Afghanistan (Seconda parte)

 

Oggi è iniziata l’Avventura. I voli per Bamiyan sono stati annullati (non si sa se per settimane o mesi o anni), quindi decidiamo di andare in auto, con tutte le precauzioni del caso. Perché per andare a Bamiyan ci sono due strade: la più corta (circa 150 km direzione sud ovest) è uno dei regni dei talebani di etnia Pashtun (il nome significa Studenti ed in effetti loro si definiscono studenti del Corano, nella versione originaria molto radicale ed integralista), che controllano gran parte delle aree rurali. La seconda, che faremo (direzione nord ovest, circa 260 km) sarà di circa 5-6- 7 ore, con un paio d’ore tranquille, due ore di suspense (c’è una sorta di corridoio dove i talebani cercano di inserirsi) e altre 2-ore “tranquille”.

Viaggiamo con 3 auto. La prima è una macchina civetta che va in avanscoperta, ad un po’ di chilometri o circa mezz’ora di distanza (un guidatore ed un “osservatore”, ex militare). Se c’è qualcosa di inatteso o sospetto, il telefono sempre acceso, informa immediatamente e si fa inversione. La seconda auto e’ un van con i 3 uomini del gruppo, tutti vestiti con abiti locali, ed una guida ed infine l’ultima siamo noi, l’autista e 3 donne (si è unita a noi un’americana dell’Alaska, con anche passaporto italiano dato dalle sue origini calabresi, anche se non conosce la nostra lingua, che organizza trekking sulle montagne afgane). Indossiamo il burqa afgano, quel pesante abito blu che copre sia la testa sia il corpo, con una retina all’altezza degli occhi che permette di vedere parzialmente fuori, pur non mostrando gli occhi della donna. Non abbiamo la scorta, perché la sua presenza in realtà farebbe di noi un “target”, non passeremo inosservati e quindi sarebbe evidente che siamo  “stranieri” e quindi potenzialmente un bell’oggetto da rapire in cambio di un riscatto. Eh si uno straniero è un infedele, una spia, e vale soldi. 

 

 

 

Il caldo soffocante di una vecchia Corolla scassata  (per non dare nell’occhio), senza aria condizionata, fa capire ancora di più la gabbia in cui è rinchiusa la donna afgana. Avevo letto su un articolo una frase, riferita al burqa,  che mi sembrava terribile, ed oggi la confermo: « le donne devono girare sotto un sudario pur essendo ancora vive! » 

Sarà un viaggio incredibile, con lunghe soste in attesa di istruzioni per poter procedere, ed infine un attraversamento veloce e con finestrini chiusi.

C’è tensione, soprattutto nelle soste, improvvise, quando l’autista risponde ad una chiamata telefonica, rallenta  la velocità ed accosta la vettura. Poi resta silenzioso, immobile, in attesa di istruzioni. E noi facciamo lo stesso, ci raggomitoliamo nel burqa, diventato una sorta di coperta di Linus, e ci buttiamo nei nostri pensieri, senza poter fiatare.

Via…stop….via…. stop… via!

Mi immaginavo un paesaggio squallido, invece si attraversano belle vallate e ci inerpichiamo su straordinarie montagne (fino a quasi 3000 metri), circondati da uno splendido paesaggio di rocce colorate e villaggi fatti di fango, dove si muove il mondo: pastori con folti greggi, asini, e cammelli.



 

 

 


Nell’attraversamento dei villaggi ci viene suggerito di tenere la testa bassa, come se non bastasse la retina che fa vedere pochi millimetri!

E poi, campi coltivati, a dare quel tocco del pittore ad un ambiente che non sa di terrore.

In realtà quelle montagne nascondono caverne dove i bruti preparano l’invasione del mondo, quella guerra santa di integralisti alla ricerca di quella “purezza” delle origini, oserei dire “pura follia”.

Incredibile come ci si lasci influenzare da tutto questo, perché il fiato resta sospeso, sotto quel pesante pastrano blu.

La valle di Bamiyan è vita in movimento. Risaie, campi coltivati a grano, orzo, patate, e lunghi canali di irrigazione, mentre le strade sono attraversare da contadini orgogliosi.



