Cina: Beijing

Poco più di 3 gg a Pechino sono pochi, occorre una buona organizzazione e molta voglia di camminare.

Tutto inizia sotto una pioggerella battente, di quelle noiose che ti appannano gli occhiali quando stai per scattare la fugace foto di una deliziosa famiglia con ombrellini colorati che riparano bambini gioiosi e attoniti arrivati dalle campagne nel loro splendido abito della festa. Piazza Tiananmen è immensa, come la immaginavo. Se si pensa al passato è un’emozione essere qui. Come dimenticare la triste estate del 1989. Ma ora il traffico è fermo, come una doppia tangenziale di Milano nelle ore di punta, anche se sono le 7 del mattino e la coda per entrare nella città Proibita estenuante, con i soliti furbetti che si fanno largo senza pudore. Calmi….la lunga attesa sarà premiata: quanta bellezza in quell’impero. La città proibita, nome datole perché l’accesso fu vietato ai cittadini per circa 50 anni, è la più grande collezione di strutture di legno antiche conservate fino ad oggi: un viaggio in un museo a cielo aperto con lo sguardo delle due dinastie di imperatori, Ming e Qing che sorvegliano silenti orde di curiosi che sfilano in modo disordinato tra selfie e scatti a raffica nella speranza, vana, di apparire soli in un angolo di storia. Cortili grandi ed ordinati si alternano a padiglioni dai colori intensi.Sebbene apparentemente in legno, in realtà gli edifici al loro interno hanno grandi blocchi di pietra che prevengono il rischio di incendio…..una chicca degli artigiani chiamati a risolvere l’eventuale problema rischio d’incendio. L’atmosfera non è più così magica per la grande folla che quasi impedisce una foto, ma il misticismo aleggia nell’aria che respiri. Simbolismo e numerologia sono un tutt’uno ed ecco che il 9 è il numero degli imperatori, come 9 sono le statue dei figli del drago ed altrettante le figure di animali che fanno capolino dai tetti della Città proibita. Un tuffo tra tempietti raffinati e residenze di concubine e giardini rocciosi, fino al Tempio del Cielo, uno spettacolare complesso in un parco dove l’imperatore prendeva parte ai riti propiziatori, tra decori e sculture di una bellezza senza età.

 

Il secondo giorno è quello che attendevo da anni. L’autobus corre veloce, dopo aver lasciato il traffico insano della metropoli. Ci vorranno alcune ore di viaggio per raggiungere la meta. Ho scelto questa parte della Grande Muraglia perché meno sviluppata, meno turistica e più vera. Solo una parte è stata restaurata, per il resto autenticità pura. Facciamo una sosta a Badaling (70 km da Pechino) ed il posto è un formicaio di umanità, in coda per la “scalata”. La poesia del luogo sembra perdersi nella coda per i biglietti, tra il traffico di autobus che spingono per avere un parcheggio e contribuiscono agli ingorghi. Sono contenta di aver deciso di non fermarmi qui. La campagna scivola dolce per chilometri fino a Jinshanling. Salgo con lo zainetto pieno di bottiglie d’acqua sulla teleferica che a breve mi porta in paradiso. Si, proprio così, se dovessi immaginare la strada che porta al paradiso sarebbe quella…..la lunga via della Grande Muraglia, così perfetta nella sua imperfezione. Il silenzio è fatto di musica immaginaria, di profumo di libertà, di ricerca dell’ignoto. Percorrerla lentamente è vivere il passato e andare verso il futuro. Ad ogni torretta respiri lunghi, pieni di mistero e di domande. 24 torrette di gioia, emozioni forti, senso di potere, lì su quell’immenso pezzo di storia circondata da una natura intatta. Avrei voluto poter aspettare il tramonto ma purtroppo il viaggio di ritorno mi stava aspettando. L’avrei immaginato così: Il sole scese come il fondale di un palcoscenico di un teatro.

