Bhutan

Lui classe 1980, lei 1990, eleganti, belli come il sole. Sembrerebbero due attori in una fiaba romantica. In parte è così, perché il piccolo regno del Bhutan è una gemma incastonata tra Tibet ed India. E loro sono il Re e la Regina di questo reame. La foto della famiglia reale sarà presente ovunque.

 

 

La poesia inizia sul volo Drukair da Kathmandu a Paro. Finestrino, lato sinistro (come suggerito dalla mia guida del Bhutan) : eccola, la magica catena dell’Himalaya, che appare tra rocce scolpite e cime imbiancate, che sovrastano quel mare di panna creato da nuvole fotogeniche.

Il piccolo reame della felicità è incastonato, come una perla preziosa, in un anello fatto di foreste color smeraldo e catene innevate come diamanti.

 

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La catena dell’ Himalaya sfila altezzosa, come una Top model, nella presentazione dell’ultima collezione. Sono sull’ « uccello volante », così viene chiamato l’aereo che si deve destreggiare con molta maestria tra gli spazi esigui di un paese fatto più di montagne che pianure. Gli abili piloti (Paro è uno degli aeroporti più pericolosi del mondo e solo 17 piloti / trapezisti sono abilitati a questo itinerario), guidano l’uccello volante, in un movimento vorticoso che va a destra e a sinistra, sfiorando quelle montagne fotogeniche alte fino a oltre 5500 metri e in lontananza (quando la visibilità lo permette) gli oltre 8400 metri del Makalu e 8800 dell’Everest, per poi arrivare a posarsi, ondeggiando, sulla corta pista, a 2240 metri di altezza. Per questo, gli arrivi e le partenze sono solo diurni.

L’aeroporto di Paro ti proietta immediatamente nel paese: lo stile Bhutanese appare subito evidente. Facciata bianca, con legno scuro e decorazioni che vanno dal giallo al rosso e dal verde al blu.

 

Gli edifici devono essere costruiti con facciate in legno di vari colori, i tetti spioventi e delle finestre piccole ad arco. Vedrete che, attraversando il paese, tra le dolci colline, sembreranno veri e propri chalets di montagna.

Usciti dall’aeroporto, a pochi chilometri,  si viene immediatamente catapultati nella fiaba, con quell’atmosfera molto mistica.

 

 

In Bhutan c’è un leit motiv, un ritornello, che gira in tutto il paese. In un luogo dove il 72% del paesaggio deve restare foresta, secondo diktat del re, le colorate bandiere di preghiera spuntano come funghi. Sventolano con quel movimento lieve che sa di pace, ed è esattamente questo il loro ruolo,  portatrici di serenità. E poi i Chorten (gli stupa o reliquiari), che, anch’essi, appaiono all’improvviso, in mezzo a quella distesa di verde, per permettere a uomini e donne in abiti tradizionali, di poter acquisire meriti per la vita futura. La popolazione è molto religiosa.

 

Il Buddismo è una filosofia di vita con principi e regole che portano al raggiungimento di una pace interiore e con il mondo esterno. Se è vero che la vita è fatta di sofferenza, quest’ultima si può allontanarla distaccandosi dai beni materiali e dal desiderio. In Bhutan, la religione di stato è quella della scuola Drukpa Kagyu, simile al buddismo tibetano ma con pratiche diverse.

In Bhutan gli alberi nutrono tutte le forme di vita: ecco perché il paese ha più terreni boschivi che aree urbane.

Fortezze e monasteri dominano le vette montuose o si affacciano su rive dove lo scorrere dell’acqua sembra poesia.

 

 

 

Nel piccolo reame si contano oltre 500 monasteri, 144 Lama reincarnati, e oltre 500 templi privati.

Un paese grande poco meno della Svizzera, con circa 800.000 abitanti, oltre due terzi dei quali vivono in aree rurali. Un paese che si è aperto all’esterno solo nel 1979, e che ha comunque da sempre attuato una politica di “turismo elitario” permettendo l’entrata ad un numero limitato di persone.

