Libano (prima parte)

L’aereo da Istanbul è in ritardo. All’arrivo i controlli sono lenti e, malgrado abbiamo il green pass ed il PCR, viene effettuato un ulteriore tampone gratuito a tutti. È l’una del mattino ed il taxi corre rabbioso dall’aeroporto al nostro Hotel, che si trova nel centro della città di Beirut. Fuori dall’aeroporto, all’improvviso, le luci spariscono e la strada diventa un lungo tunnel nero: dieci chilometri dove solo i fari dell’auto illuminano l’asfalto volt della pece.
Il Libano oggi vive una delle peggiori crisi economiche, e l’energia elettrica è diventata un miraggio: chi può, ha il generatore, altrimenti, verso sera,  arriva il black out.

Il Libano oggi è un paese appeso ad un filo.

La ex provincia di un grande impero con all’interno gruppi molto diversi, vive un periodo buio, in tutti i sensi. Le principali cariche istituzionali sono nelle mani delle tre grandi comunità del paese: cristiani maroniti, mussulmani sciiti e sunniti, mentre il parlamento è diviso su linee settarie in quella miscela di credo religiosi che porta avanti il potere del paese con un sistema clientelare.

La guerra civile è durata 15 anni ed è finita con una spartizione del potere che però impedisce accordi istituzionali e finanziari.

Gli ultimi anni vedono la bolla speculativa, determinata dalla Banca centrale, farsi largo. La recente penuria di carburante e l’energia elettrica erogata a singhiozzo ricordano la storia di un tragico paese del Sud America, il Venezuela. Negli ultimi anni il PIL libanese ha avuto un calo medio del 40% (tra il 2020 ed il 2018). E poi il COVID sta dando il colpo di grazia.

Non voglio tediarvi con la triste storia recente del paese, ma purtroppo il futuro è lungi da sembrare roseo. Gli scenari che si possono ipotizzare sono: gli Hezbollah che  conquistano definitivamente il potere, oppure un miglioramento (poco probabile) dovuto ad un governo tecnico, o ancora una (purtroppo più probabile) guerra civile. Mi rendo conto che ho iniziato il mio racconto in modo incisivo e drammatico,  ma non amo le ipocrisie del nascondere quello che sento.

Sono lontanissimi i tempi (anni ‘70) in cui Rino Gaetano cantava “Chi parte per Beirut ed in tasca ha un miliardo”, o anche solo anni più recenti  quando si parlava del Libano come “la Svizzera del Medio Oriente” per l’ordine e le differenze culturali, che convivevano serenamente .

Oggi il paese è sconvolto da una crisi finanziaria senza precedenti e le Condizioni economiche del paese sono disastrose, con una svalutazione della moneta arrivata addirittura al 90% in un solo anno, cui si aggiunge una pesantissima situazione dei rifugiati (il Libano accoglie dalla Siria oltre un milione e mezzo di rifugiati ed immaginate cosa significhi per un paese la cui popolazione è di circa sei milioni di persone).

Purtroppo il Libano dipende dai suoi Patron esterni, prima protettorato francese (e rimane quindi ancora un paese strategico per la Francia, visti i legami storici),  e poi grande influenza siriana. Se gli Hezbollah e l’influenza siriana non precipitano nella guerra civile, il paese può restare in piedi, in caso negativo,purtroppo, le ripercussioni sarebbero disastrose anche per l’Europa poiché il numero impressionante di rifugiati scapperebbero e sarebbe un’ulteriore invasione anche in Italia.

Detto questo, il Libano, famoso per il suo maestoso passato, vanta un ricchissimo patrimonio archeologico ed artistico. In passato è sempre stato un paese ambito dai conquistatori: Assiri, Babilonesi, Greci, Fenici, Romani, Ottomani, Crociati, hanno lasciato le loro orme su questo territorio dalla posizione geografica strategica.

Oggi il Libano ospita (con la Giordania e la Turchia) alcuni dei siti archeologici meglio conservati del Medio Oriente.

Beirut è una città che profuma di salsedine, una nobildonna decaduta ma che mostra con orgoglio le sue profonde rughe, segno, non solo del tempo, ma anche di quelle grandi delusioni di una vita che non sempre è stata generosa: Il dolore vissuto che lacera l’anima in un corpo nobile.

