Kiribati 🇰🇮

 

Mauri!

“Lo sai che i nostri nipoti potrebbero non vedere più questo Paese?”. Chi parla è la mia vicina, sul volo da Nauru a Kiribati. Lei è nata a Kiribati, ma vive a Melbourne con il marito australiano e le tre figlie da oltre vent’anni. Torna nel paese natale, ogni tanto, quando va a trovare la mamma anziana e malaticcia, che non vuole assolutamente lasciare il suo bungalow sull’acqua. 

Una striscia di rena in mezzo all’oceano, un miraggio che spunta dal cielo, dopo ore di quel mare che la filmografia usa per immortalare inquietanti scene di attacchi da parte dei mostri marini. “Perché vuoi andare così lontano? Lo sai che se ti succede un problema, il luogo più vicino ed “organizzato” (le Fiji) distano 3000 km?”.

 

(Arrivo)

 

(Partenza)

 


Ecco che la mia curiosità aumenta, soprattutto quando mi viene detto che il destino di queste remote isole sembra segnato: l’innalzamento degli oceani, potrebbe spazzare quel fazzoletto di terra, che lotta per la sopravvivenza. Si cercano soluzioni futuristiche, come barriere che chiudano l’isola in uno scrigno protetto, e tutti sperano che non diventi l’isola che non c’è.

L’ex dominio coloniale britannico è una meta fuori dagli schemi.

Le tante sfumature blu di quell’oceano, che cambiano più volte al giorno, seguendo le bizzarrie delle maree, sono affascinanti, come un quadro vivo, così come i sorrisi degli abitanti, che accettano con piacere di essere immortalati in uno scatto veloce.  Purtroppo, a parte queste due cose, il resto del paese è tutto quello che non si vorrebbe vedere.

Non solo l’isola dei sogni, tra palme da cocco ed acqua cristallina: qui restano i segni di un passato tragico, durante la  seconda guerra mondiale, quando le due potenze (americana e giapponese) si scontrarono violentemente. Oggi, i rottami arrugginiti,  ricordano quel periodo burrascoso.

La popolazione vive i ritmi lenti della lontananza dalla modernità: la pesca, la coltivazione di radici commestibili, e nient’altro, nemmeno il turismo, che stenta a prendere piede, sia perché i voli che atterrano sull’isola sono pochi e molto costosi, sia perché le strutture ricettive sono basiche e, spesso,  non rispondono nemmeno alle richieste. Per prenotare, nella mia settimana di soggiorno, un paio di guesthouse, è stata una vera odissea. « Dreamers » l’ho prenotato molti mesi prima di partire, consigliato da amici e, dopo quattro e-mail, finalmente ho ricevuto risposta.

Quando sono arrivata a Tarawa, all’ufficio del turismo,  mi è stata data la lista delle guesthouse/resort nell’isola Nord. Ho telefonato e, su 9, solo 4 hanno risposto. Di queste una non aveva posto (ma, poi, quando sono andata all’isola del nord, mi hanno confermato che io ero l’unica turista della settimana di tutta l’isola!), la seconda con lavori in corso, la terza accettava solo minimo 4 persone (?), ed infine, ho trovato Eretia, di Tarabuka Hideaway, che mi ha risposto, senza specificare che aveva due guesthouse, ed una era chiusa.

Se si arriva da Nauru (altro piccolo puntino in quell’oceano immenso), il volo è breve: poco più di un’ora e poi appare la lunga, sottile striscia di sabbia, decisamente fotogenica, con le sfumature di blu della tavolozza di un pittore. Il capitano annuncia “ Benvenuti a Tarawa, l’isola principale delle Kiribati, dove vive oltre il  50% della popolazione “. Già, perché in realtà la Repubblica delle Kiribati ha un’estensione enorme,  3 550 000 km quadrati (tanto per capire, più grande dell’Australia) ma ha soltanto 33 atolli corallini; e solo 22 di queste isole sono abitate. Praticamente, oltre il 99% della superficie e’ oceano, quel misterioso punto di blu che sembra non finire mai.