Prima c’era una « tassa di soggiorno » rilasciata dalle autorità governative, di 65 dollari al giorno (250 comprensivo di vitto, alloggio, trasporti e guida locale). Oggi la tassa è salita a 200 dollari al giorno, che ha fatto passare un normale soggiorno ad un minimo di 400 dollari al giorno , se si opta per un semplice hotel 3 stelle. Insomma, una vacanza non per tutti.

Ma uno dei motivi per cui il piccolo paese è diventato famoso è un altro. Si tratta della vera sfida del re e del suo governo, che anziché parlare di PIL (Prodotto Interno Lordo), parla di FIL (Felicità Interna Lorda), cioè fondamentalmente perseguire il raggiungimento della felicità, che passa dal concetto di aspirazione individuale, ad un vero e proprio programma di governo. L’ispirazione alla filosofia buddhista è evidente; nel 1972 il quarto re del Bhutan istituì proprio il Gross National Happiness Index (Felicità Interna Lorda) che rappresenta l’obiettivo prioritario del governo, estremamente ambizioso.

Gli esperti hanno così individuato alcuni fattori legati alla felicità. Innanzitutto il benessere delle persone dipende dalle interazioni tra uomo, natura, animali e contesto sociale. L’indice FIL è costruito su nove domini: tenore di vita, istruzione, salute, conservazione dell’ambiente, vitalità delle comunità e tutela delle tradizioni, impiego del tempo, benessere psicologico, buon governo (nel senso di buona amministrazione) e diversità culturale. Esistono poi gruppi e sottogruppi, tutti con un peso specifico. L’indice viene calcolato con un metodo complesso, dopo aver raccolto un campione rappresentativo della popolazione, ogni cinque anni. Ed ecco che si ottiene il grado di felicità. Nell’ultimo sondaggio, meno del 10% della popolazione non ha raggiunto la sufficienza, il che li mette nella categoria “non ancora felici”. Il resto, l’equilibrio tra i bisogni materiali e spirituali, passa attraverso la garanzia di un sostentamento decoroso, la sicurezza, la pace, l’occupazione e la sanità.

Per non annoiarvi troppo, inizio a portarvi un po’ in giro per il paese.

La strada per la capitale è un silenzioso percorso che attraversa campi di peperoncini, appollaiati sulle rive di un romantico fiume che scorre lento, in una normale giornata invernale.

 

 

Fotogenici ponti di ferro uniscono le rive: tempestati da bandierine appese, le preghiere che il vento fa volare in cielo,  per la pace.

 

E poi appaiono templi e monasteri, sorti come funghi dal sapore prezioso.

La mia guida è in abiti tradizionali, perché l’immagine del paese è importante.

Thimphu è la capitale del Bhutan. Una cittadina di modesta bellezza, che sorge in una vallata. Non è certamente un luogo che attrae un turista, ma una sosta obbligata per visitare la regione. Molti negozi sono chiusi (siamo nel tragico periodo post Covid e anche per la mancanza di turisti).

Di particolare interesse il museo del tessuto, un’arte del paese.

Le tessitrici sono abili artisti di un lavoro certosino. I preziosi abiti tradizionali verranno indossati in occasioni speciali, come le cerimonie religiose. All’interno del museo è proibito fotografare.


 


 

 

 

In Bhutan gli uomini indossano il gho, una veste lunga che viene tirata su alla vita da una cintura di stoffa (meta). L’altezza deve arrivare al ginocchio. Sotto, si usano calzettoni di colore scuro.

Le donne indossano la Kira, un vestito lungo fino alle caviglie, fatto da stoffe dai colori vivaci. All’altezza della vita, una cintura, ed alle spalle, dei fermagli d’argento. Sopra, una corta giacca, di broccato, dai colori sgargianti. Questo è anche l’abbigliamento obbligatorio per tutti coloro che lavorano in enti statali o pubblici.

