Etiopia seconda parte (da Harar a Gondar, passando per la Dancalia e Lalibela)

 

 

La città che ho più amato in Etiopia è senz’altro Harar, dove si vive appieno l’atmosfera africana tra le viuzze colorate del centro storico.  Harar è stata inserita nel 2004, nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanita’ dell’Unesco.

Ma prima di arrivarci, da Addis Abeba,  ci sono oltre cinquecento chilometri di strada che si inerpica sulle colline e ridiscende: una via panoramica ma che mostra anche le tante fragilità di questo grande paese. Dopo circa duecento chilometri si arriva all’Awash National Park, un’oasi,  dove la natura ti avvolge in un grande abbraccio. 

 

Il Kuriftu Awash lodge è un eden, meravigliosamente incastonato tra ridenti colline


 

Dal ristorante o dalla piscina, si osservano le splendide cascate. E poi c’è la bella passeggiata in piena natura, da fare con la guardia armata, perché, si sa, alcuni animali, se disturbati, possono diventare, giustamente, aggressivi. Lungo gli argini del fiume i coccodrilli si scaldano sotto un sole mordente, mentre le scimmiette saltellano alla ricerca di cibo. Ed una meravigliosa tartaruga gigante passeggia serena.

 


 

Il parco è un’oasi di bellezze naturali.

 

E poi ripartono i villaggi,  tanti, sempre più poveri e sempre più disperati. Il mercato offre qualche manciata di pomodori e patate e cipolle; ma la merce più richiesta è certamente il qat (o Khat) la droga locale, che rende felice ogni uomo. Come ho spiegato nella prima parte del mio blog, masticare qat toglie la fame, rende allegro lo spirito e pare sia anche l’aiutino perfetto per notti focose, insomma l’elisir di una vita divertente, anche se in realtà, è a tutti gli effetti una droga che a lungo andare, provoca assuefazione e conseguenti crisi di astinenza.

Qat

 





 

 

Molte case non hanno acqua corrente, ma quasi tutte hanno la tv, con le parabole ben posizionate.

L’acqua, il bene più prezioso

 

 

 

Le foto fatte sono brutte, scatti rubati velocemente dal camion, per documentare lo stile di vita in Etiopia: le donne che cucinano, lavano, vendono, vanno a cercare il legno e l’acqua, preparano il teff per l’injera, portano gli animali al pascolo, preparano il caffè. 

 

 

 



 

 

 

Gli uomini prendono il caffè, masticano qat, seguono le partite di calcio sul cellulare, giocano a biliardo o a calcio balilla, vanno dal barbiere, chiedono soldi per ristrutturare la moschea, si riposano al sole.


 

 

Finalmente sono ad Harar. L’antica città murata è ricca di storia ed arte. Ad Harar vive la più grande comunità mussulmana dell’Etiopia che ne fa una delle città sante dell’Islam (ci sono qui più di ottanta moschee). Il labirinto di stradine con edifici dai colori accesi è strepitoso: Harar è molto fotogenica. Nel centro storico appaiono all’improvviso edifici meravigliosi, come la casa-museo di un mercante indiano nota come “casa di Rimbaud” 

 

o la casa del Ras Makonnen, dove visse da bambino Haile Selassie’ I.

 


 

 

 

 




 

 

Il mercato profuma di quel caffè che è tra i migliori al mondo. L’aria è intrisa di incenso e la vita freneticamente lenta scorre tra i colori pastello.

il souk offre di tutto: dalle bellissime caffettiere  


Alle spezie, ai cereali,

 


Ai meravigliosi frutti

 

 

E poi, naturalmente, il mercato del bestiame, importante  luogo di aggregazione. 

 




 

 

 

 

La sera, le porte della città si chiudono, quasi per un rispettoso riposo. Ed ecco che le tenebre annunciano l’arrivo di uno dei  più temuti animali selvatici.

Il « teatro all’aperto » mette in scena uno spettacolo unico. Alcune persone si riuniscono nella periferia della città. Un ragazzo si siede su una piccola collina, con un cesto davanti. Inizia il richiamo: un sibilo nervoso, una specie di grottesco gorgoglio che rompe il silenzio delle tenebre. La iena selvatica arriva, trotterellando nel suo goffo portamento poco regale. Si guarda intorno, e muove il naso umettato sniffando l’aria.

