Kurdistan

 

Oggi vi porto in Mesopotamia. Faremo un lungo viaggio nella culla della civiltà, tra sorrisi (la popolazione è molto cordiale e ama chiacchierare con noi), ma anche tante lacrime (il paese è stato martoriato da guerre e personaggi tristemente famosi, come Saddam Hussein). Quando si pensa all’Iraq, c’è una sorta di gelo, gli occhi sgranati ed il fiato sospeso. Ebbene, sappiate che in Iraq ci sono due mondi paralleli, c’è una parte del paese che sembra, anzi è,  una tranquilla oasi di serenità. Per questo penso sia corretto oggi parlare di due luoghi come se fossero due paesi, il Kurdistan ed il resto dell’Iraq. Pur non essendo formalmente riconosciuto, Il Kurdistan è uno stato separato, prevalentemente abitato dai curdi ed è per questo che ha assunto una connotazione geopolitica nella “speranza” di diventare uno stato indipendente.

Per farvi capire quanto siano diversi Kurdistan ed Iraq vi confermo che per entrare in Kurdistan si può facilmente fare il visto alla frontiera, arrivando in auto dalla Turchia, visto che è valido solo nel territorio del Kurdistan. Mentre per entrare in Iraq bisogna tassativamente volare su Baghdad ed ottenere il visto solo nell’aeroporto della capitale. Io mi sono trovata a 50 km da Mosul (a Duhok) ma per poter visitare Mosul ed il resto dell’Iraq, ho dovuto fare altri 50 km, arrivare a Erbil, prendere un volo interno di oltre un’ora su Baghdad e poi in auto per 450 km. E poi un’altra grande differenza : in Kurdistan si può tranquillamente fare un turismo « classico », spostandosi anche da soli senza stress. In Iraq…. è tassativo (o altamente consigliato) un ottimo fixer o la scorta, qualcuno che sappia unire la diplomazia alla conoscenza ed una buona dose di audacia, tanto per essere chiari.

Il Kurdistan ha sostanzialmente quattro regioni: il Kurdistan turco,  iracheno,  iraniano e  siriano. Oggi vi porto nella parte nord e nord-est di quella che era l’antica Mesopotamia, e vi farò viaggiare nel Kurdistan turco e quello iracheno. Il nome Mesopotamia profuma di antico, è un salto verso le origini. Ricorda, in qualche modo,  i più influenti insediamenti della nostra esistenza, il Tigri e l’Eufrate: in mezzo, quella terra dal passato glorioso.

Il fiume Tigri contribuisce a rendere fertile quella campagna circostante, esattamente come oltre 8000 anni fa.

Nella provincia di Diyarbakir convivono armeni, arabi, turchi, ma il gruppo più numeroso sono i curdi, gli indigeni delle pianure mesopotamiche. La loro storia recente è drammatica. Circa 30 anni fa il governo turco ha dichiarato di non riconoscere il popolo curdo, cercando di cancellare la loro identità, costringendoli ad abbandonare la loro lingua, la cultura, gli usi ed i  costumi, anche con azioni forti come arresto e, in casi estremi, persino  la morte. La rivendicazione della loro identità è una lotta continua. Le guerre politico/etniche tra turchi e curdi sono storia recente, ancora attuale: pare che molti curdi abbiano dovuto abbandonare alcune regioni dove sono nati, per la mancanza di opportunità lavorative. Io ho attraversato gran parte del Kurdistan e devo dire di aver trovato un popolo estremamente gentile, aperto, cordiale, fiero della propria identità. Posso confermare l’ospitalità curda, fatta prima da quei sorrisi e quell’apertura spontanea ad un incontro od un semplice scambio di frasi, fino all’offrire, al turista di passaggio, un mini concerto con  canzoni della loro identità o un assaggio del delizioso cibo locale.

Il mio viaggio parte proprio da Diyarbakir, città sul fiume Tigri, nella regione dell’Anatolia sud orientale della Turchia. Le maestose mura che circondano la città sono le seconde più grandi del mondo, dopo la muraglia cinese.

 

 

 

Possenti, di basalto nero, circondano lo scrigno della città fatto da castelli, caravanserragli, chiostri e chiese.

La vista verso l’esterno è altrettanto spettacolare : in lontananza spunta la serpentina del Tigri, in mezzo ad orti verdeggianti

 

 

Camminando lungo le vie della città, si scorgono portoni aperti che portano a meravigliosi caffè e ristoranti, delle vere chicche dove gustare un buon tè e socializzare con la gente locale. 