Kiribati (il nome si pronuncia Kiribass) ha ottenuto l’indipendenza  dal Regno Unito il 12 luglio 1979.

Gli abitanti delle Kiribati si chiamano Gilbertesi, uno strano nome che nasce inizio 1800, quando un ammiraglio estone al servizio dello Zar le attraverso’ e le nomino’ con il nome del capitano Thomas Gilbert.

La lunga striscia di terra e’una serpentina, piatta e, per metà, densamente abitata.

Tarawa si divide in due parti, la parte Sud, molto popolata e la parte Nord, decisamente piĂą selvaggia e con pochissime strutture

A Sud Tarawa, la capitale, su una superficie di circa 16 kmquadrati vivono oltre 63.000 abitanti, più della metà della popolazione delle Kiribati, mentre a Nord Tarawa sulla stessa area (oltre 15km quadrati) vivono circa 7.000 persone. 

South Tarawa è brutta e piuttosto caotica: la lunga striscia di terra ha una strada centrale, le case da entrambi i lati e, subito dopo, il mare, da entrambi i lati;  in un breve tratto, c’è solo il mare. Ed è tutto piatto.

 

Quasi al centro dell’isola del Sud sorge il punto più alto delle Kiribati…. 3 metri sul livello del mare! 

 

Ora capite perché c’è un serio allarme sul futuro dell’isola, anche se la maggior parte delle persone non ci crede. Il proprietario della mia Guesthouse è un settantaduenne britannico, nato qui, ma con casa anche a Bristol. Con aria scocciata mi dice: « voi stranieri, dovete smetterla di parlare di riscaldamento climatico. Noi siamo abituati a vivere con le maree ed i cambiamenti climatici, e ad avere le case regolarmente inondate, noi conviviamo con l’acqua. Tutto questo è sempre esistito, anche ai tempi dei miei nonni, non è cambiato nulla e nulla cambierà ». E quando gli dico che il suo « vicino », il presidente dello Stato di  Tuvalu è andato a Bruxelles a chiedere agli Europei una riduzione delle emissioni di diossido di carbonio, solleva le spalle e non  risponde, così come quando gli confermo che una parte di Kiribati è già stata inghiottita dall’ innalzamento del livello dell’acqua. E ancora: « ma allora perché il tuo Presidente ha acquistato 20km quadrati di terreno alle Fiji, dalla Chiesa Anglicana, chiamandolo il rifugio dei Gilbertesi, in caso di esodo ?». Nessuna risposta, solo un’aria molto infastidita, che mi obbliga a cambiare discorso.

La strada centrale è dove vive la maggior parte della popolazione ed è tutto lì , non ci si può allontanare più di pochi metri. Qui si vivono le contraddizioni : da una parte la gente viaggia scalza, anche sull’asfalto rovente. Le ragazze sfoggiano un bel make-up anche con il caldo afoso, tutti hanno un telefono ed un tablet, ma poi si lavano in mare o con l’acqua piovana e fanno anche i loro bisogni nel mare. La maggior parte dei ragazzi sono grassi, perché l’alimentazione è cibo spazzatura: i supermercati vendono ogni tipo di patatine o snack dai  colori vivaci (e scritte terribili tipo : « al gusto di pollo »). A questo proposito si deve sempre guardare la data di scadenza. Al supermercato ho visto in vendita, negli scaffali, prodotti scaduti da anni.

La vita qui scorre lenta, con le donne che intrecciano le foglie di pandano per fare cesti o stuoie su cui dormire. E gli uomini per realizzare i tetti delle “te buia” le abitazioni tradizionali.