 

A pochi chilometri sorge uno dei tanti conventi di suore. All’interno è vietato fotografare. 

 

 

 


 

 

Monaci e monache devono mantenere le teste rasate. La giornata trascorre tra studio, meditazione, ma anche aggregazione sociale.

A circa quindici chilometri dalla capitale, abbarbicato tra i monti verdi, c’è il monastero Tango Goemba, che si raggiunge dopo una comoda scarpinata su un bel sentiero, tra la foresta (dislivello circa 300 metri). Oggi è un’università di studi buddhisti per i monaci.

 

 

Tutto il paese pullula di monasteri e templi: anche nel luogo più sperduto, dove si pensa non ci sia nulla, appare un luogo di culto.

 

Molti templi sono privati, e si trovano all’interno di case comuni. L’accesso è libero.

 

i panorami sono belli, le persone che si incontrano molto gentili

 

Nei dintorni della capitale si possono incontrare degli strani animali. Il Takin è l’animale simbolo del Bhutan, un bovide che assomiglia ad una mucca, con la testa da capra. Di costituzione massiccia, può pesare fino a 350 kg. Una sorta di bue muschiato, dall’origine alquanto incerta. La grossa corporatura su una testa da capra lo fa sembrare davvero strano, quasi immaginario.

 

Il National Memorial Chorten è uno dei luoghi più visitati in Thimphu

 

 


A pochi chilometri dalla capitale, Simtokha Dzong è una piccola fortezza, tra le più antiche del paese

 

 

 

 

Su una delle colline che sovrastano la capitale, il Buddha Dordenma è una gigantesca statua alta oltre 50 metri, visibile da qualsiasi parte della città. Dalla collina,  la grande statua (che contiene altre 225 mila statue minori) protegge la città. La statua è in bronzo ricoperto d’oro. Gli interni sono ancora più interessanti: peccato che in Bhutan sia proibito fotografare tutti gli interni dei luoghi di culto.

 

 

 


La strada sale, fino a 3140 metri, al valico 
Dochu la pass. Qui,  108 chorten o stupa commemorativi sono posizionati per ricordare i soldati buthanesi uccisi nell’unica guerra avvenuta in Bhutan, nel 2003, contro terroristi indiani. Tutto intorno, le bandiere di preghiera svolazzano. Questo è anche il luogo dove, nelle giornate limpide, si può godere di una vista mozzafiato della catena dell’Himalaya.

 

 

Una sosta obbligata è nel ristorante sul colle, che sembra uno chalet di montagna,

 

 

poi la strada ridiscende, panoramica nelle sue strette curve.

I campi coltivati sono un bel dipinto con le case, in sottofondo, sempre in stile Bhutanese. Non sembra davvero di essere in paese povero, ma questo non è il paese di Bengodi.

 


Le persone che si incontrano vanno al mercato a vendere i prodotti della loro terra.

 

 

 

C’è un luogo in Bhutan dove le donne locali (e non solo, molte arrivano anche dall’India), si recano per avere una benedizione e realizzare il sogno di avere un figlio. A Misina, c’è il tempio della fertilità, che sorge nella prima periferia del paese, detto anche “il villaggio dei falli”. Secondo un’antica tradizione locale, l’immagine del membro maschile allontana gli spiriti maligni.

L’importanza della fertilità è rappresentata su tutte le case del villaggio, dove appaiono disegni di falli.

 



 

 

 

Anche le case nuove vengono decorate con un dipinto a tema. Nel monastero si trova anche il fallo in avorio, legno e osso (con un manico in argento), di 25 cm., che il monaco che ha dato origine al monastero,  ha portato dal Tibet. È con questo che il lama del monastero colpisce in testa le donne che vengono a chiedere il dono della fertilità. Nel pellegrinaggio molte donne chiedono anche di poter scegliere il nome del bambino: basta pescare uno dei vari bastoncini di bambù posati su un altare.

