Dopo giorni trascorsi nella Shanghai dei grattacieli e della tecnologia, oggi entro in un mondo completamente diverso: Yu Garden, uno dei più celebri giardini tradizionali cinesi della città .
Detto anche  il Giardino della Felicità , è stato costruito nel 1559 durante la dinastia Ming. Fu voluto da un alto funzionario imperiale, Pan Yunduan, per offrire ai suoi genitori un luogo di pace e serenità .
Appena varco l’ingresso, mi trovo davanti a un insieme sorprendente di piccoli padiglioni, cortili, laghetti, ponti e rocce dalle forme quasi irreali. Il giardino non è organizzato secondo grandi prospettive aperte, come quelli europei. Qui tutto è più raccolto e misterioso. I percorsi sono stretti e tortuosi e spesso non permettono di vedere cosa ci sarà dietro la curva successiva. Ogni angolo sembra costruito per creare una nuova inquadratura.
Cammino attraverso porte circolari e passaggi incorniciati da muri decorati. Attraverso piccoli ponti di pietra e mi ritrovo accanto a stagni dove nuotano lentamente grandi carpe colorate.
Tra una roccia e l’altra compaiono alberi, bambù e piante verdi. I rami si allungano sopra i muri e i tetti dei padiglioni, mentre le finestre rotonde e quelle dalla forma geometrica lasciano intravedere frammenti del giardino.
Anche l’architettura è piena di dettagli. I tetti scuri hanno le caratteristiche estremità ricurve, le travi sono decorate e le pareti bianche fanno risaltare il legno scuro e il verde della vegetazione.
Shanghai è anche una città da osservare di sera. Quando si accendono le luci, i grattacieli cambiano completamente aspetto e il panorama diventa quasi irreale.
Il fiume Huangpu riflette i colori degli edifici e, dall’altra parte dell’acqua, Pudong sembra una scenografia futuristica. È uno di quei momenti in cui ci si rende conto di essere in un luogo davvero unico.
Forse è proprio questa la sua caratteristica più sorprendente: Shanghai non ha scelto tra passato e futuro. Ha deciso di vivere entrambi.
Oggi decido di cambiare completamente scenario.
Parto al mattino verso Zhujiajiao, l’antico villaggio d’acqua alla periferia di Shanghai. Durante il tragitto la città lentamente cambia: i grandi edifici lasciano spazio a zone più tranquille e, quando arrivo, sembra quasi di essere entrata in un’altra Cina.
Canali stretti, ponti di pietra, case dalle pareti bianche e tetti scuri. Sull’acqua passano continuamente piccole barche cariche di turisti, mentre lungo le strade si susseguono negozi, bancarelle e ristoranti.Â
Poi decido di salire anch’io su una barca.
Mi siedo su una delle panche di legno e la barca parte lentamente, spinta dal motore che borbotta a pochi metri dall’acqua. Il canale è stretto e in alcuni punti sembra quasi impossibile che due imbarcazioni riescano a passare contemporaneamente. La barca scivola sotto i ponti di pietra. Alcuni sono così bassi che viene spontaneo abbassare la testa.
Passiamo a pochi centimetri dalle vecchie case, con le loro facciate che si aprono direttamente sull’acqua. Ogni curva mostra un’immagine diversa del villaggio.
È una prospettiva completamente diversa da quella che si ha camminando.
Dal canale si osserva la vita quotidiana di Zhujiajiao: una donna che lava davanti alla porta, qualcuno che prepara il pranzo. Piccoli gesti di una vita che scorre lungo l’acqua .
La barca procede lentamente e, per una mezz’ora, il tempo sembra avere un’altra velocità .
 Poi torniamo al piccolo molo.  Scendo e riprendo a camminare tra i vicoli, pieni di negozi che propongono ogni tipo di ciboÂ
Ma  la sensazione più straordinaria è di aver visto Zhujiajiao dal suo punto di vista più naturale: dall’acqua.