 

I giorni passano, tra credenze di ogni genere, da quella religiosa, molto sentita, a quelle ataviche che continuano a tramandarsi. Ci sono persone che leggono le nuvole (i « tetia borau », che interpretano le bizzarrie del cielo) , guaritori che curano i mali spirituali, con pozioni di erbe e riti e altri che semplicemente ti offrono una benedizione, senza la quale il tuo viaggio potrebbe incorrere in disgrazie di ogni genere! Tutti questi personaggi hanno una grande importanza nella vita della gente locale, soprattutto nella poco sviluppata Isola del Nord. Un’usanza degli abitanti e’ seppellire i  parenti nelle proprie case, perché si pensa che la terra sia il luogo dove vivono gli spiriti e quindi lo spirito dell’avo continua a vivere con la famiglia.

Anche alcuni comportamenti delle popolazioni sono « bizzarri »: per esempio, buttare per terra, davanti alla propria casa, le bottiglie e lattine di Coca cola o i sacchetti di plastica del cioccolato o delle patatine e caramelle, non solo è un atto normale, ma serve a dimostrare ai vicini il proprio stato di benessere : “io posso permettermi quegli oggetti simbolo del mondo ricco”. 

Ed è proprio questo uno degli orrori delle Kiribati: l’immondizia sulle spiagge, lungo la strada, davanti alle case, l’indifferenza della gente davanti ad un cumulo di luridume. C’è chi si lascia dondolare da un’amaca appesa tra due  alberi ….  con sotto l’immondizia!

 

Dreamers e’ una gueshouse a conduzione famigliare, con solo 2 camere ed una posizione privilegiata, davanti ad un’isola incantata.

Non certo il gran lusso, ma, per me, fare colazione con questa vista non ha prezzo.

 

Anche il cibo è ottimo, soprattutto per gli amanti del pesce crudo.

Ho trascorso qui alcuni giorni, e’ stata la mia base per la visita di Sud Tarawa, ed ho quindi potuto ammirare il paesaggio in diverse situazioni: marea  bassa e alta, alba e tramonto.

 

 

 

 

 

 

La Repubblica delle Kiribati fa parte di quella categoria di paesi, considerati “speciali” dall’ONU. I SIDS (Small Islands Development States) sono i paesi “svantaggiati”, sostanzialmente quelli dove vivono comunità esposte a problemi “naturali o di sviluppo”.

Il governo ha deciso di dare un “reddito di cittadinanza “: 50 $ a tutti coloro che hanno un’età compresa tra i 18 ed i 59 anni e 200$ alle persone over 59 anni. Questa indennità viene elargita una volta ogni 3 mesi. Quando ho chiesto se era pericoloso camminare per strada, mi è stato detto che il paese è sicuro, tranne all’inizio del mese, perché la gente spende i soldi ricevuti dal governo comprando alcoolici nei bar e nei negozi, e quindi c’è il pericolo di incontrare gruppi di ubriachi senza controllo.

 

Ho girato l’isola in auto, con i mezzi locali (gli efficienti pullmini che fanno la spola di Sud Tarawa da est a ovest e viceversa) ed in bicicletta:  a parte il caldo afoso, questo è il mezzo che preferisco,  perché ti permette molte soste.

La gente locale è cortese, e felice di scambiare qualche frase con un’estranea.

Ecco un po’ di vita quotidiana:

I bambini che vanno a scuola

 

Un po’ di riposo dal caldo afoso

Venditori di cocco ed aragoste, e pesce

 


Parrucchiere da uomo

 

Donne che lavano i panni ed i bambini

Supermercati e negozietti lungo la strada

 

 

 


La domenica si incontrano tantissime persone vestite a festa, che si recano in chiesa. Questa è la Cattedrale 

 

Sulla strada ero l’unica straniera (a parte due ragazzi mormoni, che vivono a Tarawa), ed è stato interessante seguire un folto gruppo di gente fino alla messa nella cattedrale.

Le persone sono molto gentili. Pensate che lei voleva addirittura regalarmi il suo bel ventaglio.


 

 

Le case sono poco più che baracche, spesso con tetto in lamiera, a volte pareti in muratura. Quelle tipiche, le “te buia” sono costruite interamente con materiali locali. 

