Libia

 

“Che fine hanno fatto le carismatiche amazzoni di Gheddafi?”. La domanda mi esce così, all’improvviso, senza pensarci troppo, dopo una settimana piuttosto pesante trascorsa in Libia, e quando siamo ormai verso l’imbarco del volo.

Ramzi si guarda intorno, strabuzza gli occhi, poi mi risponde: “ne possiamo parlare la prossima volta che torni in Libia?”. Una diplomatica risposta di un uomo che vive qui e cerca di rendere normale un paese che normale non è.

La Libia ha una storia intensa : le grandi spedizioni dell’Africa sahariana partirono da qui, ed il paese pullula di meravigliosi resti, dalla mistica Ghadames che si affaccia su quel deserto spettacolare che continua in Algeria e Tunisia, ai siti archeologici di Sabratha e Leptis Magna, opere mastodontiche dove si passeggia nel passato. E poi spiagge lunghe, immense, vuote. Ma oggi tutto questo ha un prezzo, molto alto: non si può entrare per turismo nel paese, e poi ci vuole una “scorta”, un fixer che fa da tramite con la polizia onnipresente sul territorio. Un viaggio molto complesso da programmare e altrettanto complicato da vivere.

La popolazione della Libia è principalmente discendente dagli arabi e dai berberi. La vita non è facile nelle aree remote, dove il deserto ha preso il sopravvento e le calamità naturali, come la mancanza di pioggia, possono veramente rendere la vita durissima. D’altra parte le città costiere come Tripoli e Bengasi hanno una storia recente fatta di sangue e fughe. Fine anni novanta,  il regime di Gheddafi aveva il fiato sul collo, con l’embargo dell’ONU che accusava il paese dell’attentato del 1988 sul volo PanAm dove persero la vita 270 persone. Il governo libico riconoscerà le proprie responsabilità all’inizio del duemila e, dopo il risarcimento delle vittime, le compagnie petrolifere USA tornano in Libia, così come riprendono le relazioni diplomatiche. Ma il paese riprecipita nel buio totale nel 2011, con le violente dimostrazioni e gli scontri truculenti, ispirati dalla Primavera Araba. Gheddafi viene ucciso il 20 ottobre 2011, e la Libia viene dichiarata libera. Ma ben presto il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) viene attaccato dai ribelli che rivendicano l’autonomia. Ripartono anni duri, con l’uccisione dell’ambasciatore e altri cittadini americani, prima, fino al 2014 quando le Nazioni Unite lasciano il paese, ormai in balia di una guerra civile. Due governi, due parlamenti, 230 milizie armate e oltre 140 tribù, e lo Stato islamico che prende il controllo di alcune città. Un incubo che dura alcuni anni.

L’Italia riaprirà l’Ambasciata a Tripoli nel 2017. Ma la situazione non è ancora così rosea. 

La Libia per la sua collocazione geostrategica e’ molto importante per l’Italia, che si trova a soli 300 km in linea d’aria. Interessi energetici ed economici legano i due paesi. Già in passato l’Italia conquistò la Libia, strappandola all’Impero Ottomano nel 1911, fino al 1943.

Ma l’Italia, negli ultimi anni, ha perso posizioni in Libia, lasciando spazio ad altre potenze, Francia in primis. La mancanza di una forte politica estera, ci ha fatto sfuggire opportunità in un paese che meriterebbe molta più attenzione. Ed ecco che altri Paesi (oltre la Francia, la Turchia e la Russia hanno investito molto in Libia), ci hanno sorpassati. La Libia è strategica per l’Italia non solo per l’ approvvigionamento energetico, ma per una delle maggiori tragedie del nostro paese. I flussi migratori dall’Africa hanno trovato qui un terreno fertile: il mio fixer mi ha confermato che le organizzazioni criminali sono connesse con le organizzazioni terroristiche (Isis compresi). Quando ho detto che avrei voluto vedere, mi ha risposto che è troppo pericoloso, ma mi ha spiegato che suo cugino abita proprio vicino ad un porto detto “dell’orrore”. Qui il traffico di migranti è più vivo che mai, e tutti pensano che l’Italia ne faccia parte, perché non c’è alcun tentativo serio di cercare di bloccare un’invasione incontrollabile.

A proposito di corruzione e malgoverno, in un paese famoso per i giacimenti petroliferi, non avrei mai immaginato di vedere code infinite ai distributori di benzina (quelli aperti, perché molti erano chiusi). Non solo la gente cerca di approvvigionarsi anche da privati che espongono davanti casa taniche a prezzi decisamente più alti, ma anche lì la gente si mette in fila per pochi litri.

 

Ma non voglio tediarvi con la parte « oscura » di un paese misterioso, ora vi porto tra le vere bellezze senza età.

All’arrivo sembra di atterrare in una grande città moderna

 

A settanta chilometri a sud ovest di Tripoli, nella zona detta Tripolitania, si arriva a Jebel Nefusa, una zona montagnosa. Qui, per difendere il raccolto dai nemici, furono edificati dei granai fortificati, chiamati “ksar”. Centinaia di celle sovrapposte custodivano il prezioso raccolto. Intorno, si sviluppava il villaggio berbero. I granai sono uno splendido esempio di architettura berbera rurale.