 

 

 


Anche i negozi locali vendono souvenir “a tema”.

 

 

Qualche incontro per strada

 

 

 


A proposito di stranezze, qualche curiosità:

La poligamia è legale in Bhutan. Anche se non c’è un riconoscimento giuridico, le donne (e uomini) possono essere sposate con diversi mariti (anche se uno solo è legale). Il re precedente, padre dell’attuale re, classe 1955, ha sposato quattro sorelle. In realtà avrebbe voluto sposare anche la quinta sorella che però era innamorata di un dottore e non ha voluto convolare a nozze con sua maestà. È curioso a questo punto sapere che il re attuale, (figlio del precedente che ha abdicato), quando si è sposato, nel 2011, ha dichiarato pubblicamente al parlamento riunito,  che avrebbe rinunciato al diritto di prendere altre mogli, malgrado la legge nel Bhutan consenta la poligamia. Non solo, per la prima volta , nel piccolo paese orientale, il re ha baciato in pubblico la propria moglie, cosa fino ad allora proibita. Una data storica, il  13 ottobre 2011, perché è proprio da allora, che i mariti possono baciare la propria moglie in pubblico.

Parlando di matrimonio, anche per il re le congiunzioni astrali hanno avuto la loro importanza.

I Buthanesi credono molto nell’astrologia. I chiaroveggenti vengono consultati in molte occasioni. Così è stata fissata la data delle nozze reali (13 ottobre). Ed anche l’ora in cui il re è arrivato (8:20 al mattino).

Un altro esempio è quando c’è una gara di tiro con l’arco, lo sport nazionale, tra villaggi. Anche qui, vengono consultati gli astrologi per valutare il giorno più propizio. A proposito di questo sport, praticato quasi esclusivamente da uomini, vengono usati archi in bambù, anche se oggi stanno prendendo piede anche gli archi d’acciaio, d’importazione. Il bersaglio è lungo 20 cm ed alto 60 ed è posizionato ad una distanza dall’ arciere di ben 145 metri.

 

 

 

Quando ci sono gare, colui che tira la freccia nel bersaglio, ha diritto a legarsi un pezzo di stoffa  attorno alla cinta (colore a scelta).

e poi parte una danza, cantata, con i compagni di squadra

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Scendendo nella bella vallata, sorgono campi coltivati e risaie (l’ultimo raccolto è di circa due mesi fa, ad ottobre).

 

Uno dei luoghi più belli del Bhutan è sicuramente la fortezza Punakha Dzong Fortress, che si adagia lungo le sponde del fiume, in una panoramica valle . Il “palazzo della felicità o beatitudine “ è molto fotogenico, la cartolina che ogni turista cerca. Qui, nell’ottobre del 2011, gli attuali sovrani del regno, hanno coronato il loro amore. Siamo nella bella valle di Punakha, dopo la confluenza del fiume di Puna Tsang Chhu (che poi diventerà un affluente del Brahmaputra).

 

 

 

La fortezza o dzong è lungo 180 metri e largo 72 metri ed è una delle strutture più maestose del paese. In inverno, il corpo monastico ufficiale del Bhutan ne ha fatto la propria residenza. La fortezza è sopravvissuta ad alluvioni, terremoti, incendi ed addirittura attacchi militari da parte dei tibetani negli anni 1940. I pannelli di legno intagliato con elaborate decorazioni oro, nero e rosso, sfavillano su pareti imbiancate. Le sale hanno dipinti murali straordinari che illustrano la vita del Buddha. Le statue imponenti di Guru Rinpoche (il più importante diffusore del Buddhismo), di Buddha e dello Zganbdrung (Ngawang Namgyal, il grande lama tibetano fondatore dello stato bhutanese), riempiono immense stanze. Ma la fortezza contiene anche l’immagine di Chenresing, una delle più note divinità, il guardiano della religione bhutanese. L’immagine (Il Rangjung Kharsapani) è stata portata dal Tibet ed è esposta al pubblico una volta all’anno durante la famosa festa domchoe di Pubakha. Peccato che in tutti gli interni sia proibito fotografare.