 

 

 

 

 

Nei cortili si vedono polli e, spesso, maiali

 

I bambini sono tantissimi. 


Questa bambina porta a passeggio i 5 fratellini

 

 

Verso sera, quando la temperatura si fa meno rovente, molti bambini e giovani si trovano sulla spiaggia, a giocare a pallone.

 

Alcune spiagge sarebbero splendide,  se non ci fosse l’immondizia


A Betio, una punta estrema di Kiribati, ci sono i segni del passato, quando gli aerei non avevano autonomia sufficiente per attraversare tutto il Pacifico e necessitavano uno scalo tecnico: Le isole in mezzo all’oceano erano fondamentali per le conquiste. Il Giappone ha occupato Tarawa nel tentativo di avanzare verso gli Stati Uniti.  Dal 20 al 23 novembre 1943 la battaglia di Tarawa vide la morte di circa 10.000 soldati, i cadaveri  venivano impilati uno sull’altro. I relitti abbandonati dai giapponesi sono li’, sulla spiaggia, e creano quel contrasto che fa risaltare un oggetto arrugginito tra il blu del mare ed il color oro della sabbia. In un luogo dell’orrore, madre natura continua a fare il suo corso e cespugli verde vivo spuntano tra cannoni morti.


 

 

 

Per vedere l’idillio, distese di spiagge bianche lambite da acque turchesi e ciuffi di palme che circondano piccoli villaggi esotici, bisogna andare nell’estremo nord di Tarawa.

Il trasporto locale è un barchino che parte da Betio

 

L’orario è dettato dalle maree. Le persone attendono all’ombra.

 

 

All’andata sono stata fortunata: mi hanno detto che sarebbe partito verso le 14:00 e così è stato. In 7 abbiamo dovuto camminare centinaia di metri, nella sabbia bagnata e nell’acqua, fino a raggiungere il battello, ancorato. Eravamo pochi ed è stato piacevole chiacchierare con  Isa (“il mio nome significa Arcobaleno”, mi dice con orgoglio). Lei vive a Nord Tarawa e, con il marito, ha un piccolo chiosco che vende beni di prima necessità.

 

lei mi offre i biscotti, e mi sembra maleducato rifiutare, anche se mi ricordano le  gallette durissime dei militari di una volta….

 

 

dopo oltre un’ora e mezzo di viaggio,  veniamo scaricati lontano, e proseguiamo a piedi con la bassa marea.

 

 

Nell’isola del nord non ci sono automobili, solo motociclette ed un camioncino gratuito che porta dal traghetto ai villaggi. Dopo quasi un’ora di attesa si parte.

 

La strada è sterrata, piena di buche e pozze, e noi siamo seduti nel cassone, che sobbalza di continuo.
Ma intorno il paesaggio è bellissimo. Il trionfo della natura, tra palme altezzose e ogni tipo di arbusto.


 

 

I villaggi sono scarsi, poche capanne, aperte, qualche maialino che grugnisce, e naturalmente la “Mwaneaba” (casa comune), il ritrovo del villaggio, il luogo di aggregazione per eccellenza. Non solo, ma anche il posto dove i capi villaggio prendono tutte le decisioni importanti, una sorta di consiglio comunale.

La Mwaneaba è interamente costruita con foglie di una pianta erbacea tropicale : travi, tetto e tappeto, tutto è di pandano intrecciato. Per entrare, bisogna togliersi le scarpe, abbassarsi e scivolare sotto le frasche.

ogni villaggio ha almeno una Mwaneaba

 

 

 

Il camion mi scarica davanti alla presunta Gueshouse, che si rivela poi essere chiusa. Ma, come dice una mia amica, io ho “a lucky star” che mi segue nei viaggi: Isa era scesa poco prima, a circa duecento metri. La raggiungo ed il marito mi accompagnerà, in motocicletta, nell’altra guesthouse, alla fine di Tarawa Nord, a oltre 7 km.

