Senegal n. 2, Gambia e Casamance

Lasciamo la Riserva Bandia per dirigerci a sud, dove raggiungeremo i nostri amici che hanno proseguito il viaggio. Nell’attesa di un taxi, si scherza con l’autostop. Si ferma una bisarca, con due meravigliosi ragazzi che ci fanno salire sul loro camion. Siamo in sei, più loro due, stipati come sardine, ma felici di trascorrere un’ora con due persone del luogo. E si scopre che la famiglia di Ibou vive vicino a Saly, la zona turistica per eccellenza. Il fratello ha acquistato un’auto, dopo anni di lavoro in un ristorante, ma la licenza taxi costa troppo cara. Nessun problema, trasporta comunque i  “toubab” (bianchi) in giro e, quando la polizia lo ferma per chiedere la licenza, tira fuori 1000 Fr (circa 1,5€) e li passa al poliziotto: “La corruption arrange tout le monde “ (la corruzione organizza tutto il mondo) ci dice Ibou con il suo sorriso a trentadue denti. 

Nella sosta vicino a Palmarin, un tranquillo villaggio sul mare, passeremo un paio di giorni in lodge davanti alla lunga spiaggia disabitata. Per la maggior parte grandi belle conchiglie fanno da tappeto verso l’acqua per poi lasciare spazio alla sabbia che scivola verso l’oceano. E, non lontano dalla riva, i resti di una nave, che si è incagliata chissà quanto tempo fa.

In due passeggiamo per chilometri sul bagnasciuga senza incontrare nessuno, una spiaggia fortunatamente piuttosto pulita. Ad un certo punto il languore della colazione ci fa deviare verso un gruppo di case, in direzione del paese di Palmarin. Sbuchiamo davanti ad una piccola piazza, o meglio un grande cortile, con in mezzo un pozzo ed una donna che si accinge a tirare su l’acqua. Le chiedo quanto manca al paese e se ci sono ristoranti. Mi risponde: “vuoi mangiare pesce e riso?”. Certo. 

“Venite da me, vi invito”. Le rispondo che siamo contenti se cucina per noi, e che la pagheremo, pardon, le daremo un regalo. Sorride. Entrando in casa, modestia e dignità. Tutto è straordinariamente pulito, il pavimento lucido, il vecchio mobiletto di formica un po’ smangiucchiato contiene qualche bicchiere spaiato ed un centrino in macramé. Alle pareti foto di un Imam deceduto, e della zia, anche lei passata a miglior vita. Muriel ci tiene a precisare che il suo nome è francese, francese della Francia. Quando le dico che amo la cucina senegalese e vorrei sapere la ricetta della yassa s’illumina e mi dice: te lo faccio, anzi la facciamo insieme. Saranno quattro ore di gioia, di sguardi sereni, di condivisione, tra lacrime di cipolle e risate spontanee, di chiacchiere tra amiche, con Muriel che regolarmente mi dice : lavati le mani, è importante. E tra cipollotti, carote, aglio, peperoncino, senape e aceto, tutti preparati con maestria, la conversazione passa dai segreti della sua etnia, alla vita in Senegal. Muriel ha 32 anni e’ sposata da 2 e ha 5 figli ed è una Serer. Il marito lavora nei campi di arachidi. L’etnia Serer è il terzo gruppo etnico in Senegal, presente anche in Gambia e Mauritania (dopo i wolof ed i fula) Con orgoglio ricorda che il primo Presidente del Senegal, Leopold Sedar Senghor, era un Serer. I Serer sono anche stati la prima comunità senegalese a convertirsi al cattolicesimo, e mi dice che nel villaggio ci sono molti matrimoni “misti” cattolici-mussulmani. Il loro è un passato di guerrieri. Oggi sono famosi per essere tra i campioni nello sport nazionale: la lotta, un misto tra rito, combattimento e spettacolo. Abili pescatori e soprattutto costruttori di imbarcazioni fluviali, sono anche agricoltori (coltivatori di miglio, riso e arachidi) e allevatori. Nel corso dei secoli hanno dovuto affrontare più tentativi di “inglobamento” della loro cultura. Prima hanno lottato contro il processo di islamizzazione arabo (iniziato nel XI secolo), poi contro il tentativo di “wolofizzazione” da parte dell’altra grande etnia dell’area (i wolof, appunto) e infine contro i colonizzatori francesi.