Lasciarsi alle spalle Shanghai significa abbandonare, almeno per qualche ora, la Cina dei grattacieli, delle insegne luminose e delle stazioni ferroviarie che sembrano aeroporti del futuro. A bordo di un bullet train, il treno ad alta velocità che attraversa il Paese con una puntualità quasi sorprendente, si parte verso sud, in direzione del Fujian, una provincia dove montagne ricoperte di vegetazione e campagne ancora profondamente rurali custodiscono uno dei patrimoni architettonici più straordinari della Cina.
le immagini scorrono dal finestrino
La destinazione è Nanjing, la contea del Fujian.  È qui, tra le colline del sud-est cinese, che si nasconde un mondo antico, quello degli Hakka e delle loro incredibili abitazioni collettive: i tulou.
La prima impressione è quella di trovarsi davanti a qualcosa che non appartiene a nessuna delle categorie architettoniche familiari. Enormi costruzioni circolari o quadrangolari emergono dal paesaggio, con mura spesse, facciate sobrie e pochissime aperture verso l’esterno. Sembrano fortezze progettate per resistere a un assedio, e in effetti la loro struttura rispondeva anche a esigenze di difesa. Ma, superato l’ingresso, si scopre che non sono castelli né semplici edifici residenziali: sono interi mondi racchiusi dentro un’unica costruzione.
I tulou furono realizzati dagli Hakka, comunità cinesi caratterizzate da una lunga storia di migrazioni e insediamenti in diverse regioni del Paese. Per generazioni, queste grandi abitazioni hanno ospitato famiglie numerose, talvolta interi gruppi legati dallo stesso cognome e da antichi rapporti di parentela.
Le mura, costruite principalmente con terra battuta, legno e altri materiali locali, potevano raggiungere uno spessore notevole alla base. All’interno, le stanze si sviluppavano su più piani attorno a un cortile centrale, cuore della vita comunitaria. Qui si cucinava, si lavorava, si incontravano i vicini e si tramandavano tradizioni e storie familiari.
L’idea è semplice e ingegnosa: proteggersi senza isolarsi, vivere insieme senza rinunciare a uno spazio personale. Ogni famiglia disponeva dei propri ambienti, ma la vita quotidiana ruotava attorno a un centro condiviso.
Tra i complessi più sorprendenti c’è Tianluokeng, un insieme di cinque tulou disposti su un pendio, circondati dalle montagne e dalla vegetazione. Quattro edifici circolari o ovali si raccolgono attorno a una costruzione quadrangolare, formando una composizione che dall’alto appare quasi geometrica.
I cinesi la chiamano Four Dishes and One Soup: quattro piatti e una zuppiera. Un’immagine domestica per descrivere un’architettura monumentale, perfettamente integrata nel paesaggio.
Visti da lontano, questi edifici sembrano disegnati con pochi tratti essenziali: forme compatte, colori terrosi, tetti scuri e il verde intenso delle colline tutt’intorno. Non c’è nulla dell’ostentazione delle grandi città cinesi. La bellezza nasce dall’equilibrio tra ciò che l’uomo ha costruito e ciò che lo circonda. È uno di quei luoghi in cui l’architettura non può essere separata dalla geografia. Le abitazioni seguono il terreno, utilizzano materiali reperibili sul posto e rispondono a necessità concrete. Il risultato, secoli dopo, è un paesaggio culturale di rara armonia.
Oggi, entrando in uno di questi edifici, puoi trovarti davanti a un contrasto sorprendente: l’architettura secolare, le balconate scure e il cortile tradizionale convivono con la vita quotidiana e, in alcuni ambienti, con le attività rivolte ai turisti.
Un altro edificio da non perdere è Yuchang Lou, celebre per le sue colonne lignee interne, alcune delle quali appaiono vistosamente inclinate. La struttura risale al XIV secolo e la sua particolarità è diventata una delle immagini più riconoscibili dell’architettura Hakka.
