dalla Cina alla Mongolia

Dalla Cina alla Mongolia

Il treno borbotta, uscendo da una Pechino dove l’afa ferma ti ricorda il calore di un forno aperto quando si controlla la temperatura dell’arrosto. Attraversa interminabili chilometri di campagna sotto un cielo plumbeo infinito, serpenteggia su terreni che costeggiano dolci colline. Da qui si potrebbe intravedere la quintessenza dell’eleganza, l’opera perfetta, una delle sette meraviglie del mondo moderno, la Grande Muraglia. Peccato per quella spumosa nebbiolina che copre tanta meraviglia che ci segue e ci spia per un lungo tratto.

Il treno è lucido, brillante come una moneta appena coniata, le cabine di seconda classe piccole….le valigie ad incastro se si vuole allungare la gamba. Ma in realtà tutto è compatto, un prodigio di ergonomia. I letti superiori ribaltabili, una mensola abbastanza larga da raccogliere una borsa minuscola, due comodi maniglioni dove stendere un asciugamano pulito. Una luce da lettura ed un morbido schienale di velluto. Coperte di lana grezza di yak per combattere il lungo freddo, ma ora è estate e non ce ne sarà bisogno. Le provodnitsas (hostess, una ogni compartimento) sono lì per rendere piacevole la traversata. In tutto il viaggio ne ho incontrata solo una che masticava l’inglese. Le altre (compreso uno steward nel tratto russo) fanno segno con le due mani aperte per ben due volte per confermare la sosta di 20 minuti in una stazione. In seconda classe fino al confine con la Mongolia i pasti sono inclusi: una ciotola di riso, deliziose verdure fresche e croccanti saltate nel wok e polpettine in salsa agro dolce.

Si attraversano varie regioni agricole, alcune vagamente aride, altre con fazzoletti di un verde smeraldo coltivati intensamente: mais, grano, soia, cereali, ortaggi. Un uomo spicca nella sua giacca e cravatta e camicia di odore di pulito su un treno dove tutti sono vestiti badando soprattutto alla comodità.

Il confine cinese con la Mongolia è l’apoteosi dell’incognita, viste anche le quattro ore e mezza di fermata per “cambio gomme”: in Mongolia le rotaie sono diverse dalla Cina. Un ufficiale entra gentilmente nello scompartimento per il controllo passaporti….. e dopo la verifica borbotta qualcosa in un’incomprensibile cinese e riparte, con i nostri documenti! È buio, la notte è scesa all’improvviso ed il silenzio incombe come un grosso macigno. E proprio quando sto per addormentarmi l’ufficiale torna e consegna i passaporti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul treno mongolo il ristorante è tipico: intarsi in legno separano alcuni tavoli, con divanetti di finta pelle e tende viola e tovagliette copritavola sintetiche color oro zecchino. Le deliziose zuppe riscaldano il cuore, mentre l’occhio vola con il dolce andare del treno attraverso lande misteriose. Al mattino il cielo si schiarisce, lontani i grigi della metropoli cinese, il deserto diventa un mare piatto di monotona desolazione.

Il treno sbuffa e tossisce prima di sospirare per un meritato riposo a Ulan Bator. Arriviamo in un caldo pomeriggio, è il 12 luglio 2018. La Mongolia e’ mondo nomade, mandrie, greggi, profumo di latte, steppa, praterie, giochi di lotta, corse di cavalli, tiri con l’arco, cammelli, paese di tende, polvere, solitudine, sabbia, monasteri, cavallette a mezz’aria, fiori selvatici. La parola libertà potrebbe essere nata qui. In una calda estate un deserto di cespugli un po’ stentati che però permettono il pascolo a cammelli, pecore, mucche. I cammelli a due gobbe possono incorporare abbastanza grasso da resistere più settimane senza cibo e acqua e fanno la gioia di coloro che vivono in zone rurali allevando bestiame e ricavandone pelli, carne, latte, lana e soprattutto combustibile (lo sterco è importantissimo per scaldare i lunghi e gelidi inverni in un paese dove non ci sono alberi da bruciare). Il popolo mongolo è nomade nel sangue: anche quella parte diventata stanziale continua a mantenere le tradizioni ma soprattutto lo spirito nomade: la loro ricchezza e’ fatta da 5 animali: mucca (e yak) cavallo, cammello, pecora e capra, ma non dalle galline, proprio per questo, perché, malgrado siano stanziali, hanno mantenuto la cultura nomade. Una pecora costa 20-25 dollari, per fare 1 kg di cachemire che è venduto a circa 20-25 dollari/kg si tosano 4-5 capre. Un cavallo costa circa 200 dollari . Il latte è tutto, il latte è vita: da bere al posto dell’acqua con te e acqua (caldo), per fare burro, crema, formaggio fresco e duro (seccato al sole). Nel latte a colazione vengono imbevuti i noodles del giorno prima. E dal latte di cavalla fermentato si ricava l’airag, che può arrivare a dodici gradi di volume alcolico. I bambini imparano a cavalcare ancora prima di camminare e tutti sognano di diventare i migliori. E che dire della music: vi consiglio una serata all’Opera, dove il Morin choir, strumento in legno con al fondo una testa di cavallo emette suoni particolari che fanno pensare alla steppa e a cavalli che volano . Ma il genio è colui che con laringe, bocca e i muscoli dell’addome perfettamente coordinati sa emettere suoni incredibili …..la natura, l’acqua che scorre, il cavallo che corre nella steppa, il vento che soffia…. un tripudio di suoni meravigliosi. Per non parlare delle contorsioniste dette anche “donne di gomma” che, con movimenti armoniosi, controllano e impartiscono istruzioni ad ogni arto del loro corpo, che risponderà senza fiatare. Splendide figure perfette, pelle color latte, delicate e armoniose. Io sono stata al Tumen Ekh, spettacolo giornaliero al The National Recreation Center, un’ora e mezza di pura gioia per gli occhi e le orecchie.