 


Bamiyan era un punto cruciale dell’espansione buddista e del commercio, trovandosi sull’antica via della seta.

Più che una città un grande paese, con case basse ed una vivacità dall’aria serena. L’aria frizzantina (siamo a circa 3000 metri), riempie finalmente i polmoni, dopo l’orrendo smog di Kabul. Mi piace molto, sembra quasi un posto di villeggiatura……senza turisti! Si stenta a credere che il paese sia uno dei più poveri al mondo.

Poco prima di arrivare a Bamiyan, La Città Rossa (Shahr-e-Zohak) era un passaggio obbligato della lunga via della Seta. Incastonate nella roccia restano le vestigia di un’acropoli dalla  bellezza regale.

 

 

 

Pochi chilometri oltre, i Buddha di Bamiyan erano meta di pellegrinaggio per gli hippies di tutto il mondo, che attraversavano il paese che faceva parte del mitico Hippie Trail, quella strada della libertà e della ricerca della felicità attraverso un’esistenza semplice e contraria a quel materialismo dominante che stava conquistando il mondo occidentale negli anni’60-70. (E’ celebre anche il viaggio dei Beatles nel 1968). I Buddha di Bamiyan rappresentavano la minoranza buddhista in Afghanistan ed oggi sono un’immagine scolorita, distrutta brutalmente nel 2001 dai talebani, perché considerati idoli degli infedeli, demoliti a colpi di dinamite, malgrado altri paesi avessero cercato di negoziare lo spostamento in altri luoghi (New York o India): il Mullah Mohammed Omar fu inflessibile e ne ordino’ la distruzione. Così le 2 statue, dopo oltre 1500 anni, furono dilaniate dalla ferocia di quelle menti ignoranti che non accettano altro che l’Islam.

Ecco come apparivano nel 1963 e come sono oggi.

 

Statue alte 38 e 53 metri: si possono percorrere i cunicoli che i monaci hanno scavato nella montagna sino ad arrivare alla testa. Unica nota positiva: sono stati inseriti dall’Unesco tra i patrimoni mondiali dell’umanità: un meritato riconoscimento specie per coloro che volevano cancellarne le tracce. Anche perché alcuni paesi (Giappone e Svizzera in primis) si sono proposti nella ricostruzione e, anche se purtroppo, non si è ancora potuto procedere, pensiamo positivo, prima o poi rinasceranno.


 

 

Sempre vicino a Bamiyan, il sito archeologico di Shahr-e Gholghola City (o City of Screams), con le rovine di un’antica città distrutta da Gengis Khan nel 1221.

La temperatura è scesa, dagli oltre 30 gradi (percepiti molti di più, di Kabul), si scende a 16…..6 di notte.

Uno dei luoghi che sognavo di vedere in Afghanistan sono i magnifici laghi di Band e Amir, i cosìdetti laghi di cobalto. Mi piace  credere alla leggenda secondo cui il genero di Maometto arrivato sulla montagna, fece rotolare a valle grandi massi creando la “diga del timore”. Poi, con una sciabolata, tagliò la montagna che cadendo formo’ varie dighe naturali, con un’acqua ricca di minerali, che scende da un lago all’altro. Un’opera che ricorda i vasi comunicanti. Laghi quasi magici, considerati portatori di fertilità, tant’è che molte donne si bagnano (totalmente vestite), nelle acque dall’intenso color cobalto. Nel 2009 l’area fu dichiarata primo parco Nazionale dell’Afghanistan. Arroccati a oltre 3000 metri,  tra le  vette dell’Hindu Kush, i laghi sembrano un meraviglioso dipinto!


La passeggiata dal villaggio fino alle cascate è splendida. L’acqua del lago color lapislazzuli ha delle sfumature verde smeraldo.

 

Un gruppo di ragazzi balla, alternandosi al ritmo di quel battimani pieno di allegria. Naturalmente questo è permesso solo agli uomini.


 

E si riparte su quella panoramica strada che riporta verso Bamyan.