Osservando le colonne, viene spontaneo chiedersi come possano sostenere ancora il peso dell’edificio. Eppure il tulou è rimasto in piedi attraverso i secoli, testimone di tecniche costruttive tradizionali basate sull’esperienza, sull’uso sapiente dei materiali e sulla conoscenza del territorio. Non è soltanto una curiosità architettonica. È anche una testimonianza di quanto queste comunità fossero capaci di costruire con risorse limitate, senza rinunciare alla solidità e alla funzionalità .
Dopo le grandi strutture di terra, i villaggi offrono un volto più intimo del Fujian. Il villaggio si sviluppa lungo un ruscello, tra ponti di pietra, antiche abitazioni e alberi di banyan dalle radici contorte, i cui rami creano ampie zone d’ombra.
L’acqua scorre accanto ai sentieri, le case raccontano una storia fatta di generazioni e il paesaggio sembra procedere a un ritmo diverso da quello delle metropoli cinesi.
Qui la modernità non è scomparsa, ma convive con una dimensione rurale ancora riconoscibile.
Dietro si trovano piantagioni di tè, splendide terrazze che sembrano dipinti
Un breve trekking sulla collina, permette di vedere i villaggi dall’alto
E poi si ritorna nella vita quotidiana
È forse questo il fascino più grande dei villaggi Hakka: non si tratta soltanto di ammirare edifici antichi, ma di entrare in contatto con un modo di abitare e di organizzare la società che ha resistito al passare del tempo.
Nel 2008, quarantasei edifici dei Fujian Tulou sono stati riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio mondiale. Il riconoscimento ha consacrato il valore architettonico di queste costruzioni, ma anche la loro capacità di raccontare una storia collettiva: quella di comunità che hanno saputo adattarsi all’ambiente, proteggersi e mantenere vivi i legami familiari.
Oggi alcuni tulou sono ancora abitati, e sembrano dei mini villaggi, con i venditori che espongono la loro merce mentre altri accolgono visitatori curiosi di scoprire questo patrimonio singolare. Ed io ho soggiornato in uno di questi luoghi senza tempo, dove lo scricchiolio dei passi sul legno mi ha fatto vivere notti nella storia .
Dietro le mura, però, non c’è soltanto un’attrazione turistica. Ci sono secoli di vita quotidiana, rituali familiari, lavoro e relazioni umane.
Il viaggio da Shanghai al Fujian diventa così molto più di uno spostamento geografico. È un passaggio tra due immagini della Cina: quella che corre verso il futuro e quella che conserva, nelle sue colline, le tracce di un passato ancora presente.
E quando si lascia il paesaggio dei tulou, rimane la sensazione di aver scoperto una Cina meno conosciuta, lontana dai percorsi più celebri. Una Cina costruita con la terra, modellata dalla necessità e resa straordinaria dalla capacità umana di trasformare un rifugio in una casa, e una casa in una comunità .
Dal Fujian, con i suoi antichi villaggi e le montagne verdi, si riparte a bordo dei modernissimi treni cinesi ad alta velocità . Fuori dal finestrino scorrono campagne, città immense e grattacieli: la Cina tradizionale e quella proiettata verso il futuro si alternano in un viaggio che è già un’esperienza.
E poi, finalmente, Macao. Dopo il viaggio attraverso la Cina continentale, il paesaggio cambia e ci si ritrova in un luogo sorprendente, dove i casinò faraonici e le luci di Las Vegas convivono con le stradine acciottolate, le facciate color pastello e le testimonianze di quasi cinque secoli di presenza portoghese.
Un viaggio nel viaggio, dal cuore tradizionale della Cina a un angolo d’Europa in Asia.
Perché viaggiare significa anche questo: attraversare mondi diversi, lasciarsi sorprendere dai contrasti e scoprire che, a volte, il percorso è bello quanto la destinazione. A breve vi racconterò l’ultima tappa del mio viaggio. Stay tuned!Â
sono alcune persone incontrate






















































































