Lascio Chengdu e salgo sul treno.
Fuori dal finestrino la Cina scorre veloce: città che sembrano non finire mai, campi, montagne, villaggi, grattacieli che appaiono improvvisamente nella campagna e poi scompaiono dietro una curva.
Sono diretta verso un altro luogo mitico di questo immenso Paese: Xi’an.
Il nome evoca immediatamente una delle più grandi scoperte archeologiche del Novecento, l’Esercito di Terracotta. Ma Xi’an non è soltanto il luogo dove migliaia di soldati di argilla attendono da oltre duemila anni di essere riportati alla luce.
È una città che ha qualcosa di quasi magnetico: qui la Cina sembra avere ancora un piede nel passato e l’altro già proiettato nel futuro.
Un tempo Xi’an si chiamava Chang’an ed era il punto di partenza della Via della Seta. Da qui partivano carovane cariche di seta, spezie, metalli preziosi. Ma lungo quelle strade non viaggiavano soltanto le merci, viaggiavano le idee, le religioni, le lingue, le invenzioni, le persone dirette verso l’Asia centrale e oltre, fino al Mediterraneo. La via della seta era, in fondo, una gigantesca rete di comunicazione molto prima che il mondo imparasse a chiamarla così. Durante la dinastia Tang, Chang’an raggiunse dimensioni straordinarie. La città era organizzata secondo una gigantesca griglia, con strade, quartieri e mercati rigorosamente pianificati. Al suo apice avrebbe ospitato circa un milione di abitanti, diventando una delle più grandi e internazionali città del mondo. Mi piace immaginarla, non attraverso un museo, ma attraverso le persone: mercanti persiani che arrivavano da Occidente, monaci buddhisti che percorrevano migliaia di chilometri, ambasciatori provenienti da regni lontani, viaggiatori che forse non avevano mai visto una città così grande. E soprattutto una folla di lingue, abiti e volti differenti. La grandezza di Chang’an non era soltanto nei suoi palazzi, era nella sua capacità di essere un crocevia, un luogo dove il mondo arrivava. E forse è questo filo invisibile che unisce la Xi’an di ieri a quella di oggi.  Oggi, al posto delle carovane, arrivano treni ad alta velocità .
Io sono uno di quei viaggiatori che attraversano la Cina contemporanea sulle rotaie, e quando finalmente arrivo a Xi’an, ho la sensazione di essere entrata in una pagina diversa della storia cinese.
Il mio hotel è vicino alla Bella Tower, nel cuore della città . A pochi minuti a piedi si trova un altro simbolo della città , la Drum Tower. Entrambe spettacolari, un luogo dove tutti si fermano a tutte le ore
Xi’an conserva ancora una delle più imponenti cinte murarie della Cina: una grande geometria di mattoni e pietra che racchiude il centro storico e che, vista dall’alto, sembra disegnare una gigantesca bussola.
La sera la città cambia completamente volto: le mura, le torri e gli edifici vengono illuminati e il passato diventa quasi scenografia. .
E poi c’è un altro volto di Xi’an. Basta entrare nel quartiere musulmano per ritrovarsi improvvisamente in un mondo completamente diverso. Le strade sono strette, affollate, rumorose. Il profumo del cibo arriva prima ancora di vedere le bancarelle: Carne alla griglia, pane, noodles, frutta secca, dolci, spezie.
Xi’an porta ancora dentro di sé la memoria della Via della Seta e qui questa storia non appare scritta sui libri: si sente nell’aria.
La presenza della comunità Hui, musulmana e di origine cinese, è una delle caratteristiche più affascinanti della città . Cammino tra le bancarelle osservando la gente, i venditori, le famiglie che mangiano insieme. È un’umanità molto diversa da quella che avevo incontrato a Chengdu, ma allo stesso tempo profondamente cinese. Ed è proprio questo che rende Xi’an così interessante: è stata per secoli un punto d’incontro tra mondi differenti, una città di passaggio, una città di scambi, una città che ha imparato molto tempo fa che le civiltà non sono immobili, ma si incontrano, si mescolano e cambiano.
Ma il giorno più atteso è quello dell’Esercito di Terracotta. Parto sapendo che sto andando verso uno dei luoghi archeologici più famosi del mondo.
Eppure, anche quando hai visto centinaia di fotografie, trovarsi davanti a quella distesa di guerrieri è un’altra cosa. Nel grande hangar della Fossa 1, migliaia di figure sono schierate in file ordinate: soldati, cavalli, carri. Uomini con espressioni diverse, acconciature diverse, posture diverse. E soprattutto volti, volti che sembrano appartenere a persone reali. È questo l’aspetto più impressionante, non sembra un esercito costruito in serie, ogni soldato appare diverso dall’altro.  Uno guarda davanti a sé, un altro sembra avere un’espressione severa, un altro ancora sembra quasi perso nei propri pensieri.  Sono immobili da oltre duemila anni.