 

All’improvviso un gruppo di auto ferme, e l’ennesimo ballo, in strada. Un matrimonio di passaggio: avrei tanto voluto vedere la sposa, ma la legge islamica non lo permette, solo i maschietti hanno certe libertà!

 

La cittadina di Bamyan è a misura d’uomo, con le sue case basse ed un’atmosfera rilassante

 

 

 

 

Oggi siamo stati ospiti in un villaggio. Un amico di Noor (la nostra guida) vive qui e a breve convolerà a nozze. Il villaggio sembra un’oasi. Si esce dalla strada principale e si percorrono una decina di chilometri di strada sterrata, tra campi coltivati ed un piccolo fiumiciattolo. Il villaggio con case di terra è arroccato davanti a montagne colorate. Per arrivare a casa di Ali dobbiamo salire a piedi su un ripido sentiero. Ci hanno accolto con onore, offrendo the e mele e sorrisi. Il padrone di casa ha risposto a tutte le nostre domande ed è stato davvero piacevole sentire storie vere dalla viva voce (anche se, non parlando inglese, la nostra guida era il traduttore). Vita semplice, dura, ma comunque dignitosa, tra lavori nei campi e pascolo. L’unica cosa che ho notato è che comunque anche lì, in una casa privata di montagna, le donne non si sono viste. Avremo voluto anche solo condividere qualche sorriso con loro, ma purtroppo no, a loro la vita sociale esterna forse non è permessa

 



 

 

Una cosa incredibile, che mi ha lasciata molto perplessa, è la risposta ad una domanda, che ritenevo banale (fatta alla guida, laureato: ha avuto anche la possibilità di viaggiare in India, Uzbekistan e Tagikistan e di studiare perfettamente l’inglese). “Ma perché tanti uomini, e molti che hanno avuto la possibilità di studiare, lasciano l’Afghanistan e partono in un viaggio dell’orrore verso l’Europa? Perché temono l’ennesima guerra?”. “qualcuno si, ma sono pochissimi. I giovani oggi sognano la bella vita. Noi guardiamo molto la televisione. Tutti hanno un cellulare (e a questo proposito sono rimasta sorpresa che il telefono prende praticamente ovunque e tutti, ma proprio tutti, i social media,  funzionano perfettamente). Noi sogniamo belle auto, belle donne, belle case, bella vita. In TV e su internet si vede che in Europa TUTTI  guidano belle macchine, TUTTI hanno splendide case, TUTTI fanno una bella vita.  Tu non sogneresti di vivere in un castello dorato?”. È sconvolgente, in un paese dilaniato da guerre mi sarei aspettata una risposta decisamente diversa, molto più “sociale”.

Un’altra notte insonne, con qualche ricordo dell’Africa, di quelli molto, molto brutti.

Decido di lasciar perdere, non ho voglia di entrare in quelle conversazioni che non verranno capite. O forse sono io che non capisco? Cerco di ripensare ai bambini nei campi all’alba o al pascolo o per strada a raccogliere lattine e plastica da vendere per qualche caramella. 

Il viaggio di ritorno verso Kabul sarà  come l’andata, solo che avremo auto diverse (comunque sempre vecchi macinini con vetri rigati) ed anche altri autisti.
“Mi piaceva molto Ali, era un’ottimo guidatore, un vero rallysta!” “Mi dispiace, per sicurezza dobbiamo cambiare tutto”. Peccato, ci troviamo con un giovane scatenato, che non rallenta ai dossi. Sei ore, ed è la mia schiena a chiedere il riscatto! Come se non bastasse, nel traffico febbrile di Kabul, a cinque minuti dall’Hotel, si immette in un viale (a tre corsie), contromano. Lo vedo accostare e cercare lentamente di scivolare tra le auto che strombazzano e urlano, ma lui, niente, imperterrito, cerca di arrivare al prossimo incrocio….. Chiudo gli occhi…. e li riapro solo quando un poliziotto fa svolazzare la multa appena compilata, con l’autista che continua a dichiararsi innocente… che coraggio! 