Nel centro di Qasr al Haj, un’enorme teglia è pronta ad accogliere 2000kg di couscous che saranno preparati per il festival annuale che raduna berberi da tutta la Libia.

 

 

Poco lontano,  l’antico villaggio di pietre di Tarmeisa appare come un sito solitario, abbarbicato tra quelle montagne brulle con vista sulla valle del Sahel al Jefra.


 

Un silenzio malinconico; solo il rumore del calpestio di pietre che scivolano sotto le scarpe da’ un’idea di vita. Anche il vento si è fermato in questo paesaggio lunare dal sapore acre.

 

 

Si riparte, lungo quella strada dritta che corre per centinaia e centinaia di chilometri, silente. Si incrociano poche macchine, ogni tanto un controllo di polizia, e poi un silenzio infinito.

 

 

 

Lungo la strada c’è una deviazione che ci porta tra le rocce del deserto, in una casa, dove una famiglia prepara un pasto delizioso: zuppa di lenticchie piccante, insalata ed il couscous, che sarà il nostro pasto giornaliero, in varie versioni, con carne di manzo, carne di cammello, vegetariano e pesce. Il vero passepartout libico, sempre ottimo.

 

 

 

 

 

 

Da Tripoli a Ghadames ci sono circa seicento chilometri, di strada diritta, asfaltata e veloce (in Libia non ci sono limiti di velocità e, mentre non ho mai avuto paura nei lunghi trasferimenti, francamente sono stata un po’ con il fiato sospeso nelle città, perché la gente da’ gas e cerca di infilarsi tra un’auto e l’altra, come se fosse in un circuito da gara ). “La freccia del deserto”, una parte della strada, è un orgoglio italiano perché fu costruita proprio durante la presenza italiana in Libia.

A proposito di concittadini, già nel 13 A.C. Lucio Cornelio Balbo, (nato in Spagna, a Cadice, ma facente parte dell’abbiente aristocrazia cittadina dell’antica Roma) parti’ da Sabratha e portò l’esercito nel Sahara, raggiungendo l’oasi di Ghadames, inseguendo quel sogno di conquista delle terre africane.

Ghadames è meravigliosa, un’oasi ai margini del Sahara, con un occhio che guarda la Tunisia e l’altro che guarda l’Algeria.

 

 

 

Un grande villaggio, ora svuotato, che accoglieva berberi tuareg ed arabi sotto lo stesso tetto….pardon cielo. Un labirinto tanto affascinante quanto mistico. Un’opera di un architetto perfetto, con vicoli dove rifocillarsi da quel sole impetuoso che qui non da’ tregua, e piazzette dove la gente si trovava per scambiare due chiacchiere.

 


Ghadames è così bella che sembra un miraggio, un gioiello architettonico spettacolare.

Oggi è patrimonio Unesco ed è splendido perdersi tra i suoi vicoli, ritrovando un palmeto e quelle spesse mura bianche dall’aria protettiva.

 


 

 

 

 

 

All’interno rimangono aperti un caffè e (su prenotazione) un ristorante.


 

 

La bella moschea è rappresentata anche sulla banconota da 20 dinari.

 

La gente cammina tra i vicoli disabitati

 

 

Fuori le mura, nella “città nuova” i maestri artisti lavorano alacremente nel loro laboratorio. Le pelli vengono magistralmente trattate per diventare scarpe e stivali, così belli che sembrano opere d’arte. Un lavoro artigianale  di estrema eleganza ed orgoglio.

 

 

 

E poi fuori c’è lui, il deserto, l’immensità, il vuoto, il silenzio che profuma di sogni. Qualche ciuffo di palme, un gruppetto di giovani che si prepara un the, ed il deserto di sassi che lascia spazio alla sabbia, abbagliante, anche quando il sole sta per tramontare.


 

 

 

 

La strada del ritorno verso Tripoli prevede una deviazione che porta a Gharyan ai piedi delle montagne Nafusa. Siamo a circa 700 metri di altitudine, e qui il paesaggio è monotono, lunare, quasi senza personalità. Gharyan è famosa per la ceramica e lungo la strada sono esposti splendidi vasi di ogni foggia.

 

Un gruppo di berberi si riposa all’ombra ed è un’ottima opportunità per chiedere una foto: lui, orgogliosamente tuareg, posa con gli occhiali modaioli (naturalmente una brutta copia), e si diverte ad atteggiarsi da divo.

 

Fuori città c’è una casa troglodita, che oggi è diventata il ristorante per banchetti e matrimoni.

E qui ci verra servito un ottimo stufato di cammello.


La strada è monotona, con brutti tralicci dell’elettricità che ci seguono per centinaia e centinaia di chilometri. In realtà questo fa anche capire come oggi Ghadames sia più facile da raggiungere, in 5 ore da Tripoli, mentre in passato era il « miraggio o sogno » dei carovanieri, che dovevano affrontare un deserto impetuoso per giorni.