E finalmente si avvicina, per coronare quell’attimo che aspettavo. Ho sempre sognato un vis-à-vis con l’animale che considero più spietato, maleducato ed irriverente. Colei che per me rappresenta il selvaggio per antonomasia.

Metto un po’ di carne fresca sulla punta del bastoncino che mi porge il ragazzo e lo inserisco nei denti. Ed ecco che lei arriva. D’istinto chiudo gli occhi ma sento il suo spaventoso respiro mentre azzanna il pezzo di carne e si allontana.

 


In realtà molto più delicata di quanto pensassi, quasi come se fosse lei, in fondo, ad aver paura di me. Ripeterò lo stesso rituale più volte ed avrò anche il coraggio di guardarla negli occhi. Una esperienza indimenticabile! Peccato non avere foto decenti per immortalare un momento davvero particolare.

La tradizione narra che l’idea di nutrire le iene sia nata per evitare che questi animali uccidano i capi di bestiame.

 

 

 

 

Il mio viaggio in Etiopia ripartirà dopo una deviazione in  due paesi, quindi uscirò dall’Etiopia a Togechane per entrare in Somaliland e rientrerò in Etiopia da Gibuti, attraversando il complicato confine di Galafi.

Prima della frontiera con il Somaliland si vedono, in lontananza, i campi profughi, quei luoghi della disperata speranza o della crudele sopravvivenza: se uno guardasse solo dall’altro lato della strada il paesaggio parrebbe quasi bucolico, con belle colline verdeggianti, cespugli di fiorellini bianchi e fotogenici cammelli che passeggiano.

 

 

Da Gibuti sarà invece un viaggio per noi durissimo, perché avremo centinaia di chilometri di orrenda strada sterrata in mezzo al nulla, con lunghe code di camion che arrivano dall’Asia al porto di Gibuti, un vero hub anche per l’Etiopia.

 

Il caldo opprimente e la sabbia che si alza bollente ed irriverente fino a togliere il respiro, saranno l’incubo di alcuni  giorni di viaggio con una velocità di crociera inferiore ai 15km/all’ora.

 

La terra si fa sempre più arida ed io sono ansiosa di vedere questa parte dell’Etiopia. Adoro le stranezze della natura, quei luoghi che sono assolutamente inospitali e difficili da vivere, ma che sono, al contempo, pieni di fascino e maledettamente attraenti. Un luogo che racchiude tutte le inquietudini geologiche del nostro pianeta. La Dancalia è uno degli inferni danteschi, uno di quei luoghi dove la terra si è rivoltata ed ha deciso di creare un meraviglioso quadro intoccabile.

Ma è tutto così complicato,  già l’arrivarci via terra è una spedizione vera e propria. La Dancalia è fra le regioni più inaccessibili del continente africano, dove gli sconvolgimenti geologici hanno trasformato il mare in una delle più grandi depressioni della terra, 155 metri sotto il livello del mare. L’italiano Nesbit nel 1928 la attraverso’ completamente dall’Afrera a Sud fino a Dallol a Nord.

In un luogo dove le temperature, in alcuni periodi dell’anno, raggiungono livelli quasi al limite della sopravvivenza, ci sono fenomeni naturali di estrema bellezza, dalle pianure di sale, ai vulcani, fino alle piscine acide colorate di Dallol,  che sembrano una tavolozza di un pittore.

Tra strade polverose e caldo torrido, riprendono i villaggi, sempre più stremati. Qui le capanne sono listoni di legno, rattoppati, coperti dai teloni donati dagli Stati Uniti.

 

Arrivati ad un certo punto non si può proseguire da soli. Oltre alla tassa individuale di 65US$, si deve prendere a bordo una scorta armata: la regione che visiteremo è parte del Tigre’,  quel luogo diventato “caldo” soprattutto dal punto di vista politico. A tal proposito, lo ammetto, anche stavolta sono stata fortunata. Ho attraversato la regione dal 15 al 20 agosto, ed il 24 agosto, 2022 dopo 5 mesi di cessate il fuoco, si è registrato l’inizio di un attacco, proprio con truppe che sono passate da Semera (dove ho dormito due notti). Il conflitto è iniziato il 4 novembre 2020 tra il Fronte Popolare di Liberazione del Tigre’ ed il Governo Federale.