 

Si vola ad Herat, la terza città più grande dell’Afghanistan, nella valle del fiume Hari, nell’Afghanistan Occidentale, a due passi dal confine iraniano. Una piccola oasi verde, martoriata dai fanatici talebani.

La meravigliosa moschea Masjid-e Jami è una struttura di minareti dai colori pastello. Immensa, molto bella, la cosiddetta Moschea del Venerdì, è un’opera d’arte.  Ed anche oggi siamo gli unici turisti in questa moschea immensa

La visita alla fabbricazione delle ceramiche è molto interessante. Si usa la vecchia tecnica del forno di terra.

 

 

 

E poi la meravigliosa manualità degli scultori, che, con alacre pazienza e abilità, intagliano e dipingono meravigliosi piccoli gioielli che verranno incastonati nelle pareti.


 

 

 

La prossima ha una scritta che in se racchiude un civilissimo concetto di alta fedeltà molto rispettabile, pero’, purtroppo,  a noi occidentali,   rievoca tristissimi ricordi: è la frase usata dai fanatici che si buttano in mezzo alla folla di chi ha un credo diverso e si  fanno esplodere all’urlo di “Allah Akbar”….Dio è grande

 

 

 

 

La sorpresa di trovare una piastrella che dice che l’Italia ha collaborato alla creazione e allo sviluppo di queste opere d’arte. 

 

 

Ma Herat è famosa anche per la cittadella che ci riporta al 330AC, quando l’Armata di Alessandro il Grande arrivo’ in quello che è ora l’Afghanistan, dopo la battaglia di Gaugamela. La cittadella fu usata come sede centrale da molti Imperi negli ultimi 2000 anni, per questo fu distrutta e ricostruita più volte, la più recente risale al  2005.

 

 

 

In periferia è stato creato, nel 2010, il Museo della Jihad, con tutte le informazione sui passati conflitti ed un memoriale a quegli eroi che hanno combattuto duramente contro i Sovietici negli anni ‘70-‘80.

 



 

 

Ad Herat c’è un ristorante stupendo dove assaggiare la cucina tipica. In centro città, il Parmisresturan è il luogo perfetto per assaggiare le specialità locali, carni miste (tra altri pollo al curry, stinco di vitello, kebab di montone) accompagnate da riso basmati, riso speziato e riso fritto allo zafferano.

 

E poi la specialità di Herat è il Gelato. Il famoso Shiryakh Ice Cream, simile all’Indiano, ma con una ricetta personalizzata. Il centro pullula di gelaterie, la VIP propone un cremoso gelato allo zafferano, con pezzetti di mandorle croccanti ed una specie di mascarpone lavorato con panna (ed il segreto dello chef). Uno dei migliori gelati mai mangiato. E, per chi vuole un classico, proprio di fronte, per i nostalgici, c’è una macchina della Carpigiani molto popolare, per chi non si può permettere la coppa gigante in vetro lavorato a 1,5 dollari,  seduto comodamente nella gelateria più chic della città.

 

L’Afghanistan sembra una macchina del tempo, perché quando ti trovi fuori dalle città, sembra di tornare indietro nei secoli. Nelle piste polverose si muove un mondo di soli uomini, con aratri trainati da buoi che cercano disperatamente di tracciare solchi su un terreno dispotico. Tra le case un fantasma si muove rapidamente da una porta all’altra. Un velocissimo velo azzurro che svolazza fulmineo, senza lasciare il tempo di capire se davvero sotto si celi una donna. Ma noi pensiamo sia così, lei, chiusa nel suo bozzolo di tradizioni ataviche, lontana da quel mondo esterno che le è proibito o forse che non ama…chi siamo noi per giudicare?