Antichi caravanserragli, splendidi e poi  i vecchi bagni pubblici, ora trasformati in luogo di socializzazione.

 


 

 

 

E naturalmente il bazar, dove si trova  di tutto, dall’abbigliamento tradizionale

 

Al cibo (come la carne di agnello)

 

 

Il formaggio

O l’ottimo pane fragrante

 

Le spezie

Le olive

Firin C è un bel ristorante ricavato da un ex Hamam restaurato magnificamente, mantenendo alcuni pezzi originali (come le porte basse). Sembra veramente di essere in un edificio pieno di storia. Ottimo anche il cibo, tipico, come Il piatto di carne alla griglia, oppure il kebab o ancora la “pizza turca”.

 


Passeggiare  per la città è decisamente piacevole e non si ha la sensazione di vivere in un luogo che fino a pochi anni fa era campo di battaglia. La vita scorre lieve, la gente è molto socievole e gentile.



 

 

A Diyarbakir c’è un posto da vedere assolutamente . La Deingbej Evi è un cortile di pietra dove gli anziani si ritrovano tutti i pomeriggi: le storie della loro gioventù vengono raccontate o cantate, davanti a chiunque si fermi. Anche se la lingua (in questo caso il curdo) è per noi ostica, è davvero interessante trascorrere un’ora guardando la mimica dei personaggi che si alternano in una vera performance da teatro, un modo estremamente efficace di mantenere vive le tradizioni.


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E poi, poco lontano, difficile resistere alle “dolcezze” locali: il pistacchio è buonissimo!

La Moschea Ulu Camii è una delle più antiche d’Anatolia, ed ha intorno alcuni edifici con un grande cortile di 63 metri per 30

 

E si parte verso il confine che ci farà entrare nel Kurdistan iracheno. Il paesaggio è bello con verdeggianti colline. Ogni tanto qualche postazione militare ci ricorda che è sempre meglio avere la situazione sotto controllo.

Ed eccoci ad Erbil, La Capitale storica del Kurdistan iracheno, una città dal passato turbolento

Erbil è una città vivace. La cittadella ha spento 6000 candeline e sta facendo l’ennesimo lifting.

La vecchia stazione è stata distrutta: pare che Saddam Hussain abbia usato il ferro delle rotaie  per fare armamenti di guerra. Ora abbandonata, è stata usata per le riprese di parecchi film.


 

 

 

Il museo della Civiltà di Erbil è nato negli anni ‘60 e vanta una bella collezione di vari  periodi storici (dal II millennio a.C. fino al periodo islamico).


 

 

Tornando alla cittadella, è decisamente un luogo molto turistico, soprattutto da quando è diventata Patrimonio dell’umanità nel 2014. Una città fortificata, raggiungibile solo a piedi, con il Museo del tessile curdo, dove si trovano tappeti, oltre ad abiti tradizionali e utensili utilizzati in passato.

 



 

 

Molto bella, dalla Cittadella, la vista della città moderna.

 

 

Di fronte il fantastico Qaysari Bazar, il mercato, cuore pulsante della città. Passerei ore tra il dedalo di commerci, tra cibarie varie e negozi di abbigliamento e qualche negozietto, decisamente attrezzato, che vende armi da guerrafondaio.


 

Girovagando per la città si incrociano bei parchi con minareti interessanti

 

 

 

poi la splendida moschea islamica sunnita di Jalil Khayat. L’interno è veramente particolare, da notare non solo l’aspetto architettonico, ma anche quello artistico. I forti contrasti di colori vivaci la fanno sembrare più un luogo di divertimento anziché di culto.

Erbil riserva molte sorprese. A pochi chilometri dal centro sorgono quartieri lontani dalla nostra idea di Iraq. Dream City è una zona  molto moderna: sulle ali dei bei viali lindi sorgono splendide case. Sembrerebbe il quartiere residenziale di una ricca città europea. Il complesso ha 4 entrate e alte mura che garantiscono sicurezza e privacy per gli « eletti » che si possono permettere unità abitative che vanno dai 250 ai 1000 metri quadri. I prezzi? La mia guida ha alzato gli occhi e guardato le stelle.