Oltre cinquecentomila morti, migliaia di feriti e milioni di sfollati: una crisi umanitaria immensa, dopo due anni di guerra. Le scuole sono chiuse da allora, la gente cerca disperatamente di attaccarsi agli aiuti umanitari, quando non riesce a scappare.

Purtroppo la breve tregua sembra in bilico e la guerra potrebbe tragicamente riprendersi il palcoscenico.

Le prospettive e le dimensioni del tempo e dello spazio cambiano all’improvviso quando si arriva al lago Afrera (o lago Giulietti), situato a 112 metri sotto il livello del mare. Una terra piatta e desolata, con concrezioni saline che accecano.

(Purtroppo, come potete vedere, anche nei posti più sperduti la plastica è ovunque)

 

 

 

 

 

In questa regione così inospitale vivono gli Afar, chiamati anche Dancali o Danakili: pelle scura, ma con lineamenti arabi, dediti principalmente ad una pastorizia molto povera, nomadi in movimento perenne, poco socievoli, anzi decisamente irritabili e aggressivi quando gli si chiede una foto, quindi non ho testimonianze visive. Peccato!

Purtroppo non ho fatto l’escursione alla caldera del vulcano Erta Ale: mi hanno chiesto 300USD perché la gita va fatta con una guida ed una guardia armata. Oltre al prezzo, ho desistito soprattutto perché la temperatura del momento superava i 48 gradi e, vi assicuro, è già stato molto pesante percorrere i meno di  due chilometri che separano il parcheggio dalle incredibili pozze di Dallol (anche se qualcuno ha detto che siamo fortunati perché qui, uno dei luoghi più inospitali del mondo, la temperatura può raggiungere i sessanta gradi).

Finalmente ci stiamo avvicinando ad uno dei luoghi naturali più incredibili al mondo. Nella più grande frattura della crosta terrestre del pianeta terra, si trova una depressione naturale di una bellezza disarmante.

La presenza di zolfo, sale ed evaporiti crea delle piscine naturali e formazioni dai colori sgargianti. L’aria è irrespirabile nella “Collina degli spiriti” dove la terra ribolle. Si attraversa prima Marte.

 

 

 

Le crepe del terreno, le ferite di fuoco, i ricami e gli intarsi di un maestro pittore che si diverte ad alternare colori intensi (rosso, verde, giallo), senza una logica, ma con un’armoniosa creatività. Uno dei luoghi maledetti più belli mai visti, anche se vi assicuro è difficile restare lì, fermi più di cinque minuti. Il caldo disarmante e la puzza di zolfo ed altro, oltre alla luce accecante che impedisce di guardare (anche con occhiali da sole!), creano una spossatezza fisica che raramente ho provato.


 

 

 

 

Si riprende la via del ritorno con i soliti villaggi poverissimi e pieni di bambini che conoscono solo la strada. E poi succede un altro brutto episodio che non posso non raccontare. In uno dei villaggi leggo un cartello dove si dice che l’Italia (con l’Unicef) ha contribuito al progetto per la fornitura di acqua. Con orgoglio dico alla scorta che io sono italiana. E la risposta è stata: “grazie Italia, perché una parte di quei soldi è servita a costruire la nostra moschea”. Non voglio fare commenti (io sono assolutamente atea, indifferente verso ogni religione, quindi mai di parte). Voglio solo che i generosi contribuenti sappiano dove finiscono, (anche, e non solo) i loro soldi, perché forse non viene dettagliato. Sono riuscita ad avere una foto che ha scattato un amico, di nascosto, per farvi vedere il fatto (poiché mi è stato detto di non fare assolutamente foto in zona).

 

 


In realtà anch’io ho rubato qualche scatto nel mio percorso, per documentare  la vita di questi posti: orde di bambini che vagano chiedendo soldi, e uomini armati ovunque, anche in mezzo a strade deserte.