Il lungomare è splendido, una lunghissima passeggiata che serpenteggia fino alla punta, dove troviamo il faro, semplice, ma di buon auspicio, per i viandanti che rischierebbero uno schianto contro le maestose rocce. Poco più avanti il ritrovo dei fidanzatini, il luogo della promessa, molto romantico: Pigeons Rock, o roccia dei Piccioni. Si tratta di iconiche formazioni rocciose che si elevano su un mare cristallino, dei meravigliosi faraglioni che sono il simbolo di Beirut. Per chi vuole, un ristorante abbarbicato alla roccia della Corniche, diventa luogo privilegiato per una vista mozzafiato. Oppure si può scegliere la gita in barca, che attraversa il grande arco e, eventualmente, anche la nuotata sotto la magia.

 

 

Poco più avanti, la larga e grande spiaggia pubblica che d’estate si affolla di bagnanti 

 


A proposito di lungomare, proseguendo verso nord si arriva al delizioso porticciolo davanti all’Hotel Four Seasons. Una passeggiata con il mare a sinistra, ristoranti con belle terrazze a destra e, di fronte,  lo Yacht Club di Beirut, ritrovo della elitaria ricchezza del paese.

 


 

 

Il Museo Nazionale di Beirut è un’immersione nella storia. Dopo anni di saccheggi e profanazioni è rinato nel 2016, ed oggi si presenta in tutta la sua bellezza. Uno spaccato di storia del paese su tre piani, di cui uno dedicato alle pratiche funerarie


 

Vicino al Museo Nazionale c’è una chicca . Il MIM è un Museo di Minerali e Fossili : Tra cristalli e colori sgargianti, si cammina tra una delle più importanti collezioni private di minerali al mondo. Il Museo è stato inaugurato nel 2013

 

 


 

 

Per rendersi conto della crisi spaventosa che sta attraversando il paese, basta fare un giro in centro, in quelli che sono stati posti gloriosi.

Il Nuovo Souk El Jamil è un bellissimo quartiere commerciale ricostruito a regola d’arte. Modernissimo, con oltre 200 negozi, una bellissima area creativa……praticamente abbandonata. Ogni tanto qualche vetrina addobbata fa capolino: all’interno, una commessa che guarda nel vuoto, sperando in un avventore. Intorno….decine e decine di facciate coperte da cartelloni, vetri impolverati, stanze vuote. I negozi hanno chiuso i battenti e sono rimaste solo alcune catene internazionali che forse riescono ancora a “sopravvivere in perdita” proprio perché appartengono a grandi gruppi. 

 

 

 

 

 

E poi cerchiamo un cambio valuta. Il filo spinato ricopre l’ala sinistra del marciapiede: sono recenti gli scontri con la polizia da parte di manifestanti antigovernativi che hanno tentato di penetrare nella zona del parlamento. L’area super fortificata è accessibile ai pochissimi turisti, ma la nostra guida ed il nostro autista (entrambi libanesi), devono aspettarci fuori, perché a loro l’ingresso è proibito. 

Ed è superfluo chiedersi perché le vetrine delle ricche boutique hanno grandi finestre  sprangate, mentre il negozio e’ aperto e l’ingresso principale aspetta il cliente.


 

E che dire di Piazza dei Martiri, la bellissima piazza dell’orgoglio che fu, un giardino regale, con palme ed alberi dal sapore esotico? Oggi restano alcune statue imbrattate dai deficienti del momento.


 

 

 

L’unica che non è cambiata è la bellissima cattedrale maronita di San Giorgio (si sa, che in tutto il mondo, qualsiasi disgrazia succeda, i luoghi di culto restano puliti e lucidi): a parte questa, tutto intorno alla piazza rimangono palazzi sgangherati e case vuote, abbandonate ad un declino lento e doloroso.

 

Il 4 agosto 2020 ha sfregiato la città, ma la cicatrice non si è chiusa, anzi la ferita aperta sta esplodendo, con i problemi politici ed economici che si accumulano giorno dopo giorno. 