Sebbene tutti parlano la lingua serer, il francese è largamente diffuso. Oggi sono essenzialmente mussulmani, seppure non mancano cristiani e animisti. In particolare esiste una vera e propria religione che vede nella divinità chiamata Roog la figura a cui si deve la creazione. La religione Serer – il cui simbolo è una stella, chiamata la Stella di Sirio – ha avuto una grande influenza nella cultura di quella vasta area dell’Africa Occidentale chiamata Senegambia. E’ una religione che crede nell’immortalità dell’anima e nella reincarnazione. La struttura della società, simile a quella wolof, ma meno rigida, è divisa in 5 classi sociali, con in alto i nobili e in basso gli schiavi (chiamati fad). Tra i Serer è sviluppata una cerimonia di divinazione, chiamata Xooy, che, ho scoperto dopo che Muriel me ne parlasse, è stata recentemente (2013) inscritta dall’UNESCO tra i patrimoni immateriali dell’Umanità da salvaguardare. Si tratta di un’antica cerimonia, composta da danze e suoni di tamburi, che viene eseguita prima della stagione delle piogge per interpellare gli “dei” sulle previsioni per il raccolto e far sì che sia di buon auspicio. Tra i Serer i matrimoni sono tutti combinati, ma lei me lo dice quasi con orgoglio. Mentre cuciniamo arrivano tutti i vicini: tre famiglie vivono nella piccola comunità. Tutti si presentano e ti danno la mano: lei è figlia di mio marito, lei è mia zia, lei è la sorella di mio marito, ed anche lei è sorella di mio marito (chissà perché non dice le mie cognate), e il figlio di mio marito, e mia figlia e la figlia della sorella di mio marito, ecc. ecc. Ed ecco che le ragazzine più grandi si occupano dei più piccoli. Quando, ad una sua domanda, rispondo che non ho figli, mi dice: “Vuoi la piccola? Non va bene non avere figli. Se io non avessi figli, dopo la mia morte nessuno si ricorderebbe di me. Invece, quando morirò, tutti diranno : sei la figlia di Muriel! Io,  in paese, sono la figlia di Amina.”

Che dire di questa visione della vita? Grazie, Muriel, per aver dato un senso ad una mia giornata e per avermi dato anche del cibo buono per la mia mente. 

 

 

Alle 8 del mattino su una lunga strada che porta verso sud centinaia di bambini camminano sul ciglio in fila: la scuola è lontana dai piccoli villaggi con la costruzione in cemento ma il tetto ancora in paglia. Spuntano dal nulla, manine fragili che salutano al passaggio di un mezzo di toubab. E uomini che pascolano, con le mucche che si piazzano nel bel mezzo della strada. 

E poi la coda, solita, disordinata, di una frontiera africana, con camion scassati e qualche telonato con la scritta di un’azienda italiana, ma targa Gambiana e due guidatori locali. Tanti venditori, di arachidi e mandarini e bibite ed un assalto di venditori di birra. E ancora tanti, troppi bambini, molti scalzi, che chiedono soldi. 

All’uscita dal Senegal ancora controllo impronte digitali….. tornerò a breve in Senegal, perché il Gambia è un paese di mezzo.

 

GAMBIA

Un grande registro blu a quadretti, di quelli che ricordano l’appello della maestra di fine anni sessanta. Un lungo righello appoggiato sul foglio, per tracciare bene la linea che separa ogni entrante. La penna mordicchiata scrive i dati del passaporto, riporta la professione e destinazione, dopodiché un altro ufficiale ti accompagna fuori dall’ufficio e dice di seguirlo. Un lungo corridoio passa davanti a due grandi gabbie con doppio catenaccio, all’interno solo un lurido tappeto per terra, vere celle aperte per i “cattivi o i non desiderati”. Fortunatamente si va oltre, nell’ultima porta. Un ufficiale apre una pagina bianca del passaporto e, senza nemmeno guardare a chi appartiene, mette il timbro. “Welcome to Gambia”. Sotto un’afa che ti toglie il respiro, decine di bambini e donne accerchiano, le donne cariche di arachidi o mandarini, i bambini tutti a mano tesa: “Give me money, give me money”. E al più grande, forse dodici, tredici anni? Chiedo “For what, per cosa?”. “Voglio comprare un televisore per vedere tutte le partite da casa. Ora sono costretto ad andare dai miei vicini”. 

