Sudan del Sud 🇸🇩- Parte 3 (tribù Toposa e Juba)

 

La cittadina di Kapoeta ha un aeroporto che collega Juba. Per questo è un altro luogo dove le ONG sostano, anche se durante il nostro viaggio in auto per raggiungere i villaggi della tribù Toposa, vedremo anche caseggiati abbandonati, perché alcune ong se ne sono andate (mi è stato detto per motivi di sicurezza).

Kapoeta è vivace, soprattutto il pomeriggio, quando le strade polverose, si animano per gli acquisti.

Il mercato di frutta e verdura

 

Gli stand della carne (per noi off limits, già dall’odore nauseabondo, sotto un sole che non da’ pace)

 

Le venditrici di mais

Il venditore di tabacco

 

Le donne che acquistano il tabacco (da fumare con la pipa)


 

La via delle stoffe

 

La domenica mattina alle 9h c’è la messa nella grande chiesa cattolica gremita.

Molte bambine sfoggiano vestiti da cerimonia (anche se di pessima fattura cinese), e le donne sono bellissime, avvolte in drappi colorati e collane di perline sgargianti.

 

 

 

 

Ma ci sono anche molti bambini scalzi e con abiti stracciati.

La messa cantata coinvolge tutti.


 

Dopo l’omelia, il prete cede il microfono ad una donna che dirà che i soldi raccolti nelle ultime messe non bastano per comprare le finestre della chiesa, ed inviterà tutti i fedeli ad essere generosi nelle offerte.

 

 

 

A cinquanta chilometri da Kapoeta, lungo un’altra  pista molto fangosa, dopo le recenti piogge ( anche se, in realtà, siamo alla fine della stagione delle piogge), vivono i Toposa, un popolo di lingua Turkana che alleva bestiame e che ha resistito fino ad oggi all’influenza occidentale, o quasi. Qui i telefoni sono ancora sconosciuti, e gli unici simboli della cultura occidentale sono pochi grossi orologi e alcuni abiti (nel caso dei maschi le t-shirt dei calciatori). I Toposa,  in passato, erano coinvolti nel commercio dell’avorio. Qui non c’è corrente elettrica, e l’acqua si può prendere in un pozzo a circa tre chilometri.

I Toposa appartengono a quello che è stato chiamato il “cluster Karamojong”, che comprende anche il popolo Karamojong dell’Uganda, il popolo Ntangatom nell’Etiopia sudoccidentale e il popolo Turkana del Kenya.

L’economia e la vita sociale dei Toposa ruotano attorno all’allevamento del bestiame, tra cui bovini, asini e capre. Ai ragazzi vengono prima affidate capre da accudire, poi, dopo qualche anno, sono pronti  per occuparsi del bestiame. Il possesso di capi di bestiame, insieme al possesso di un’arma carica, sono i principali indicatori di status e ricchezza. Le mucche sono centrali nella cultura Toposa, per questo ancora oggi sono tristemente conosciuti perché rubano il bestiame ad altre tribù. In alcune zone,  i Toposa  estraggono anche oro e altri minerali preziosi nei letti dei ruscelli.

Coltivano anche il tabacco: questo “orticello” è all’interno dell’accampamento: le foglie vengono fatte seccare e poi fumate.

 

 

 

Le case dei Toposa hanno una struttura particolare ed i granai sono costruiti su palafitte.

 

In alcune di queste riposano anche donne e bambini.

Le donne indossano i loro abiti tradizionali (gonne di pelle di capra e perline), quando partecipano ad un matrimonio o a una danza. Qui, alcune donne stanno preparando le gonne per le loro figlie.

 

spesso si forano le labbra ed il naso, e scarificano le braccia, il petto, le gambe ed il viso. Ogni scarificazione è un’opera d’arte.

 

 

 

 

Al mattino,  nel villaggio, ci sono solo alcune donne ed i bambini.

 

 

 

 

 





 

due ragazzi


E poi lui, Onorio,  che ha 8 mogli e tra 35 e 40 figli (non sa esattamente).