Oggi la città diventa ancora più surreale dopo il tramonto. Non è facile camminare al buio, sperando di non imbattersi nell’immondizia (tanta) che invade le strade, o schivare le buche. La città fantasma ha degli squarci di luce e si trovano tutti lì, attorno al pub, o al caffè, fortunato, che ha il generatore di corrente e può permettersi di servire quegli avventori che con fatica si trovano a pagare una birra a prezzi folli. Tanto per spiegare, il cambio ufficiale è 1US$=1500LBP, mentre il black market è 1US$=20000LBP…..ieri, perché oggi è addirittura 20500LBP.

E poi appaiono le “ombre tragicamente allegre”: sedute ad un tavolino del caffè sulla piccola terrazza, una mano affilata e sottile porge una rosa stantia avvolta in un cartoncino di plastica trasparente. E dietro appare lui, uno degli invisibili, con un sorriso a trentadue denti. I bambini siriani vagano giorno e notte, per le strade di Beirut. Belli, anche puliti, e sorridenti, muovono gli occhi veloci , seguendo tutto ciò che li circonda, e quando incrociano i tuoi occhi chiedono soldi , con quello sguardo che blocca il cuore. “da dove vieni?” “Damasco, Siria, help me! Aiutami “. Difficile non soccombere davanti ad uno sguardo dolce e sorridente, ma purtroppo la realtà è decisamente più tragica. I libanesi vivono una situazione paradossale: La folle crisi attuale li sta mettendo  in ginocchio, anche i prezzi dei beni di prima necessità diventano irraggiungibili, mentre lo stipendio resta lo stesso. Dall’altra parte, orde di siriani entrano nel paese; sotto la bandiera di “Aiuti umanitari”, le Nazioni Unite distribuiscono soldi alle famiglie dei rifugiati e danno un tetto a chi scappa da un’altra povertà. Sembrerebbe tutto perfetto, ma posso capire la disperazione di chi lavora 12 ore al giorno (la nostra guida, che purtroppo lavora pochissimo perché il turismo è bloccato per COVID, deve prendere tre autobus al giorno per percorrere gli 80 km che lo separano dalla città, due volte al giorno. E con l’inflazione alle stelle e le poche giornate lavorative per mancanza di turisti, fatica ad arrivare a fine mese). “I Siriani hanno gli aiuti e fanno figli a gogo, la mia vicina è incinta ogni 9 mesi, ha 35 anni e 8 figli, non paga affitto, non paga corrente, non paga il cibo, e manda i figli a mendicare per mettere soldi da parte!”. « Les Syriens sont une pollution pour la Société » (I Siriani inquinano la Società).  Oramai è diventata una dura, durissima lotta tra poveri.

La strada a sud di Beirut è un’autostrada costiera, anche bella a tratti. Prima di arrivare a Tyre, l’ultima città prima del confine israeliano, le piantagioni  di banane corrono parallele alla strada.

 

 

Tyre è un sito archeologico conosciuto anche come Al-Bass, patrimonio mondiale culturale Unesco  dal 1984. Tyre è una delle prime metropoli fenicie. Secondo la leggenda la porpora è stata inventata qui. La cittadina ha importanti vestigia archeologiche, soprattutto dell’epoca romana e bizantina.

 

Tornando verso Beirut, a metà strada, un’altra chicca. Sidon, una città di circa 60.000 abitanti, un altro importante centro mercantile, che ha subito assedi in vari periodi della sua lunga storia. Oggi restano begli esempi di un passato pesante da ricordare. Anche il nostro maestro Fabrizio De André ha dedicato una canzone (Sidun, contenuta nell’album Creuza de Ma) alle tormentate vicende del conflitto guerra civile libanese, tra milizie palestinesi, siriani, israeliani e Hezbollah (1975-1990) e poi ancora nel 2006 un brutto periodo di caos nella guerra Libano-Israele.
Uno splendido caravanserraglio (Khan al-Frank) risalente al settecento, è stato perfettamente restaurato, ed è diventato ora un centro culturale francese.

 

 

La vera attrazione di Sidon è le Château de la Mer, che in realtà è una fortezza militare costruita dai crociati nel XIII secolo per difendere il porto e successivamente distrutto dai Mamelucchi. La posizione suggestiva ne fa comunque un luogo di grande fascino. Attraversata la passerella in pietra, si passeggia tra cortili e scale che portano alla piattaforma panoramica, da dove si ammira l’intera città di Sidon.

 

tornati sulla terraferma ci inoltriamo nelle strette e vivaci viuzze del Suk, tra profumi di spezie, dolcetti pieni di zucchero, curcuma e pinoli, e lavori di falegnameria fine.