Il Gambia è il più piccolo paese africano, con poco più di un milione e mezzo di abitanti. La Repubblica del Gambia sta al Senegal come Monaco sta alla Francia, così, incastonato tra il Senegal e l’oceano Atlantico. I primi ad arrivare qui furono i portoghesi, seguiti dagli inglesi. Ecco che la lingua diventa l’inglese, anche se nei villaggi molti parlano solo mandinko o wolof.  Il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e il 60% meno di 25.  Il gruppo etnico più consistente è rappresentato dai mandingo (34% della popolazione), seguono i fula (24%), ed I wolof  (15%). L’Islam è praticato da più del 90% della popolazione, il resto sono cristiani di varie denominazioni. Nel paese vige una grande tolleranza fra le due religioni, le cui festività principali sono riconosciute ufficialmente.

Il traghetto per Banjul dura venti minuti. Sopra c’è il mondo, ancora una volta siamo gli unici toubab (bianchi): ci hanno detto di stare molto attenti agli zaini, purtroppo qui le mani veloci, tante, aspettano un turista distratto. 

Banjul è strade semi sterrate, con buche e code, una giungla metropolitana. Pur essendo una piccola città si passerà tanto tempo prima di divincolarsi tra camion in coda e auto che s’infilano e nessuno che vuole indietreggiare. Fuori città, Serekunda, vivace grande centro con un mercato immenso e ad ovest una lunga, sterminata meravigliosa spiaggia di sabbia dorata. È la zona dei resorts, delle infrastrutture per gli amanti del dolce far niente, un idilliaco luogo di riposo. Il Swiss Boutique Hotel è un gioiellino, incastonato in un bracciale di sabbia dorata e mare spumoso e palme. Una cartolina. Piccolo, curato, un macaron dal gusto esotico, una ciliegia sciroppata, per quei pochi (ci sono solo 10 suites), che decidono di trascorrere alcuni giorni li. Sono stata coccolata, con un upgrade da suites standard a deluxe gratis, con patio su giardinetto privato, vista mare e palme e piscina. E la scimmietta dalla mano veloce che ruba la fetta di anguria appoggiata sul piatto.

E poi la sera decidi di fare un giro tra i turisti, quelli veri, non i viaggiatori, i Turisti con la T maiuscola, quelli  che vengono e tornano, tanti regolarmente, non appena arriva l’inverno in Europa o per godersi al meglio la meritata pensione. Senegambia strip: una strada molto turistica, con ristoranti e bar all’aperto e musica, quel reggae di nera sensualità, che ti chiama da lontano e vai, seguendo il ritmo, a gettare un occhio per vedere cosa succede lì, dove i turisti si stanno dirigendo. Un folto gruppo di diversamente giovani o vecchi ragazzi (guai a chiamarli vecchi e basta), paonazzi, con le gambe pelose rosse dal troppo sole che spuntano sotto bermuda pallide, e canottiere bianche troppo strette sopra una pancia troppo piena,  bevono la loro birra in attesa di una fanciulla alla ricerca di soldi facili. E poi giovani dalla pelle ebano e muscoli ben torniti in bella vista, sotto canottiere nere attillate, che segnano gli addominali, che ammiccano un gruppo piuttosto numeroso di donne diversamente giovani o vecchie ragazze (guai a chiamarle vecchie e basta) con molti chili in più, seni prosperosi che hanno perso la loro battaglia contro la crudele legge di gravità, e capelli tinti sbiaditi color pannocchia. Tutti sorridenti e felici, il vecchio bianco con la sua giovane di colore e la vecchia bianca con il suo giovane di colore. Un viaggio della speranza con risultato assicurato……pronti a sparare le ultime cartucce. 

