo la via verso l’interno del paese, ci si rende conto che una grossa parte della popolazione vive  ancora in un ambiente rurale, fatto di tradizioni ataviche. Il paese delle aquile deve forse questo soprannome ad un’antica leggenda che narra che un giovane cacciatore salvò un cucciolo di aquila da un serpente. L’aquilotto crebbe ma rimase sempre con il giovane, guardandolo dall’alto e guidandolo.

La sua forza ed il suo coraggio gli valsero il nome di figlio dell’aquila e la sua terra divenne la terra delle aquile.

Città tutelata dall’unesco, Berat è nel cuore del Paese. “la città delle mille finestre” è un presepe di costruzioni bianche con tetti marroni, che adornano le pendici dei monti circostanti. La città ha avuto la fortuna di essere definita dal dittatore città museo ed è stata dunque risparmiata da quella distruzione cui sono stati sottoposti altri luoghi in Albania. Il dittatore comunista Enver Hoxha voleva ricostruire un paese moderno, dopo aver distrutto ogni testimonianza storica.

La città ottomana di Berat è una chicca, da gustare ad ogni ora del giorno, tra vecchie vie a scalinate che portano alla bellissima cittadella, testimonianza dell’influenza bizantina. Ed è interessante varcare i ponti che attraversano il fiume Osum che crea una suggestiva gola.

Una insolita passeggiata tra chiese di vari credo, nell’attesa dei suggestivi momenti delle ore serali. la città fu occupata dagli ottomani verso la fine del XIV secolo. Dopo un periodo di lento ma inesorabile declino, nel Settecento la città ricominciò a prosperare grazie alle sue botteghe artigianali, soprattutto di maestri ebanisti.

Berat è uno splendido esempio di città ottomana ben conservata, con i vicoli a volte così stretti che solamente allargando le braccia è possibile toccare le pareti delle costruzioni.

Gorica e Mangalem, i due quartieri che si osservano, Gorica che un tempo rappresentava la parte cristiano-ortodossa di Berat e Mangalem che era quella musulmana.

Non sono credente, ma la tolleranza religiosa è per me un valore imprescindibile. Berat ha la fama di un meraviglioso esempio di convivenza e tolleranza religiosa, anche se francamente intorno ho visto tantissime moschee di nuova costruzione e minareti in nascita che mi hanno lasciata molto perplessa.

Dopo tanto scarpinare, prima di raggiungere la parte nuova della città rifocillatevi nei deliziosi ristoranti locali: WilDor è il posto perfetto per gustare i piatti della tradizione, dalle polpette con le cipolle o i peperoni ripieni, tutti rigorosamente cotti nel profumato forno a legna, alle varie torte (ottima quella di spinaci), alla trippa stufata.

 

Oltrepassato il ponte, Antigoni  ha una splendida terrazza da cui si gode un panorama straordinario, con un menu’ tradizionale eccellente.

Dopo il tuffo nel passato, siamo pronti a partire per la costa. Il tempo è tiranno e sarò costretta a visitare il sud dell’Albania in un prossimo viaggio. Per ora dovrò accontentarmi di Durazzo, una grande delusione.

Durazzo è l’approdo per chi arriva in nave. Una città bizantina e turca, certo non un colpo di fulmine ne’ una meta che lasci il segno. Colonia estiva di molti albanesi, ha spiagge sovraffollate, piuttosto brutte, con quella battigia troppo lunga, davvero interminabile per chi vorrebbe fare una bella nuotata per scappare alla pesante calura estiva.

I lidi a pagamento molto economici ( l’equivalente di 2-3€ per due lettini ed un ombrello), sono presi d’assalto da famiglie numerose che si accalcano in uno spazio angusto, riparandosi dai raggi con lenzuola appese all’ombrellone. E, all’ora di colazione, odorosi manicaretti fatti in casa escono da immense borse frigo nascoste dietro i lettini.

 

 

Il giro in città è una passeggiata tranquilla, che certo non lascerà il segno. Durazzo è una città costruita a caso, divisa in due dal porto: dalla parte storica, dove sorgono il Foro Bizantino, la Moschea, l’Anfiteatro romano e la Torre si passa alla zona nuova con alti e nuovi condomini assolutamente asettici.



Dovrebbe essere la proiezione verso un futuro,  che però deve duramente combattere con uno sviluppo edilizio selvaggio: la corruzione qui è maestra. Ma c’è una cosa che a Durazzo fa dimenticare la delusione della “città senz’anima” , e sono i suoi ristoranti. Il pesce crudo è il gran padrone di casa e riaccende tutte le papille gustative. Rifat Pescatari è il mio preferito: ambiente caloroso, pesce freschissimo. E naturalmente il “dessert nazionale”, il trilece per fare davvero sogni straordinari!

 

 

Durazzo mi è sembrata una città molto tranquilla, da girare a piedi anche di sera. Un incontro interessante è stato il proprietario di un Hotel 4 stelle, un carismatico imprenditore che, dopo un paio di bicchieri di buon rosso ha sentenziato: “In Albania si vive decisamente meglio ora di molti anni fa anche perché tutti i delinquenti se ne sono andati o vanno in Italia. Se delinqui in Albania paghi, carcere duro e serio. Delinquere in Italia conviene perché tanto in galera non si va, le sanzioni non sono dissuasive, ne’ efficaci, non vengono nemmeno pagate, se non nel 4% dei casi. La voce corre, in Italia sono tutti buoni!

Dopo la delusione dell’Albania (per questo mi sono ripromessa di tornare e vedere il sud del paese), vi porto ora in un luogo splendido, la grande sorpresa del mio viaggio nell’Europa dell’Est. Pronti a scoprire il meraviglioso Montenegro? Tra pochissimo …

 

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