Pensa di avere circa 75 anni e tra qualche mese comprerà la nona moglie. Ci chiede di dove siamo e, quando la mia amica dirà che vive ad Hong Kong ed è buddhista, lui la guarderà con disprezzo. Poi la mia guida gli dice che io sono Italiana, ed abito vicino a Papa Francesco. Ecco che lui si alza e viene verso di me, dandomi più volte la mano e pronunciando queste parole: “oh sorella anch’io sono un fervido cattolico. Sono contento che pratichiamo la  stessa religione ed entrambi veneriamo il solo e unico Dio. Lui è la nostra guida, noi dobbiamo solo ascoltare lui. Gesù Cristo. Tu sei mia sorella e sei la benvenuta nella nostra comunità”. È inutile che gli dica che la religione cattolica prevede una sola moglie, anche perché, nel frattempo, arriva Nima, un altro anziano abitante, che ha ben 9 mogli ed un numero infinito di figli e nipoti (non se li ricorda tutti). Mi viene raccontato che un figlio è morto alcuni anni fa, improvvisamente, quando era a Kapoeta, ma lui l’ha saputo solo parecchi mesi dopo, quando ha detto : « è da un po’ che non lo vedo. È andato da qualche parte? ».

 

 

Poi incontro Lopuye, un ragazzotto dal bel portamento e decisamente vanitoso: pensa di avere circa 28 anni.


L’unica cosa certa che sa è che ha già tre mogli e cinque figli dalla prima, quattro dalla seconda e tre dalla terza. “La maggior parte sono femmine!”mi dice con grande orgoglio, sempre tramite traduzione della mia guida, perché anche lui non parla inglese.

La mattina, alle dieci,  le donne partono per il paese vicino: c’è la distribuzione dei semi (da parte di un’organizzazione umanitaria americana), che costituiscono il loro alimento principale.

 

 

Gli uomini si vedranno nel tardo  pomeriggio, completamente ubriachi, barcollare come zombie nel villaggio. Alcuni con aria minacciosa. Quella di seguito è l’unica fotografia che sono riuscita a scattare, mentre il tizio, completamente fuori di sé, urlava qualcosa alla mia amica. 

 

Per questo ho sempre evitato la visita al villaggio nel pomeriggio, ma questa volta ho deciso di andare, per rendermi conto, personalmente, di questa tragedia.

I tantissimi bambini hanno il ventre gonfio per la malnutrizione, le donne sono spesso incinte e trascorrono la giornata tra la distribuzione dei semi ed il lavoro nei campi.

Ma alle venti di ogni sera, si ritrovano tutti vicino all’unico chiosco, che ha i pannelli solari. Qui si vendono anche alcune derrate: principalmente dado da brodo, birre e qualche pacchetto di biscotti. E qui, al buio totale (nel villaggio non c’è corrente elettrica), la musica esce a palla e rompe il silenzio. Tutto il villaggio pare sia lì (la mia amica ed io siamo rimaste nelle nostre tende, con, fuori, le nostre guardie del corpo): per loro, questo è il momento di socializzazione. Tutti ballano e si uniscono: una sorta di orgia collettiva. Fino alle undici circa, nel buio della notte, tra il rumore assordante della musica, non voglio sapere cosa succede. Angel, il nostro body guard, ci dirà che è il momento in cui si formano coppie, i ragazzi e le ragazze si conoscono e chissà, nascono amori o, forse ……. solo bambini!

La mia guida (un Toposa, che parla inglese), mi dirà che loro vogliono saldamente mantenere la loro cultura, che  non vogliono assolutamente la vita occidentale.

Già, ma allora perché: 1) alcuni indossano abiti occidentali e vistosi orologi occidentali 2) alcuni usano i pannelli solari 3) ascoltano musica  4) accettano i semi da mangiare dagli occidentali. 5) chiedono da mangiare, e regali e soldi.

Naturalmente non saprà rispondere. Certo, vedere quei bambini con lo stomaco  gonfio  per la malnutrizione, le ragazze giovani con un bimbo per mano, uno sulle spalle ed un’altro in ventre, andare a far la coda per i semi, e uomini con grossi orologi da polso e bottiglia di alcool in mano, sarà un bruttissimo quadro, che mi farà passare molte notti insonni.