 

 

 

 

 

 

Oggi ho visto quell’usanza che si chiama  “bacha posh”. (Purtroppo non ho potuto fotografare per motivi di sicurezza). Una giovane bambina dalle lunghe mani affilate e dal malinconico sorriso, vestita con grezzi abiti maschili, intenta a lavorare con il padre. Quando in una famiglia (specie se ci sono debiti da pagare) non c’è un erede maschio, una delle figlie deve ricoprire questo ruolo e lavorare con il padre. Capelli corti, abiti maschili e cambio nome: fino all’età della pubertà, quando tornerà ad appropriarsi del suo ruolo di donna, ma ahimè perderà anche quella “libertà “ consentita ai soli maschi. La cultura afghana (e quella pakistana) è ancora molto legata a questa tradizione, che crea uno sdoppiamento della personalità: da piccola la “bacha posh” sarà un ometto a tutti gli effetti, ed il ritorno ad una femminilità mai vissuta può essere davvero traumatica, soprattutto se si lega poi a matrimoni da contrarre con mariti scelti decisamente più grandi. Dal 2018 in Afghanistan si è votata la legge che ha alzato l’età del matrimonio per le ragazze a 16 anni, ma ci sono ancora famiglie dove bambine di 10-14 anni vengono date in pasto a uomini di 30-40-50 anni più grandi. Una vera piaga sociale in uno dei peggiori paesi al mondo in cui essere donna.

Tornando alla cucina, questa rispecchia l’essere, l’Afghanistan, un crocevia di civiltà nell’Asia Centrale, e quindi “subisce” le contaminazioni di vari popoli, dai turchi agli indiani, dai greci ai persiani.

I cosiddetti piatti poveri sono quindi arricchiti da prodotti che esaltano il sapore ed i profumi. Per questo il riso cotto a vapore (basmati o comunque a chicco lungo) diventa  reale nella versione “Kabuli Pilaw”: carote caramellate, mandorle ed uva passa (e carne di agnello nella versione non vegetariana).

 

 

Ma il piatto che ho più amato è indubbiamente L’Ashak , un piatto molto tradizionale e popolare in Afghanistan. Una specie di grandi ravioli dalla pasta sottile bolliti, con un ripieno di verdure speziate (esiste anche la versione con carne e piselli detta mantu) conditi con yogurt fatto in casa e salsa alla menta: un trionfo di leggera acidità balsamica che rinfresca il palato.

 

La cucina afghana è molto conviviale. I commensali si accovacciano intorno ad una tavola bassa (il Dastarkhan) su tappeti dai mille colori e si dividono le portate usando solo la mano destra. Per questo, prima di iniziare a mangiare, viene dato ad ogni commensale un contenitore di rame pieno d’acqua con del sapone ed un panno per lavarsi le mani.

 

Si dice che tutti abbiano un cellulare perché così non ci sono più ospiti che arrivano all’improvviso all’ora del pranzo senza avvisare. Anche perché per gli afghani l’ospite è sacro ed è una grande offesa  rifiutare un invito o portare cibo a casa di qualcuno: indipendentemente dal ceto sociale significherebbe che colui che invita non ha abbastanza cibo da offrire, grave onta. E, per lo stesso motivo, bisogna sempre lasciare un po’ di resti nel piatto (cosa che mi è davvero difficile fare, anzi, a casa mi innervosisco quando qualcuno lascia cibo nel piatto, perché, per me, vuol dire che non era abbastanza buono).

Il kebab di agnello profuma ovunque, dalle bancarelle sparse nelle città, ai ristoranti tipici.

Per i curiosi, gli spiedini di testicoli del montone  sono ricercatissimi, vista la loro fama di poteri simili a quelli del viagra. Carne di montone, agnello, capra, deliziosamente profumati, sono accompagnati dall’immancabile pane, fresco e croccante. Io adoro il pane (alcuni amici dicono che mi sono trasferita in Francia solo perché la baguette viene sfornata più volte al giorno!). In Afghanistan esistono ben 4 tipi di pane, il più diffuso è il Naan, forma ovale e sottile, spesso in versione con semi di papavero e sesamo. Ma esiste anche la versione tonda, più spessa e fragrante:  Il sapore ed il profumo inebriante sono dovuti alla cottura in un forno alimentato dal carbone di legna.

 

Molto goloso è anche il Bolani, una sottile pasta sfoglia preparata alla griglia, con un ripieno di porri e patate. Lo si trova anche come Street food. Esiste anche nella versione fritta, poco sana, ma buonissima. 