E, improvvisamente,  mi rendo conto dell’enormità del progetto: non stiamo parlando soltanto di statue, stiamo parlando della volontà di un imperatore di ricreare nell’aldilà l’intero universo del potere che aveva costruito sulla terra.
Qin Shi Huang, il primo imperatore della Cina unificata, volle essere accompagnato nella morte da un esercito e quell’esercito è rimasto sepolto per secoli, fino al 1974 quando alcuni contadini, scavando un pozzo, si imbatterono casualmente in un frammento di argilla.
Da quel piccolo pezzo di terracotta sarebbe emersa una delle più straordinarie scoperte archeologiche della storia.  Osservando i soldati, penso a quanto sia strana la relazione dell’uomo con la morte. Qin Shi Huang aveva conquistato territori, unificato la Cina, costruito strade e imposto un sistema politico destinato a cambiare la storia, ma, alla fine, aveva la stessa paura di tutti gli altri uomini: Morire.
E così costruì un mondo sotterraneo, un esercito per proteggerlo, cavalli per trasportarlo, servitori e armi: un’intera corte destinata ad accompagnarlo nell’altra vita.
È quasi una gigantesca fotografia della società dell’epoca, soltanto che, invece di essere scattata, è stata modellata nell’argilla e nascosta sottoterra.
E forse è proprio questo che vorrei raccontare di Xi’an, perché sarebbe facile fermarsi all’Esercito di Terracotta, ma, dopo averlo visto, tornando verso la città , penso che Xi’an sia molto più interessante di quella famosa immagine.
È una città che per più di mille anni è stata una delle capitali più importanti del mondo: qui arrivavano mercanti persiani, arabi, indiani e centroasiatici, qui  la seta prendeva la strada verso occidente, qui religioni, lingue, merci e culture si incontravano.
E oggi, duemila anni dopo, Xi’an continua a essere una città di passaggio, solo che le carovane sono state sostituite dai treni ad alta velocità . La Via della Seta è diventata una rete ferroviaria, i mercanti sono diventati viaggiatori. E io sono qui, con la mia valigia, a percorrere un’altra piccola porzione di quella stessa strada.
La sera torno verso la zona della Torre della Campana. La città è piena di luce, la gente cammina, mangia, fa shopping.
I giovani si fotografano davanti agli edifici illuminati.
Alle mie spalle c’è una storia che affonda le radici in oltre duemila anni, davanti a me ci sono smartphone, grattacieli, treni ad alta velocità e una città che corre verso il futuro e penso che forse Xi’an rappresenti meglio di qualsiasi altra città il paradosso della Cina contemporanea: una civiltà antichissima che non sembra avere alcuna intenzione di fermarsi a contemplare il proprio passato, lo conserva, lo illumina, lo trasforma e poi continua a correre.
Dopo Xi’an, il viaggio continua verso Dengfeng.
Il nome della città non ha la stessa risonanza di Pechino o Shanghai, ma basta dire Shaolin perché tutto cambi.
Sono ai piedi delle montagne Songshan, una delle grandi montagne sacre della Cina, e questa volta non voglio soltanto visitare un tempio. Voglio salire, entrare nella montagna, vederla dall’alto.
Il modo più semplice è prendere il cable car.  Dengfeng si allontana, le case diventano piccole, le strade si trasformano in sottili linee.
Davanti a me cominciano ad apparire le montagne.
Le montagne Songshan non hanno la morbidezza delle colline, sono rocciose, severe, modellate da milioni di anni di erosione. Le pareti si sovrappongono una all’altra e sembrano continuare all’infinito. Guardo verso il basso.
Sotto la cabina, gli alberi formano una distesa verde interrotta qua e là dalla roccia. Poi la funivia passa sopra un tratto più ripido.
Le Songshan sono una delle cinque grandi montagne sacre della Cina.  Per secoli sono state considerate un luogo particolare, quasi una cerniera tra la terra e il cielo. E quando finalmente arrivo più in alto, capisco perché.  Qui il paesaggio non è soltanto bello, ma ha  qualcosa di solenne. Le rocce sembrano scolpite.
Alcuni passaggi del sentiero sono stretti, altri si affacciano direttamente sul vuoto.
Penso ai monaci che per secoli hanno percorso queste montagne, salendo e scendendo tra monasteri, grotte e sentieri.  Qui la spiritualità non è separata dalla natura, e’ la natura stessa a diventare parte della meditazione.