Quando le dico che non so come avrei fatto, se non avessi conosciuto lei, in un luogo dove il cellulare non ha segnale, e dove non passano automobili, lei mi risponde semplicemente: “non ti devi preoccupare, qui siamo a Nord Tarawa, ci aiutiamo tutti, se non ti portava mio marito, lo avrebbe fatto chiunque, e se, in una casa, nessuno ha un motorino, va a cercarlo in prestito. Qui siamo tutti una grande famiglia. E mi raccomando, appena arrivi, vai subito a farti dare la benedizione. Ci sono molti luoghi sacri”.

A Nord Tarawa ci sono  11 villaggi e meno di 7000 persone.

E sarà così, appena arrivata al Lodge, Eretia mi farà accompagnare, subito, dalla figlia ed un ragazzo,  ad incontrare un personaggio totalmente insignificante, che inizierà a raccontare una lunga storia, tradotta dalla ragazza, in un inglese quasi incomprensibile.

Sostanzialmente si parla di un re che viveva in quel luogo e maltrattava i suoi tre cuochi, che decisero di ucciderlo. Ma qualcuno scoprì l’intento ed il re, prima cacciò i tre cuochi, ma subito dopo li richiamò, perché ne aveva bisogno per sfamare la sua corte. Ad un certo punto il re scomparve. E poco dopo anche i tre cuochi se ne andarono. Quando ho chiesto: “ma allora, i tre cuochi hanno ucciso il re? ” Lui risponde “no, no, se n’è andato lui! “. “E perché? “. “non lo so”. Ma lo spirito del re, secondo l’uomo, aleggia in quel luogo e la sua presenza è all’interno di quella conchiglia, cui viene reso omaggio con un’offerta e del tabacco.

Mi sembra una storia strampalata, senza alcuna logica, ma non mi resta che far finta di credere alla malasorte che potrebbe capitarmi e quindi dare il mio obolo ed il pacco di tabacco comprato. Qui tutti credono negli spiriti dei deceduti che restano nel luogo, e non sta certo a me, mettere in discussione le loro credenze: sono un’ospite e rispetto il paese e le persone che mi accolgono.

 

Avrei preferito incontrare un “traditional storyteller “ più carismatico e credibile, come quello che mi ha raccontato un amico. “Quando arrivi al nord devi fare te katabanin. La storia racconta che quando il re arrivò sull’isola, centinaia di anni fa, per esplorare il luogo, mando’ metà della sua ciurma in esplorazione intorno all’isola in senso orario e l’altra metà in senso antiorario. Quelli che sono andati in senso orario sono stati trovati morti dagli altri. Ecco perché devi fare il giro antiorario ed avere la benedizione dell’”uomo dello shrine”.

 

Il lodge e’ semplice e grezzo, ma si trova in una splendida posizione, su una spiaggia incantata.

 

Saranno notti con il solo rumore del mare che si infrange sulla spiaggia sotto il mio bungalow  e giornate serene sull’arenile sabbioso, nuotando in un mare turchese.

 



 

Il ritorno, sarà più complicato, complice la pioggia che inizia al mattino e seguirà tutto il percorso, un’ora e mezza di camion, e poi ben 3 ore di attesa, aspettando l’innalzamento della marea per poter disincagliare il battello. E ancora pioggia durante tutto il tragitto.

 

 

 

 

 

E’ ora di lasciare un altro piccolo paese, che potrebbe essere il Paradiso Terrestre, ma, ancora una volta, la mano dell’uomo lo ha trasformato in una discarica a cielo aperto.

 

Vi lascio con questa foto, decisamente molto triste…. Camminavo sulla spiaggia ed ho visto un tappo di plastica che si muoveva….. strana visione, in una giornata senza vento. Mi sono abbassata ed ho realizzato che il piccolo granchio si era incastrato in un oggetto gettato da un passante.  Non servono commenti

 

 

Con molta tristezza nel cuore, non mi resta che augurare:

Te mauri, te raoi ao te tabomoa (Salute, pace e prosperitĂ )

 

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