Il cibo viene servito con The zuccherato (chai)

 

La strada per la pace e la ricostruzione sembra ancora lontana, le conflittualità etnico-religiose sono irrisolte, e gli attentati frequenti.

D’altra parte sappiamo bene che il terrorismo islamico ha un unico scopo ben preciso, applicare la legge di Dio sulla terra, e, per loro questo significa sharia nel modo più esteso possibile. Sangue e distruzione sono necessari per raggiungere l’obiettivo. Ma la cosa che più mi sconvolge è sapere che nei paesi più sperduti persino le donne potrebbero essere d’accordo ad accettare un regime fondato sulla dura legge islamica, perché sarebbe addirittura meglio delle brutali leggi tribali che sanciscono che la donna altro non è che merce di scambio, senza il minimo diritto (teoricamente dal 1976 è vietato “vendere” la donna, ma in realtà questa è una pratica tuttora in essere nei villaggi di montagna). È un po’ come se tu vivessi costantemente in guerra; probabilmente ad un certo punto, vedere arrivare la pace, anche se portata da un uomo pessimo, cattivo, schiavista…. è comunque uno spiraglio di luce, qualcosa di diverso che diventa persino auspicabile.  Un pensiero terribilmente perverso, che fa pensare ai gruppi terroristici estremi come portatori di pace, in una terra tristemente dilaniata da guerre civili.

Francamente non sono in grado di dire se sia stato un viaggio pericoloso. Certamente, anche se non è successo niente di spiacevole, devo ammettere che non sono mai stata completamente rilassata, anzi ho vissuto sempre con quell’ansia latente che fa strabuzzare gli occhi e tenere le orecchie allertate. Questo anche solo per i racconti delle persone locali incontrate (comunque non molte ed in situazioni protette, diverse dal classico incontro casuale che amo nei viaggi) fatti di storie di lutti famigliari da attentati o bombe. E poi perché in Afghanistan ci sono persone estremamente accoglienti, ma anche molte xenofobe e  bellicose, quindi totalmente imprevedibili!

Raccolgo i ricordi e mi limito a lasciare questo paese con molta umiltà, perché è davvero difficile capire la storia complessa dell’Afghanistan in quanto nessuna realtà è veramente così lontana dalla nostra.

“Tashakor” (Grazie) Afghanistan per avermi accolta e per avermi fatto capire quello che ti serve in questo momento. Non certo qualcuno che venga qui a scattare foto ad edifici fatiscenti e dire che fa tutto schifo. Certo, non è il paese del bengodi, ma ci sono posti stupendi. I laghi di Bandar e Amir sono una delle opere naturali più belle che abbia mai visto in tutta la mia vita. La natura intorno è straordinaria, come Il Panjshir, un’altra oasi.

Voglio comunque ricordare che le donne afgane, de jure, hanno gli stessi diritti dell’uomo dal 26 gennaio 2004.

 

 

L’Afghanistan è quel posto dove:

  1. le donne Devono usare il velo, sempre
  2. Le donne possono guidare ma devono avere un’auto con i finestrini oscurati per evitare commenti…. e di peggio
  3. Le persone amano essere fotografate……ma non dalle donne
  4. I ragazzi  amano fare selfie con i turisti… ma non con le donne
  5. Le donne possono andare nei ristoranti…..certo non tutti, e soprattutto non nel primo piano dedicato agli uomini, ma solo in quello superiore…dedicato alla famiglia
  6. La donna può andare in viaggio, ma solo se accompagna il marito
  7. il corpo di una donna non le appartiene, cioè appartiene al marito, alla famiglia: l’uomo che non domina la moglie è un debole, non sarà mai rispettato dalla comunità. Il contratto di matrimonio e’ un passaggio di proprietà, dal padre al marito, lo sposo contratta con un altro uomo la “vendita”, perché i matrimoni sono sempre combinati
  8. Se, dopo il matrimonio si scopre che la moglie è sterile, è lei che deve cercare un’altra donna “fertile” al marito. Se al marito piace la donna proposta, se la sposa, altrimenti la “sterile” deve cercarne un’altra ed un’altra ancora, finché lui dirà che va bene
  9. Se, dopo il matrimonio si scopre che il marito è sterile….la coppia può procedere all’adozione
  10. Il marito può chiedere il divorzio e lasciare la moglie quando vuole, la moglie non può  chiedere il divorzio ne’ lasciare il tetto coniugale
  11. Nelle zone rurali, l’adulterio (della donna) può essere punibile con la lapidazione, anche se il codice civile prevede “Solo” la reclusione
  12. Nelle zone rurali è spesso imposto il burqa
  13. Picchiare la donna è “religiosamente” previsto dal Corano. Qualcuno dirà, non è vero…..certo, ci sono delle regole ben precise e questo vale “solo” per le recidive, quelle cattivone che non sono d’accordo con il precetto di base che vuole che una brava moglie sia sempre docile ed arrendevole! Corano 4:34: dopo averle ammonite ed aver separato i letti, le donne ancora disobbedienti possono essere picchiate