Se si vuole trovare un po’ di Natura Africana, proprio sulla lunghissima spiaggia, c’è un piccolo parco, che è una vera oasi di pace, il Bijilo Forest Park. Arrivati alle 16:00 del pomeriggio ci è stato detto che, anche se non c’era nessuno, potevamo tranquillamente stare fino al tramonto. Entriamo con un sacchetto di noccioline. Si cammina in mezzo ad una foresta con i raggi del sole che s’infiltrano tra rami e palme e con in sottofondo la musica delle onde dell’oceano che si infrangono sulla spiaggia. All’improvviso un’orda di scimmiette inizia a danzare da un albero all’altro. Basta fermarsi, mostrare una nocciolina tra le mani e le tenere bestiole arrivano a prendere il loro dono. Alcune un po’ scettiche, altre solo curiose, e tante sicure di se, si avvicinano, si siedono e allungano la mano. Con le dita sfregano velocemente per aprirle; molto più abili e leste di noi, buttano la buccia per mangiare solo il frutto. Creature deliziose, ognuna con la propria personalità.  

 

Nel giugno 2011 c’è stato in Gambia il “Wide Open Walls”, uno straordinario progetto artistico comunitario finalizzato a promuovere questo paese come meta turistica. L’idea è semplice: 1000 bombolette, 8 artisti, 2 settimane: in un paio di villaggi sperduti tra le aride campagne gambiane, la street art trova la sua espressione sui muri di case di fango. Il progetto è immaginare un safari di arte attraverso il Gambia che promuova il turismo in una zona disagiata ed aiuti la popolazione locale, con i soldi degli introiti da investire in scuole e aiuti per i bambini. L’iniziativa parte, con artisti internazionali che mettono a disposizione il loro estro, decorando case, scuole e alberi con murales che rappresentano la pace, la comunità e  la fauna locale. Oggi, purtroppo quello che resta cela un alone di tristezza. Dopo aver raggiunto il luogo con un pulmino (i due ragazzi che ci hanno accompagnato, dopo aver imboccato una strada sterrata si sono fermati almeno dieci volte a chiedere dove si trovasse il villaggio), ci siamo trovati davanti a murales ingialliti dal tempo e su case abbandonate, moltissimi sotto sterpaglie. Ho deciso di postare solo quelli che sono ancora ben visibili, perché questo posto merita comunque di essere visitato.

 

Purtroppo non so che fine abbia fatto il progetto ambizioso, so solo che ad un certo punto ci siamo trovati circondati da faccine dolcissime che chiedono una foto,  in una lingua incomprensibile.  E donne che con un’alzata di ciglia, abbattono la barriera della lingua. Allegria e gioia pura, tra abiti laceri e sorrisi strappacuore.

 

Tumani Tenda è una comunità rurale a 50 km da Banjul. Circa 400 persone, 7 nuclei famigliari vivono vicino al fiume in un villaggio eco sostenibile. Per accogliere i turisti semplici capanne, con bagno in comune, doccia fredda ed elettricità un paio d’ore al giorno, grazie a pannelli solari. Per pochi dollari si ha un bed and breakfast semplice, in mezzo alla natura, per amanti del birdwatching o per chi vuole una full immersion con il vero mondo africano. Tra le attività del posto (semplici ma genuine), c’è un giro in paese con il saluto del “capo villaggio, il saggio”. Un arzillo novantenne ci attende, nella piazza polverosa, dove ci accompagna il responsabile dell’accoglienza al villaggio, uno dei pochi che parlano inglese. Ognuno di noi dovrà dar la mano al capo villaggio, e chiedere come sta e come sta la famiglia, naturalmente in lingua locale. La risposta sarà : “tutto bene, e tu?Benvenuto tra noi”

Il villaggio sa di pace, di serenità: la si vede tra i tanti, tantissimi bambini che riempiono la piazza della scuola e  ridono quando mostri la foto che li ritrae in pose smorfiosette. Sono simpatici, si, proprio simpatici, anche se l’inglese stenta, sorridono e, all’improvviso, ti senti una manina che si attacca al pollice, ed una all’indice ed una al mignolo….e ti seguono, sgambettando cercando di non inciamparsi e non perdere la presa. E poi ci sono le donne, alcune tirano l’acqua dal pozzo,altre camminano con fascine di legno più alte di loro in perfetto equilibrio sul capo, altre ancora lavorano di mortaio, per preparare la succulenta salsa che accompagnerà il riso, o il cous-cous. 