 

A ottanta chilometri ad ovest di Tripoli c’è uno dei siti più famosi della storia libica.

Sabratha fu fondata prima dei Fenici e poi ricostruita dai Romani.

 

 

 

Oggi il sito mostra gli splendidi mosaici Bizantini,

 

 

il foro romano, vari impianti termali, ma soprattutto un bellissimo teatro, costruito alla fine del I secolo d.c. capace di contenere migliaia di spettatori.

 

 

 

 

 


E poi capita di incontrare un gruppo di scout che ti coinvolge in un allegro ballo

 

 

 

 

 

Ma il posto più straordinario per un’immersione totale nella storia è la visita di Leptis Magna, a circa 150 chilometri ad est di Tripoli.

Uno dei siti archeologici meglio conservati del Mediterraneo. Un porto fenicio nato verso l’anno 1000 a.c. dalla posizione strategica, che passo’ sotto la dominazione Romana. Questa fu la casa natale di Settimio Severo che la trasformò in una sontuosa città imperiale. L’arco quadrifonte all’ingresso, le terme, la splendida via colonnata, il teatro, il mercato, il foro…. Meraviglie che gli valsero il soprannome di “Roma d’Africa”.


 

 


 



 

Certo per noi sono decisamente curiosi i bagni comuni….dove ci si sedeva in fila, nel momento del….bisogno!

 

 

 

A proposito di curiosità. Nel 1957 venne girato proprio qui il film “the Legend of the Lost” con Sophia Loren e John Wayne. È interessante vedere come una  locandina del film decisamente sensuale fosse considerata “normale” all’epoca. Oggi, come dice la mia guida, sarebbe assolutamente scandalosa ed i protagonisti di una foto simile sarebbero arrestati. Come direbbe qualcuno : “si stava meglio quando si stava peggio!”.

 

 

E si ritorna verso Tripoli, costeggiando splendide spiagge deserte. Per un’amante del mare come me, è veramente triste vedere chilometri e chilometri di sabbia incontaminata ed un mare trasparente, in una splendida giornata dal profumo estivo, e non potersi mettere in costume e tuffarsi tra quei flutti limpidi.

 

 


Si torna a Tripoli. E qui mi sento un po’ strana perché, nel momento in cui dico che vorrei fare un giro a piedi nella città vecchia, ci troviamo in tre, scortati da ben 4 poliziotti, oltre al nostro fixer ed una guida. Mentre giriamo “tranquilli” tra il souq e nelle stradine della città antica, loro, i poliziotti, ci seguono e si dividono, due davanti e due dietro, senza dire mai una parola, ma onnipresenti.

 

 

 

Pochi passi ed appare uno splendido esempio di architettura coloniale moderna italiana: nel 1912 con lo sbarco degli italiani, parte la ristrutturazione di edifici storici, molti all’interno di quella Medina fatta di vicoli, odori e colori ed uno di questi è la Banca di Roma.

 

A questo proposito, lavori sono in corso per riportare allo splendore originale angoli della vecchia città lasciati andare durante il periodo di Gheddafi.

 

 

Passeggiando tra le vie appaiono moschee e chiese che richiamano i fedeli alla preghiera e bellissimi cortili, con negozi e caffè che vendono profumati thé.



 

 

 

Rimango perplessa: abituata ai rumorosi ed affollati bazar nord africani, qui è tutto ordinato e silenzioso. I venditori sono gentili, e mostrano con orgoglio la merce, senza minimamente “disturbare” il cliente curioso. Ho apprezzato moltissimo questo atteggiamento, l’opposto di quello che succede in Egitto, dove, se anche solo si guarda da lontano un oggetto esposto, il venditore non ti molla più, coinvolgendoti in una estenuante fuga quasi senza via d’uscita.

 

 

 

Qui si può guardare e toccare la merce tranquillamente, anzi, nei negozi le persone sono contente di posare in abiti locali.

 

 

I ragazzi del supermercato si sono addirittura alzati in piedi per lasciarmi fotografare le loro giacche tradizionali. 

 

 

La presenza italiana in città è evidente anche a pochi chilometri dal centro. Il cimitero cristiano è stato completamente ristrutturato recentemente, dopo essere stato profanato più volte, l’ultima nel 2015, da parte di nostalgici del colonnello Gheddafi, che incolparono l’Italia di aver tradito il rais nella rivolta del 2011. Hammangi era nato come sacrario militare su un terreno donato nel 1954 dal re di Libia Idriss Senoussi, per raccogliere le salme dei diecimila caduti della guerra coloniale, oltre che la salma di Italo Balbo.

 

 


Sono entrata in Libia in punta di piedi, e così riparto. Senza troppe domande, senza risposte. Un paese davvero strano, dove forse anche i muri parlano un linguaggio silenzioso.

Per questo lo considero nella lista dei paesi “tragicamente misteriosi”, quei luoghi da vedere assolutamente…..una volta nella vita.

 

vi lascio con alcuni scatti di personaggi incrociati nel mio viaggio




 


 

 

Bye Bye Libia

 

 

 

 

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