Tutto questo comprende la vita normale delle donne oggi.

I Talebani, che considerano quanto sopra una libertà di costumi inaccettabili impongono tra altro :

  1. divieto di uscire di casa (se non accompagnate da marito, padre o fratello)
  2. Divieto di studiare (tranne qualche bel versetto del Corano! le scuole femminili sono state convertite in seminari religiosi)
  3. Obbligo del burqa, e, se non hanno le caviglie coperte possono essere frustate in pubblico
  4. divieto di uso di cosmetici (a donne trovate con smalto sono state amputate le dita)
  5. Divieto di ridere e di portare i tacchi, perché nessun estraneo dovrebbe sentire la voce o i passi di una donna
  6. Divieto di viaggiare sugli stessi autobus degli uomini. In realtà sui bus si legge “per soli uomini” o “per sole donne”, ma poi si dice che una donna non può viaggiare senza accompagnatore
  7. Divieto di essere fotografate
  8. Divieto di lavorare fuori dalle mura domestiche

Mi sembrerebbe un mondo infelice, un’imposizione orrenda che le donne devono subire. 

Ma alla fine ripenso ad un’esperienza vissuta e tutto il castello sopra cade.

Sono all’aeroporto,  in attesa dell’imbarco per Istanbul. Arriva una signora di corporatura piuttosto robusta e si siede accanto a me. Lungo abito nero di stoffa setosa, finemente ricamato e tempestato di pietre ton sur ton. Nelle dita 1 grosso diamante ed un’alessandrite (con quella tonalità blu-verde che cambia colore alla luce artificiale). Ed una Kelly di Hermes al braccio. Il velo le fa intravedere gli occhi, il naso e la bocca, i capelli completamente coperti. Mi parla, in un inglese oxfordiano: vuole sapere di dove sono, cosa faccio, se sono sposata, dov’è mio marito, ecc. Poi è il mio turno. Afgana, marito imprenditore, vive ora a Dubai, in un lussuoso appartamento di Palm Jumeirah, ed ama fare shopping di borse francesi. Alla fine mi dice: “Sai perché ho parlato con te e non con quell’altra straniera che è seduta laggiù?”. E mi indica una signora, in un angolo, tipici tratti tedeschi (o nordici), con un foulard molliccio sul capo, che lascia intravedere lunghi capelli biondi e abito tre quarti su un pantalone che lascia scoperto mezzo polpaccio. (È con altri due uomini, credo di qualche organizzazione umanitaria).  “Tu” mi ripete la Signora afgana “sei una donna perbene, che sa come deve comportarsi e deve vestire una donna. Tu rispetti il paese che ti ha accolta.  Quella la è una poco di buono, sicuramente non ce l’avrà neanche un marito”.

Ecco, queste sono le vere cose che mi fanno pensare che la situazione della donna afgana non può migliorare, o forse, che siamo noi “occidentali” che pensiamo che Solo la nostra sia una società felice.