 

Lasciata la zona arida, si riparte verso le montagne, dove incontreremo anche molta pioggia che farà finalmente precipitare le temperature bollenti


 

 

Dopo l immersione in una natura davvero unica, vi porto in un’altro luogo incredibilmente affascinante. Sarà un tuffo nella più alta spiritualità, tra un popolo sorridente, allegro, profondamente devoto. Nel nord dell’Etiopia, a quasi 700 km da Addis Abeba, a circa 2600 metri di altitudine, su una serie di colline, riparata da una catena montuosa, sorge una città unica, la Gerusalemme d’Africa.

Lalibela evoca mistero e sacralità, con le sue leggendarie chiese scavate nella roccia.

Dal dodicesimo secolo, un labirinto collega santuari scavati in profondità nella solida pietra. Undici chiese costruite dal re Gebre Mesel Lalibela per i cristiani ortodossi etiopi. Il re, da piccolo, venne avvelenato e durante il coma ricevette l’ordine celeste di costruire una nuova Gerusalemme. Era il periodo in cui Gerusalemme era caduta sotto la conquista musulmana e quindi il pellegrinaggio (3500km) era quasi impossibile. Quando il re guarì inizio’ la mastodontica opera.

Il complesso è diviso in due gruppi, con cinque chiese a nord, cinque a sud e St. George a parte: il canale artificiale che le separa simboleggia il fiume Giordano. I collegamenti con Gerusalemme sono evidenti ed anche Bet Giyorgis ha la forma di una croce copta, che può essere vista solo dall’alto.



 

 

Le incredibili chiese di Lalibela sono state costruite dall’alto verso il basso e scolpite nella roccia con semplici strumenti manuali.

È straordinario il fatto che ogni chiesa è fatta da un unico pezzo di roccia: le porte, le finestre e le scale interne sono state scavate nella stessa pietra. 

Una serie di gallerie e corridoi formano una vera e propria rete sotterranea che collega le chiese, facilitando così lo spostamento dei fedeli raccolti in preghiera.

 

 

 



 

 



 

 


Il re Lalibela riuscì in questa impresa in soli 23 anni: la leggenda narra che, al calar del sole, un gruppo di angeli scendeva dal cielo per continuare il lavoro svolto durante il giorno dagli operai. Rimane comunque un mistero, perché i 
migliori archeologi del mondo sostengono che tale capolavoro necessita di diverse centinaia di anni di lavoro e non meno di un quarto di secolo!

Durante il Natale Cristiano ortodosso (inizio gennaio), migliaia di pellegrini risalgono gli aridi altopiani dell’Etiopia settentrionale per centinaia di chilometri, per raggiungere questo luogo sacro.

Lalibela passa dai circa ventimila abitanti a oltre duecentomila….la terra promessa ha un enorme valore spirituale.

L’inaccessibilità di Lalibela (trovandosi in un posto remoto e arduo da trovare) aggiunge spiritualità ai pellegrini, che credono che affrontare un viaggio difficile ed insidioso, sia un ulteriore merito per la richiesta di una benedizione. Oggi, comunque, per il turista che ha poco tempo, c’è un aeroporto a 15 km, che ha comodi voli giornalieri con la capitale.

L’aria mistica intrisa di profonda spiritualità la si respira anche in agosto. E sono stata davvero fortunata ad arrivare qui proprio all’inizio di un importante appuntamento annuale: l’Ashenda festival, una incredibile festa riservata alle donne. Il nome deriva da quell’erba alta che le donne usano per adornare i vestiti. Ashenda, oltre a commemorare l’ascesa al cielo della Vergine Maria, segna anche la fine di un periodo di digiuno di due settimane, chiamato filseta. Le ragazze si vestono, truccano, indossano gioielli ed acconciano i capelli per mettere in evidenza la loro bellezza: in una danza di gruppo cercano di attirare l’attenzione dei corteggiatori. Il tilfi è un vestito di cotone meravigliosamente ricamato dall’alto verso il basso. Le ragazze si dividono in gruppi ed iniziano i canti (canzoni d’amore, canzoni cristiane e sulla bellezza),  e le danze. Una splendida occasione di incontro, con i massimi esponenti della gerarchia ecclesiastica, che partecipano.


 

 

Il primo giorno fanno il giro delle chiese.



 


 

 

 

il secondo giorno si trovano in un grande campo addobbato a festa.


 


 

 

 

Anche i ragazzi danzano, cantano e simulano un combattimento, mostrando la loro abilità di guerrieri, avvolti nelle pelli di animali, il loro tesoro.