Parecchi chilometri oltre, un altro villaggio Toposa ci accoglie.

 

Dietro quel caschetto si nasconde un bambino, che la mamma cerca di riparare dal sole cocente

 

Una ragazza si fa mettere anelli di metallo alle gambe

Questa è una “cucina”, o meglio, il luogo dove viene preparato il cibo

e questa è una capanna, l’unica con tanto di porta chiusa con il lucchetto. A domanda specifica, mi viene risposto che, sicuramente,  all’interno, ci sono molte armi da proteggere

 

 

A proposito di armi, uscendo dal villaggio incontriamo altri uomini con i fucili e la risposta sarà sempre la stessa: « dobbiamo difendere le nostre mucche », anche se i Toposa, come ho già detto sono anche famosi perché vanno a rubare il bestiame.

 

ma la sorpresa,  sarà trovare un folto gruppo di uomini che si sono accampati accanto alla nostra auto

Ho fatto una foto da lontano perché la mia guida mi anticipa che non vorranno essere ripresi.

Tra pipe e sigarette e bottigliette di alcool, saranno loro a chiedere alla nostra guida quali regali abbiamo portato. La mia amica ed io saliamo in auto, mentre vedrò un’accesa discussione tra i più muscolosi e le nostre guardie del corpo. E poi la nostra guida, che tirerà fuori una mazzetta di banconote e le distribuirà.

 

Lascio Kapoeta e prendo il volo interno che porta a Juba e, per la prima volta in vita mia, assisto ad una scena davvero particolare :

 

Quello che vedete sopra non è un autobus locale, ma un volo aereo….ebbene sì, essendo in overbooking, 4 persone sono state fatte accomodare nel corridoio, sedute su sacchi di mais (o simile), naturalmente, senza cintura di sicurezza e altro, durante tutto il volo,  di circa un’ora.

 

Juba è una capitale brutta, bruttissima, senza alcun interesse. A parte il mercato della frutta e verdura, decisamente fornito

Questa è La Cattedrale Cattolica

 

 

questa la chiesa Luterana, in una giornata di festeggiamento delle lauree

E questa una moschea

 

Lui è il presidente del Sudan del Sud dal 2011, da quando cioè è nato il paese e, secondo la mia guida, continuerà ad essere capo dello stato nelle elezioni previste fine 2024. “Lui è il meno peggio. Non abbiamo leader carismatici,  solo lui”, mi dice, con aria rassegnata.

 

La città si appoggia sulle rive del Nilo bianco e c’è un ponte che segna una demarcazione. A destra (la via che porta in Uganda) il fiume non è percorribile, perché ci sono molte rocce a filo d’acqua e forti correnti e sarebbe pericoloso. Dall’altra parte, invece, volendo, si può navigare fino a Karthoum, nel Sudan del Nord

 

Questa è la foto di una barca che si è arenata,

 

Le strade in città sono tutte sterrate e, dopo la pioggia, si vedono ragazzi lavare le loro motociclette nelle pozze

 

 

 

 

Al Baobab center, alcuni artisti propongono i loro quadri, con temi sul paese, molto interessanti

 

 

 

 

 

 

Voglio terminare in bellezza la mia visita alle varie tribù ,  con la danza dei Toposa, un tripudio di colori ed un momento di leggerezza.

 

 

 

 

Per me questo è stato uno dei viaggi più difficili e    intensi. Un tuffo in un passato remoto, una immersione in uno stile di vita ancestrale, in una dimensione culturale che non avrei mai immaginato esistesse. Un mondo saldamente radicato che non vuole aprirsi al futuro. Un mondo fatto di uomini che vogliono apparire, donne fantasma sempre incinte e bambini ignari, che diventeranno e poi creeranno a loro volta, altri uomini che vogliono apparire, donne fantasma sempre incinte e bambini ignari. Non c’è via di fuga, non c’è soluzione. Questo era il loro passato, questo è il loro presente e questo sarà il loro futuro.

 

Ed ecco una carrellata di ritratti versione teatrale

 

 

 



 


 


 

 

 

 

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