Una vecchia canoa di legno giace riversa vicino alla riva. Il ragazzo si scusa: “purtroppo non abbiamo nulla per ripararla, altrimenti vi avremmo portato in giro tra le mangrovie!”. Ed ecco che il gruppo di bianchi si guarda e con orgoglio si fa avanti….dalla grande valigia del camion escono stucchi e silicone e trapani e mole e scalpelli….e gli occhi neri si illuminano. Per qualcuno di noi sarà un pomeriggio di lavoro, con la notte in attesa che gli stucchi si fissino. L’indomani corriamo tutti al fiume: la barca è stata messa in acqua e siamo in attesa di un grazie per il lavoro fatto.Ma la vista sarà disarmante: il ragazzo è lì, intento a svuotare a secchiate l’acqua che ha riempito il povero pezzo di legno!

 

E poi, incontri lui, uno dei saggi, uno della mente grigia del villaggio. Lamin ha il camiciotto-divisa a quadri che lo identifica come uno dei responsabili dell’accoglienza ospiti. Mi vede seduta vicino al fiume con una birra in mano. “Inglese?”. “No, italiana”. “Io sono Lamin, conosco il tuo paese perché molti amici sono partiti per l’Italia”. “Perché?”. Chiedo io, senza pensare che forse la mia domanda è un po’ troppo diretta. “Sai, fino a meno di due anni fa qui c’era un dittatore….certo, c’erano molte ruberie, corruzione, forse poca libertà, però si mangiava. Da quando non c’è più lui, e c’è la “democrazia“, non succede nulla, assolutamente nulla, regna il caos, non c’è ordine, tutti vogliono comandare e tutti hanno paura che scoppi una guerra civile. Chi ha un terreno, cerca di venderlo e scappare in Europa, dove c’è stabilità politica, anche per dare un futuro certo ai suoi figli. Chi vorrebbe vivere in un paese instabile? I miei amici hanno venduto casa, terreni e sono partiti a cercare fortuna in Italia”.

Certo che il suo discorso non fa una piega. 

Ed ecco un’altra notte di pensieri che si incrociano e vagano senza sosta e senza risposta. 

Il cibo in Gambia subisce le influenze del Senegal. Oltre alla yassa, la salsa di cipolle per pollo o pesce (di cui ho già parlato a lungo nel mio precedente articolo), uno dei piatti più diffusi è invece il domoda, uno stufato di carne di montone con alla base la pasta d’arachidi, a cui si aggiungono pomodori, cipolle, zucca e riso, con sale e pepe nero. L’aspetto non è un granché, ma vi assicuro che è buonissimo. 

Si fa in fretta ad arrivare alla frontiera del Senegal, quella che porta a La Casamance, la regione di distese di mangrovie, sentieri di terra e alberi di mango. I senegalesi sono orgogliosi del loro Sud. E quando dici che stai per andare a Cap Skirring gli occhi si illuminano: “c’est beauuuu” . Cap Skirring e’ veramente una chicca, uno di quei posti di cui t’innamori subito. La spiaggia è sabbia fine dorata, con quelle conchiglie che brillano al sole come gioielli messi lì per rendere il posto ancora più incantato. È inizio stagione ed i turisti non sono ancora arrivati. Mucche sornione stese sul bagnasciuga, usano la lunga coda per raccogliere l’acqua dell’onda e rinfrescarsi. Sono loro le padrone della spiaggia. Con alcuni ragazzi che hanno appena aperto la loro attività ed attendono un turista per vendere il loro artigianato o fare un massaggio o preparare un delizioso piatto di pesce, da gustare sull’orlo del mare. E piccoli chioschi che ti offrono lettini e ombrelloni gratis se consumi o mangi nel loro locale. Il tutto in una baia incastonata tra il villaggio di pescatori e una piccola foresta vergine, il classico quadro di mare dipinto in una giornata di sole. 

La meravigliosa passeggiata passa davanti al Club Med e prosegue verso il villaggio dei pescatori, dove, purtroppo l’immondizia riappare e brutti avvoltoi si danno appuntamento.

Il mio viaggio continua…..ora parto per la Guinea Bissau…..arrivederci a presto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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