 

Ripenso al viaggio e a tutte quelle persone incrociate con le quali avrei tanto voluto instaurare un dialogo. Per questo sogno di tornare e di vedere il cielo pieno di aquiloni: per i bambini questo è il segno che la vita riprende, lieve e colorata come una farfalla libera.

Prima di chiudere vi devo raccontare come sta oggi la “ragazza afgana di Steve Mc Curry.” Dopo oltre 17 anni, nel 2002,  il Maestro si mise alla ricerca del volto che lo aveva reso ulteriormente famoso. Fu arduo attraversare villaggi e chiedere informazioni, con solo una fotografia (nel frattempo si era sparsa la voce e molti tentarono di spacciarsi per quella che era diventata una star occidentale). Fortunatamente Sharbat Gula aveva una piccola cicatrice sul naso che la rendeva riconoscibilmente unica. Ed eccola, a 30 anni o poco più, madre di 3 figlie, nella sua modesta casa in una zona di confine del Pakistan, mentre stava cucinando, e ricordo’ l’episodio di quando era ragazzina, perché fu l’unico incontro con uno straniero.

Fu curiosa di posare per la seconda fotografia della sua vita, con la stessa timidezza adolescenziale.

Grazie a Steve McCurry (ed all’eco che ebbe la sua fama nel mondo, dopo il secondo scatto), la “ragazza fiore d’acqua dolce” (questo è il significato del suo nome in lingua pashto), riuscì a realizzare il suo sogno, il pellegrinaggio a La Mecca con il marito, le fu dato un servizio medico adeguato, ed una macchina da cucire, affinché sua figlia potesse imparare un mestiere. Questo capitava un bel po’ di anni fa. Ma evidentemente la felicità non era ancora raggiunta. Nel 2016 Sharbat fu arrestata per documenti falsi: vedova da anni, aveva cercato di falsificare l’identità per poter rimanere in Pakistan. Anche stavolta il destino è dalla sua parte. Viene rispedita in Afghanistan ma accolta a braccia aperte addirittura dal presidente Ashraf Ghani, che le consegna le chiavi di un appartamento a Kabul, dove potrà vivere serena con la sua famiglia.

Mi sembra una bella conclusione di una vita difficile e voglio crederci: non voglio seguire quelle illazioni che sottolineano che ancora oggi le donne afgane non devono incrociare gli occhi di un estraneo, figuriamoci quasi quaranta anni fa. Si mormora che, proprio perché la poveretta, notata tra i rifugiati da Steve McCurry e  portata dallo stesso in un altro luogo per il servizio fotografico, ha accettato di farsi vedere scoperta da uomini, tra l’altro stranieri, e per questo  sia stata additata come una poco di buono: scusate, ma voglio credere che questo pensiero sia frutto di una mente malata e mi dissocio completamente da questa versione. 

Buona vita, Sharbat Gula, con quello sguardo da Monna Lisa che tanto ci ha incantato.

Vi lascio con una serie di foto ed una carrellata di ritratti, perché, come sempre, per me, la bellezza di un paese sono loro, uomini e donne (purtroppo poche sia perché non escono, sia perché non si lasciano fotografare)

 

 

 

 

 

 

 

 


 

E chiudo con lei, la mia Monna Lisa afghana. Mi ha seguita, durante tutto il mio trekking tra i resti di un’antica città. Nel caldo afoso, tra i silenzi di un luogo abbandonato e senz’anima, sentivo il suo passo lieve; scalza, sopra quelle rocce appuntite, saltava come una libellula. Non ha mai detto una parola, non ha mai sorriso, non si è mai lamentata, non ha mai chiesto nulla. Una figura  silenziosamente presente.
Si, lo ammetto, avrei voluto portarla con me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Afghanistan (Seconda parte)

  • 12 Giugno 2021 in 10:54
    Permalink

    VERY, very different from when I was there in the 70’s, I was in the forces then

    Well before Sharia law came to be the major religion

    Very brave of you to travel in these troubled times

    Rispondi
    • 12 Giugno 2021 in 13:13
      Permalink

      Thank you Derrick, yes I think in the 70’s this country was just amazing! Lucky you to have seen it in better days.

      Rispondi

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