 

Quando si viaggia in medio oriente, dove è predominante l’Islam, si pensa subito alle Moschee. Ed ecco che sorprende un quartiere Cristiano in Iraq. Ainkawa e’ un bel distretto nella prima periferia di Erbil: è interessante vederlo di sera perché le strade sono ben illuminate dalle insegne colorate dei negozi che vendono alcoolici, dalle birre tedesche ai whisky scozzesi, alla vodka polacca. E poi chiese, come la St.Joseph’s Church.
Al Teachers Club, si possono gustare ottime specialità locali, annaffiate da buona birra o vino.

 

 

 

Partiamo verso est, direzione Shawlawa, per raggiungere Hamilton Road. Poco fuori Erbil sorge il castello Khanzad (chiamato anche Banaman). Fu fatto costruire dalla leggendaria leader curda Khanzad nel quindicesimo secolo. Sorella del Re Mohammed, guidò due aree del Kurdistan per sette anni.

 

Poco oltre carri armati abbandonati giacciono, oramai inerti, solo per ricordare un passato burrascoso. Sembra un brutto museo a cielo aperto.

 

 


La strada prosegue, tra ridenti paesaggi di un verde irreale , con pascoli e colline e profumo di linfa, fino alle cascate di Geli Ali Beg.

Archibald Milne Hamilton era un ingegnere civile neo zelandese , e negli anni ‘30 costruì la famosa strada che collega Erbil al confine iraniano e che ha preso il suo nome. Bella, panoramica, si snoda tra canyon romantici: mi è piaciuto percorrerne anche un tratto a piedi, una piacevole passeggiata di alcuni chilometri.


Ma lo spettacolo più grandioso è il canyon Rawandiz Gorge Canyon. A breve distanza dai confini con Iran e Turchia, il canyon è una delle bellezze naturali più straordinarie del Kurdistan. Pareti rocciose vertiginose e fiumi che formano una serpentina decisamente fotogenica.



Nella stessa zona si può fare una sosta ludica. Il Shingelbana Resort è una sorta di parco divertimenti, con attività varie, dal brivido di lanciarsi a tutta velocità con una specie di kart lungo il percorso che sfiora il canyon (l’unica foto che sono riuscita a fare è stata quando ho ripreso la salita, lenta,  perché in discesa ho voluto provare l’adrenalina di spingere l’acceleratore a fondo e sgranare gli occhi sull’orlo del canyon), fino al buffo giro sul trenino rosa shocking, che io ed il mio compagno di viaggio  non abbiamo potuto evitare….cos’è la  vita senza un po’ di ironia?

 

Sempre in zona un’altra sosta porta alle Bekhal Waterfalls, cascate che dovrebbero essere incastonate in mezzo ad una natura, in quelle montagne del nord del paese a 135 km da Erbil. In realtà intorno alle cascate sono stati costruiti ristoranti che snaturano il paesaggio. Detto questo il luogo è molto turistico e preso d’assalto dai curdi in vacanza.

Si riparte, direzione sud, verso la seconda città del Kurdistan,  Sulaymaniyah.  Lungo la strada merita una sosta il lago Dukan  un bacino idrico sul Little Zab creato dalla costruzione della diga di Dukan nella seconda metà del 1950 per fornire energia elettrica alla zona. Circondato da una bella natura, il luogo è una delle più importanti destinazioni turistiche della zona, anche perché si trova a soli 55 chilometri da Sulaymaniyah, la seconda città del Kurdistan iracheno, con circa 800.000 abitanti.
Oltre a nuotate nelle acque cristalline, si possono fare giri in barca, o anche solo relax e un ottimo pranzo a base di pesce, rigorosamente frutto del lago.

 

 

E si riparte verso la città

Sulaymaniyah è vicina al confine iraniano.
la prima cosa da vedere in città è senza dubbio l’ Amna Suraka Museum o “Museo della Sicurezza Rossa”: Un racconto del tragico periodo del genocidio dei curdi quando c’era al potere Saddam Hussein. Il Museo sorge dove c’era il quartiere generale del regime di Saddam : restano a prova di un periodo triste, i  carri armati e molte armi di vario genere. Ma è l’interno che mostra le atrocità, anche del periodo di occupazione dell’Isis, quando molti pashmerga (combattenti curdi) sono caduti eroicamente per difendere il loro popolo.