 

 

 

e poi un altro profumo annuncia l’entrata del Museo del Sapone. Oltre alle fasi di produzione del sapone tradizionale, alla fine, un negozio vende ottimi prodotti locali, sia per uso proprio che in splendide confezioni regalo, per un pensiero molto profumato.

 

Lungo la strada la presenza di milizie militari è onnipresente, dietro un angolo appaiono baionette e fucili spianati, e nelle rotonde fanno capolino carri armati pronti ad ogni evenienza. Qualcuno disse: “se vai in Libano ti diventeranno famigliari i blindati agli incroci….ma non ti preoccupare… sono meglio dei vigili” Difficile e pericoloso comunque fotografare

Tornando a Beirut, attraverseremo il quartiere sunnita di Ouzai, uno dei luoghi sensibili della capitale, un sobborgo a sud ovest, regno di droga, povertà e degrado. Alcuni anni fa sono arrivati finanziamenti per recuperare questa periferia disagiata: street artists si sono riuniti ed hanno iniziato a lasciare la loro firma sui muri grigi. Purtroppo la rinascita è durata poco: le nuove attività che erano nate nel quartiere in sviluppo hanno dovuto cedere al COVID ed al ritorno imminente di bande di delinquenti che hanno approfittato del periodo di crisi, logicamente anche legato ad i problemi economici del paese. E oggi Ouzai è come se non fosse mai rinato.

 


 

 

Parlando di gioielli, in Libano ci sono Palazzi meravigliosi. Beiteddine Palace e’ un bell’esempio di architettura libanese del diciannovesimo secolo. Costruito da un emiro della dinastia Shihab, fu usato dagli Ottomani, poi dai francesi, ed infine, nel 1943, il palazzo venne dichiarata residenza estiva ufficiale del Presidente. Parte del palazzo fu gravemente danneggiato durante la Guerra Civile, una parte oggi è aperta al pubblico, mentre un’altra parte continua ad essere la residenza estiva del Presidente.


 

Poi ci sono quei posti talmente kitsch che diventano straordinariamente interessanti, perché i sogni spesso diventano realtà, basta crederci.
tra Deir El Qamar e Brit ed-Dine, a 900 metri di altitudine, sulla strada, si vede questa strana costruzione di 3.500 mq, un “castello delle fiabe” dall’aspetto medievale, costruito da Moussa Abdul Karim Al Maamari ed aperto al pubblico nel 1969. Ogni piano del castello ha delle stanze dove sono riprodotte scene di vita in Libano, i mestieri, la cultura, la guerra, tutto straordinariamente curato. L’idea parte da un sogno ed una storia d’amore, un uomo qualunque nato nel 1931, da una famiglia molto povera. Moussa si innamora a 14 anni della compagna di scuola, che, essendo di famiglia altolocata , gli disse che lei avrebbe solo sposato un uomo con un castello. Moussa lascio’ la scuola e lavorò alcuni anni con lo zio restaurando fortezze e vecchie costruzioni, finché non fu abbastanza esperto per iniziare a realizzare il suo sogno. Compro’ un terreno ed iniziò, pietra su pietra, ad incidere stemmi, scritte, e creare presepi che rappresentano la vita araba. Tutto il castello fu costruito da solo. Quando Sayeda tornò dall’America, dove aveva finito i suoi studi, scoppio’ in lacrime dall’emozione nel vedere questo castello. Anche se il castello e’ un’aberrazione dal punto di vista architettonico, rappresenta comunque une specie di allegoria per i libanesi, è una sorta di conferma che i sogni possono diventare realtà, basta crederci e avere la forza, la pazienza, la costanza.

All’interno poi un cantante libanese vi preparerà un caffè cantando qualche canzone tipica del paese.

 



Chiudo questa prima parte qui, dopo il sogno diventato realtà, ma vi invito a seguire la seconda parte del mio viaggio in Libano, che è anche la mia parte preferita perché passa per quei luoghi magici come il meraviglioso sito archeologico di Baalbek, e poi il simbolo del Libano, il cedro, con le passeggiate nelle Foreste incantate. E, per concludere, vi parlerò della straordinaria cucina libanese, tra profumi e sapori inebrianti. A presto

 

 

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