 


 

 

Dopo i lunghi discorsi sulle pari opportunità delle donne (difficile capire anche solo una parola di amarico, mi baso su quanto dettomi dalla mia vicina di sedia, una effervescente signora di Lalibela che in passato ha vissuto alcuni anni in Francia), segue la distribuzione di cibo, dal meraviglioso miele, all’injera, al profumatissimo pane fragrante. I turisti sono considerati un tesoro ed a noi viene riservata la zona vip, proprio accanto alle alte maestranze. Due meravigliosi giorni intensi di sorrisi ed allegria.

 

 

 

 

 

 

Il tej o idromele, una bevanda alcolica fatta di miele fermentato e acqua

 

 

 

Si parte per Bahir Dar, che sorge nel cuore dell’altopiano etiopico, percorrendo un’altra strada panoramica.

 

La città di Bahir Dar sorge sulle sponde meridionali del lago Tana. Oltre alle sorgenti del Nilo Azzurro, vi suggerisco una bella escursione in barca sul lago, che farà la spola sulle varie isolette dove sorgono vari monasteri. Certo, non aspettatevi delle meraviglie architettoniche, ma dei templi del riposo, dove spesso i monaci conducono una vita semplice. Durante le incursioni musulmane dal 1500, i preti copti decisero di portare al riparo gli antichi testi sacri, in luoghi inaccessibili e facilmente controllabili. Furono così costruiti dei  piccoli monasteri sulle isolette del lago. Il monastero di Azwa Mariam, sulla Penisola di Zeghie ha affreschi coloratissimi. Altri monasteri incantano per la loro autenticità, e per l’aria “spirituale” che aleggia intorno. I monaci lavorano il cotone creando manufatti di vario genere che saranno poi venduti ai turisti.



 

 

 

 

 

Al ritorno si incrociano i pescatori a bordo di primitive canoe di canne intrecciate con maestria.

 

Il Kuriftu Resort è il luogo perfetto dove soggiornare. Pur trovandosi in città è idealmente inserito in un contesto di verde, che ti dà la sensazione quasi di essere vicino alla foresta. Le camere sono splendide, con quell’arredamento rustico-chic che adoro.


 

 

La terrazza semi aperta della camera offre un caminetto a destra ed una nicchia a sinistra con un romantico materasso dorato per il riposo pomeridiano.

 

La colazione è servita sulla terrazza vista lago. Ottimo anche il ristorante, con cucina locale e qualche buon piatto internazionale, per i nostalgici (lo ammetto, dopo oltre quaranta giorni di injera, trovare una normale bistecca con insalata mi ha fatto saltare di gioia).

e si riparte verso il Sudan, con l’ennesimo alternarsi di paesaggi bucolici e villaggi



 

Salendo verso il confine con il Sudan si incontra l’antica città di Gondar, a 2000 metri di altezza. La Camelot d’Africa ha una testimonianza storica rilevante: il Fasil Ghebi, dichiarato Patrimonio Unesco dell’Umanita’, è un castello medievale, con un mix di stili ed influenze arabe, portoghesi e Nubians. 12 porte d’accesso incastonate in una cinta muraria possente. A pochi chilometri, sempre in città i Bagni di Fasiladas sono una chicca.

 



 

 

 

Vicino all’entrata del castello, un bar serve cremosi succhi di frutta: l’accoppiata mango e avocado è ottima.

 

 

Riparto verso un altro confine, attraversando ennesimi paesaggi fiabeschi, con il verde accecante dei prati (siamo nella stagione delle piogge): in realtà se osservate le mucche al pascolo, vedrete che sono piuttosto ossute, che dimostra ancora una volta la grande carestia del paese.

 

È ora di lasciare l’Etiopia, dopo oltre sei settimane intense. Un paese decisamente molto interessante, pieno di storia e cultura, ma anche tragico, con una popolazione giovanissima ed allo sbando totale; un paese che sicuramente mi ha turbato molto più di quanto potessi immaginare.

Al confine con il Sudan, l’ultimo caffè, una delle delizie del paese che sto per lasciare.

 

 

e vi lascio con la solita carrellata di personaggi incrociati in questa avventura etiope