Tra altro, si possono vedere le stanze delle torture, le fotografie del grande esodo nella disperata ricerca della libertà,  fino alle terribili mine disseminate ovunque e relativi produttori (l’Italia è tra questi). A proposito di mine, molte sono state posizionate vicino al confine  con l’Iran e sono ancora oggi causa di molte morti ogni anno.


 

 

 

sempre nel museo si trova una grande sala degli specchi: 182000 pezzi di vetro che rappresentano i martiri che hanno dato la loro vita per la libertà del popolo e 4500 lampadine che rappresentano i villaggi distrutti.

 

Il grande bazar si snoda lungo le vie della città, tra spezie, abiti, banchi di frutta e verdura e venditori sorridenti e decisamente gentili, pronti a far assaggiare le delizie locali.

 

 

e poi bar lungo la strada o ricavati da antichi caravanserragli, dove rifocillarsi in un’atmosfera d’altri tempi con un tocco di modernità: meravigliosi!


molto eleganti gli uomini nell’ambito tradizionale

 

A circa 90 chilometri da Sulaymaniyah c’è un’altro luogo tristemente famoso. Il 16 marzo 1988, durante la guerra Iran-Iraq, un terribile attacco di armi chimiche annientò la tranquilla cittadina di Halabja.
Il terrificante genocidio con gas iprite insieme ad agenti nervini non identificati uccise circa 5000 persone e ne ferì il doppio. Oltre all’orrore immediato, per i sopravvissuti si notarono incrementi di casi di cancro. L’attacco da parte di Saddam Hussein venne condannato come crimine contro l Umanità anche dal Parlamento  Canada. L’attacco fu una conseguenza dei disordini che si erano registrati nel nord, dove il partito democratico del Kurdistan ed il Partito Patriottico del Kurdistan si unirono, con l’appoggio dell’Iran: Saddam Hussein tentò di sedare le sacche di resistenza anche con questo brutale intervento. In realtà pare che Saddam cerco’ di accusare l’esercito iraniano come colpevole del massacro, nonostante tutti sapessero che gli iraniani non possedevano armi chimiche.

L’Halabja Monument è per non dimenticare

 



 

 

una curiosità: tra le varie foto del museo ce ne sono alcune che mostrano la vita in Kurdistan negli anni 1960. Ed è incredibile vedere come le donne all’epoca fossero molto più libere non solo di indossare abiti occidentali, ma acconciature tipiche dell’epoca, di quanto lo siano ora.

Tornando verso Erbil, torna il paesaggio da cartolina,

 

Poi si attraversa un distretto interessante, Koya Sanjak, con la sua fortezza ottomana.

 

 

Ed un sempre interessante mercato, dove osservare la vita locale

 

La strada che porta verso il confine turco, la Duhok- Erbil è panoramica.

 

 

Dopo circa cento chilometri c’è una deviazione che porta in un posto davvero particolare.

Gli Yazidi sono considerati una minoranza religiosa ( si stima siano circa un milione nel mondo), che vive prevalentemente nel Kurdistan e nel nord della Siria. È una comunità piuttosto silenziosa e riservata: Si è parlato molto di loro nell’agosto del 2014 quando le milizie dell’Isis hanno commesso un orrendo genocidio nel nome di una presunta superiorità religiosa. Violenza feroce anche contro donne e bambini considerati infedeli e adoratori del diavolo, per quel folle malinteso legato al loro nome ed alla centralità nel loro culto dell’Angelo Pavone (che per i jihadisti dell’Isis è personificazione di Satana). In realtà (anche se in forma meno violenta) da sempre,  le comunità yazide sono state vittime di persecuzioni da parte di ebrei, cristiani, musulmani e persiani.

Il credo Yazida ha origini molto  antiche e contiene elementi di altri culti, come il giudaismo, il cristianesimo e lo stesso islam.

La comunità yazida ha rigide regole estremamente chiuse nella collettività, endogamica: si è yazidi per nascita ed è possibile sposarsi solo con altri individui di religione yazida. Chi trasgredisce questa legge viene espulso dalla comunità.

Gli yazidi credono nel paradiso e nella reincarnazione. Ma la base del loro culto è un Dio che “delega” sette angeli creatori. Il principale, Melek Taus è un angelo ribelle pentito che assume le sembianze di un pavone. Per questo sono chiamati anche “gli adoratoti del diabolico”. Il numero sette è ricorrente nel credo degli yazidi. La purificazione spirituale, la metempsicosi, la trasmigrazione delle anime, con i giusti cui è destinato il paradiso ed i cattivi le cui anime trasmigreranno in esseri inferiori. 