In mezzo al nulla nel deserto, spunta un ovoo, cumuli di pietre e sassi, e laceri brandelli di stoffa azzurra: benvenuti nella terra degli Sciamani. I Mongoli si fermano, fanno il loro rituale giornaliero, tre giri in senso orario, e ad ogni giro si lancia un sassolino per aumentare il cumulo, seguito da una preghiera, un desiderio, un grazie: religione e superstizione si abbracciano. Il popolo mongolo è buddista per la maggior parte, anche se restano alcuni piccoli gruppi emigrati dal Kazakistan che sono mussulmani. La Mongolia è lo stato con la densità di popolazione più bassa del mondo: circa la metà dei suoi 3 milioni di abitanti vive nella capitale Ulan Bator, considerata “la capitale più brutta e più fredda al mondo“, le yurte (le grandi tende tonde), convivono con gli edifici di stile sovietico degli anni Quaranta e con i grattacieli nuovi che si stanno allargando intorno alla città. Il cuore del mongolo è nomade, ed ecco che la yurta (ger) è la loro casa, il nucleo che protegge la famiglia.

E’ una tenda tonda, mobile, flessibile, una struttura ad incastro che si può smontare e rimontare con gran facilità. Il legno è colorato di un arancio vivo che ricorda il sole, la porta sempre rivolta a sud è dipinta di colori brillanti. Lo sfiato per il fumo della stufa centrale è dato da una cupola aperta sostenuta da due colonne al centro della stanza. E intorno tanti pali in legno colorato. A coprire gli strati di feltro una pesante stoffa bianco latte. La vita ruota intorno al Ger, che ha regole ben precise: si entra con il piede destro e ci si saluta all’interno, mai fuori. E all’interno un tavolo sempre pronto per un forestiero affamato: il delizioso orom, uno strato di grasso scremato da una lunga bollitura del latte, che va spalmato su una specie di gnocco fritto dolce, formaggio seccato su una griglia all’esterno per settimane, saporito come i nostri stagionati, il tutto innaffiato da ciotole di latte caldo e The salato. Il Ger, nell’immensa terra sconfinata, è un puntino bianco tondo con attorno vacche, pecore e cavalli. Questi ultimi sono più piccoli dei nostri, ma robusti e veloci. Soprattutto nelle lande più lontane i bambini iniziano da piccoli a cavalcare e ogni famiglia spera un giorno di avere il grande riscatto, che qualcuno della famiglia possa prendere parte allo spettacolare Naadam Festival, il più grande evento dell’anno, una splendida espressione della cultura nomade, che si svolge l’11 e 12 luglio nella capitale, nell’anniversario della Rivoluzione Mongola del 1921.

 

Uomini selezionati in tutto il paese si sfidano nei tre sports nazionali: la lotta (wrestling), il tiro con l’arco e la corsa dei cavalli. 525 uomini si sfidano nella lotta, ad eliminazione, l’uno di fronte all’altro, gambe larghe col busto piegato in avanti e le braccia penzoloni, si afferrano, chi tocca per primo la terra perde. E il vincitore, uno solo, con il titolo di Leone della Mongolia, sarà premiato anche con la lentissima danza dell’aquila, le braccia aperte ad imitare un movimento d’ali e pochi passi alternati con una gamba piegata.

 

Una giornata intensa nel Gorkhi-Terelj National Park, un’ambiente bucolico alpino, tra strane rocce e yak e cavalli e canyon e dune di sabbia, con alcune ombre….ahimé eco mostri in costruzione. Noi abbiamo deciso di passare due giorni in un ger più isolato e meno turistico, presso una famiglia che ci ha nutrito, non solo la pancia, ma soprattutto il cuore, adattando la nostra vita al loro ritmo, tra mungiture di mucche, preparazione del formaggio e tanti dolcissimi sorrisi ed abbracci.

 

Al rientro ad Ulan Bator ci concediamo un ottimo “Mongolian barbecue” in un locale tipico, l’Altai. Come in un self service, si mettono in un piatto in ordine : le verdure (a scelta tra cipolle, carote, cavoli, funghi, zucchine, cavolfiori, broccoli ecc. tutti rigorosamente tagliati a julienne), gli spaghetti (di varie fogge, dai vermicelli a spaghetti fino a tagliatelle), poi la carne (maiale, montone, pollo, cavallo, anche questa tagliata in fette sottili). In una scodellina si scelgono poi le spezie e qui c’è da sbizzarrirsi: tutti gli aromi possibili, dall’aglio al curry, origano, cumino, mostarda, chili, ecc. e per ultimo le salse da quella di ostriche, di soia, barbecue, dolce, piccante, ecc. tutto questo va consegnato al “cuoco” che sta davanti ad un’enorme piastra rovente. Con grande maestria inizierà a cuocere prima le verdure, poi la carne, poi la pasta ed infine le salse. Il risultato: un’eccellente pasta aromatica, leggera ma divinamente gustosa

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