 

Tornata a Beijing, nel mio Hotel in un Hutong (= vicoli o strette strade che arrivano a formare veri quartieri dove vive la gente locale, in case spesso ancora tradizionali) ho incontrato Lucy (nome d’arte datole perché non sono riuscita a capire quello vero): forse anziana, smilza, con l’aria di una che ha trascorso tutti i giorni della sua vita facendo pesanti lavori all’aria aperta. Che scambio tra due lingue così diverse, per fortuna esiste il sorriso, universale . La vita negli Hutong di Pechino è lenta e dolce. Le stradine s’intersecano, l’atmosfera si fa calma, ogni porta lascia intravedere un anfratto e ancora un’altro. Qualche silente negozio vende i colori della natura….il profumo si sparge e ti trovi dolcemente stordito da liches e angurie e uva e pesche. Un negozio di ventagli antichi, capolavori di maestri dalla mano sottile ed elegante ed un vecchio con gli occhi brillanti che ti parla e racconta ….forse la fatica di un lavoro certosino o forse solo l’orgoglio del “l’ho ricamato io” o forse ….. questi sono i momenti in cui vorrei capire la sua lingua, e provo anche un senso di frustrazione per non saper rispondere a tanta fierezza. I carrettini pieni di cartone o acqua o scatoloni pieni di sorprese sfrecciano nei 2 sensi così ben coordinati da sembrare una danza studiata. Se volete ritrovare un ambiente meno rustico, ma comunque un misto tra storia e modernità, l’Hutong di Yandai fa per voi. Una passeggiata per fare acquisti dagli orafi, maestri nella lavorazione dei metalli e poi un meritato ristoro in uno dei vari locali che propongono deliziosi ravioli fatti a mano e cotti davanti ai vostri occhi che brillano…..eh si, Pechino saprà prendervi per la gola.

 

 

I ristoranti sono l’oro della Cina, scrigni di profumi, vapori, sapori, odori. L’aria profuma di colori. Verdure tagliate a julienne, ravioli di varie forme, involtini primavera, noodles in tutte le maniere, “deep-frying” in olio di arachidi , e lei la regina, l’anatra alla Pechinese. Il ragazzo dell’hotel nell’ hutong dove alloggiamo ci suggerisce un ristorante, Sijiminfu (zona Dengshikou). Alle 18:30 una coda all’entrata ci fa ben sperare. Trenta (o più) minuti di attesa, guardando le facce sornione e felici di chi sta gustando un idillio. Al nostro turno, seduti ad un tavolo neanche troppo ben addobbato, il rito inizia. Il ragazzo con mascherina trasparente e guanti in lattice, si accinge ad un delicato intervento: il taglio dell’anatra luccicante nella sua forma perfetta. Come un esperto chirurgo incide la pelle dorata e croccante, che imbevuta nello zucchero darà gioia ai palati raffinati. E poi taglia, con un’esattezza da primario, fettine trasversali di manna. Il cameriere ci spiega il rituale: su un pancake trasparente si appoggia un delicato pezzo di carne che ha sfiorato la salsa di soia. Si uniscono fili di cipolla o sedano tagliato a stuzzicadenti, misteriose salse dal rosso carminio al nero seppia, si chiude il tutto a portafoglio e finalmente la degustazione….con i sensi che ringraziano. Il cameriere è delizioso, con il suo inglese piuttosto corretto risponde a tutte le mie curiosità e si fa in quattro per rendere piacevole la nostra presenza, portando una zuppetta da assaggiare ed un cestino d’uva dolcemente appoggiata su del ghiaccio per mantenere il gusto e la freschezza di un fine pasto regale. Da “turista” e piemontese avrei voluto annaffiare tutto con un’ottimo vino, ma, si sa, in Cina i vini sono bevande liquorose usate solo per cucinare o scopi medici. Ci saranno ottime birre come la Tsingtao o la yanjing, anche se come dice la leggenda….. il te’ era coltivato già 4000 anni fa nella provincia dello Sichuan e continua ad essere un elemento fondamentale nella vita di ogni cinese, Il cameriere mi suggerisce un te’ verde e delicatamente mi lascia ancora qualche gourmandises da fine pasto. Di fronte a tanta cortesia mi sembrò il minimo una lauta mancia, ma quando gli dissi che lo ringraziavo e gli porsi qualche biglietto mi rispose dolcissimo: “Grazie, non posso”. Avrebbe potuto mettere le banconote in tasca e nessuno lo avrebbe visto, ma no, lui sorrise e ci accompagnò verso l’uscita, ringraziandoci ancora per aver scelto quel ristorante.

 

 

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