Più in basso, ai piedi della montagna, c’è il monastero di Shaolin, il luogo che tutto il mondo conosce per il kung fu. Â
La Foresta delle Pagode, accanto al monastero Shaolin, riunisce oltre 200 pagode funerarie dedicate ai monaci. Immersa nel verde, è una suggestiva foresta di pietra.
Ma dopo essere stata sulla montagna, guardo il monastero con occhi diversi. Capisco che Shaolin non è soltanto un tempio, è il risultato di un rapporto molto più antico tra uomo, montagna e spiritualità . Il kung fu, le meditazioni, i monasteri, le grotte, i sentieri: tutto sembra appartenere allo stesso paesaggio e la montagna è il filo conduttore. Dengfeng non è semplicemente una città dove si pratica un’antica arte marziale.
Qui il Kung Fu è dappertutto.  Lo incontri nelle scuole, nei cortili, nelle strade. Lo vedi nei gruppi di ragazzi che si allenano, nei loro movimenti perfettamente sincronizzati, nelle uniformi colorate, nei bastoni che ruotano velocissimi tra le mani.
E soprattutto lo vedi nei bambini. Sono loro a colpirmi di più. Alcuni hanno un’età in cui, da noi, si pensa soprattutto alla scuola, agli amici e ai giochi. Qui invece li vedo correre, saltare, esercitarsi, ripetere lo stesso movimento fino a farlo diventare naturale.
Un calcio, un salto, una capriola. Poi ancora e ancora. Perché nel Kung Fu la perfezione non arriva con un talento improvviso, ma arriva con la ripetizione.
È nel monastero Shaolin che la tradizione buddhista Chan e quella delle arti marziali si sono incontrate, creando una cultura diventata famosa in tutto il mondo.
Per noi Shaolin evoca immediatamente il cinema.  È impossibile non pensare a Bruce Lee, ai film di arti marziali, alle scene che abbiamo visto mille volte sullo schermo. Ma qui capisco quanto il cinema abbia raccontato soltanto una piccola parte di questa realtà , perché il vero spettacolo non è il calcio volante, ma è tutto quello che viene prima: la disciplina, l’allenamento, la fatica, la concentrazione, la capacità di ricominciare e forse, soprattutto, la pazienza.
Guardando questi ragazzi mi viene spontaneo chiedermi quante migliaia di volte abbiano ripetuto quei gesti prima di riuscire a farli con quella naturalezza. Dietro un movimento che dura appena qualche secondo ci sono ore, giorni e anni di esercizio.
E poi, improvvisamente, una voce rompe il silenzio: un istruttore dà un ordine e decine di ragazzi si muovono contemporaneamente.
Il corpo diventa una macchina perfettamente sincronizzata.  Un bambino sbaglia un movimento e lo ripete, lo sbaglia ancora e lo ripete, finché il corpo, finalmente, lo impara. Forse è questa la vera forza del Kung Fu. Non la capacità di colpire, ma quella di controllare il proprio corpo e la propria mente.
Dengfeng mi piace proprio per questo.
Non cerca di essere spettacolare, lo è naturalmente. Da una parte ci sono le montagne del Songshan e il monastero Shaolin, con la loro storia millenaria. Dall’altra ci sono migliaia di giovani che vivono una realtà completamente contemporanea, ma attraverso una disciplina antichissima.
Camminando per Dengfeng mi trovo così davanti a un’immagine che riassume perfettamente la Cina che sto scoprendo durante questo viaggio:  tradizione e modernità che non si cancellano a vicenda, ma convivono. Un ragazzo può passare ore ad allenarsi secondo tecniche tramandate da secoli e, subito dopo, prendere il suo smartphone e tornare a essere un adolescente del 2026.  È questo contrasto che rende Dengfeng così interessante.
E riprendo il treno, il mio mezzo preferito per attraversare la Cina: comodo, puntuale, veloce, capace di trasformare anche uno spostamento in parte integrante del viaggio.  La direzione è ancora una volta Beijing, che raggiungerò per la terza volta. Ma questa volta la capitale sarà soltanto il punto di partenza per un’esperienza decisamente fuori dall’ordinario. Ho deciso infatti di affittare una tenda, procurarmi un materassino e armarmi di una buona dose di forza e di coraggio, per affrontare una delle icone assolute della Cina: la Grande Muraglia.  Ma non sarà la semplice passeggiata lungo le sue torri e i suoi bastioni, peraltro già fatta due volte.
Questa volta salirò sulla Muraglia per trascorrervi la notte, con la mia piccola tenda come unico rifugio e il cielo della Cina sopra la testa.  Come sarà dormire lassù, tra montagne, silenzio e antiche pietre?
Ve lo racconterò nel prossimo articolo.
Stay tuned!


















