Un credo dalle regole ferree anche nel cibo, nell’abbigliamento e persino nell’uso delle parole: è severamente vietato pronunciare il nome di satana e tutte le parole foneticamente assimilabili.

Come ho già detto gli yazidi non accettano matrimoni interreligiosi e conversioni: se scoperti  nel “ reato” vengono ufficialmente espulsi dalla comunità. Pare che però ci siano anche pene più gravi: una ragazza yazida è addirittura stata presa a calci e pietre nel 2007, solo per essere stata vista con un ragazzo di diversa fede.

Gli Yazidi parlano prevalentemente il kurmanji, un dialetto curdo settentrionale

Il mercoledì è il giorno sacro, sebbene sia il sabato a essere considerato il giorno di riposo.

Ed è proprio un sabato quando arrivo a Lalish.

Lalish è per gli Yazidi quello che la Mecca è per i mussulmani: ogni fedele deve andarci almeno una volta nella vita. La lunga coda di macchine ci fa capire che siamo in un giorno particolare, in questo piccolo villaggio dove sorge il tempio Yazida.

La prima cosa che viene chiesta e togliersi le scarpe e camminare a piedi scalzi. La strada in salita, con pietruzze, non è certo piacevole, ma da subito sono distratta dalle famiglie che arrivano, colorate, cariche di cesti e sorrisi e saluti.

Le ragazze sono bellissime, truccatissime (anche le bambine in tenera età). Tutti sono vestiti a festa. Decisamente socievoli, anzi felici di mettersi in gran posa quando chiedo una foto.

Le ragazze chiedono di avere una foto con me, mi rincorrono e  poi ….chiacchiere a gogo… molti parlano tedesco (si stima che circa 50.000 yazidi siano emigrati in Germania in cerca di asilo e lavoro).

É l ora di pranzo e tutti ci invitano al picnic: dividono il loro splendido pane e ci offrono piattini di verdure e pollo, e riso. Per me questa sarà  sicuramente la più bella giornata trascorsa in Kurdistan






 

 

si riparte verso il confine con la Turchia. Lungo la strada verdi campi coltivati. In lontananza si vede l’immenso campo profughi curdi siriani: grigie baraccopoli in mezzo alle cinquanta sfumature di verde dei campi ed il blu intenso del cielo. Come una lama che trafigge il cuore.

 

 

 

 

Alqosh  è una città Cristiana . Qui si trova, abbarbicato su una meravigliosa strada panoramica, il monastero di Rabban Hormizo , che appartiene alla Chiesa Cattolica Caldea Irachena. Costruito nel VII secolo, attaccato più volte dai curdi e dall’Isis (centinaia di cristiani trovarono qui la morte orrendamente massacrati da fedeli di un altro credo) è stato più volte ricostruito. Oggi, dal 1975, è luogo di pellegrinaggio e preghiera



 

 

Tornando verso la frontiera turca si passa accanto al Mosul Reservoir, sul fiume Tigri, una tra le più grandi dighe del paese, la cui costruzione è iniziata nel periodo di Saddam Hussein. Un’opera gigantesca che fornisce energia elettrica, fornisce acqua come fonte di irrigazione e permette di controllare le inondazioni. D’altra parte, però,  necessita di una manutenzione e di un controllo costante, come si deve ad una grande opera ingegneristica, che, se manomessa o, eventualmente presa d’assalto e distrutta, si trasformerebbe in una vera arma di distruzione di massa (la sua potenza annienterebbe milioni di persone).


 

 

E si ritorna verso quella frontiera fatta di sogni e tante speranze vane. I rifugiati sono sempre lì,  tanti, segregati in una città bunker in mezzo alla campagna, quasi a volerli rendere invisibili,  fantasmi che vagano alla ricerca della normalità che, chissà se riusciranno mai a conoscere.


 

 

lascio il tranquillo Kurdistan per una immersione totale nell’Iraq, paese culla della civiltà, con tanto dolore, ma soprattutto tante incognite, che sarà difficile stanare.
vi lascio le mie solite immagini dei volti incrociati, tanti sorrisi, tanta gentilezza, in un popolo davvero accogliente.

 





 

 

 

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