 

 

 

Nel cortile, file di ruote di preghiera, splendidamente scolpite, accolgono i fedeli. Un meraviglioso corridoio, su un ponte in legno rosso, porta al primo cortile dove sorgono gli uffici amministrativi.

 

 

 

In mezzo, lo stupa, con le pareti imbiancate a calce con una cupola d’oro.

 

 

 

Nel secondo cortile ci sono le sale dove vivono i monaci, felici di posare per una foto ricordo.

 

 

 

 

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Sulla vallata con vista su Punakha sorge il monastero Sangchen Dorji Lhuendup Lhakhang, dove vivono un centinaio di suore.

Sopra, il riso viene steso al sole e rigirato regolarmente per alcuni giorni.

 

Le bandiere di preghiera svolazzano. I 5 colori rappresentano: il Bianco lo spazio, l’aria ed il vento, il giallo la terra, il rosso il fuoco, il verde la natura e l’acqua ed il blu il cielo . Sono spesso posizionate sulla collina perché il vento sparga ovunque la preghiera di pace.

Altri incontri, tutti sorridenti e felici di scambiare due chiacchiere con una straniera


Percorrendo le dolci colline, tra strade tortuose e panoramiche capita di vedere i contadini al lavoro.

 


 

 

 

 

Il Nalanda Buddhist Institute è una scuola monastica bhuddista, a mezz’ora da Punakha.



 

 

 

 

 

 

 

 

 


I Bhutanesi sono molto ospitali. Ed ecco che capita di essere invitati a partecipare ad una festa in una casa locale. Tutto il vicinato è invitato. Oltre al cibo,  ci sarà un gruppo di monaci che suona.

 

 

 

 

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In ogni casa, una stanza è dedicata a luogo di culto.

 

 

A proposito di cibo, le verdure sono ottime. I ravioli a vapore o i noodles con verdure saltate sono un‘ottima alternativa all’onnipresente riso, che accompagna ogni piatto. Il cibo in Bhutan è estremamente piccante, il peperoncino 🌶️ entra in tutte le pietanze, quindi, se non amate i sapori molto intensi, sarete costretti a mangiare solo il riso.


 

 

Due monache fanno l’autostop: faccio fermare il mio autista e scopriamo che faremo la stessa strada. Oggi a  Rinchhengang c’è una festa religiosa importante che avviene una volta l’anno. Il delizioso villaggio è abbarbicato su una collina, e si raggiunge arrampicandosi su ripide gradinate

 


 

 

 

Delle suore, una ha 50 anni ed è in convento da quando aveva 13 anni. L’altra è stata sposata ed ha avuto figli, poi ha avuto la chiamata ed ha lasciato la famiglia 5 anni fa.

 

Quando arriviamo nel paese in festa, sono l’unica straniera. Il Lama (Maestro o Monaco spirituale) si avvicina e mi invita a bere un te’. Sarebbe molto felice se rimanessi anche a colazione, ma purtroppo il mio intenso itinerario non mi permette di restare.

 

 

C’è la coda davanti alle ruote di preghiera: i fedeli devono fare almeno tre giri.

 


 

le persone sono dolcemente avvolte negli abiti tradizionali


 

 

In Bhutan i numeri sacri sono molti, tra questi 3-7-9-11-13-21-49-108-1000. L’importanza del numero tre viene ricordata dalla mia guida: I  monaci fanno meditazione 3 secondi-3 minuti, 3 ore 3 gg 3 settimane e 3 anni . Il tre rappresenta i 3 Buddha della longevità, Amitayus Buddha, Ushnisha Vijaya e White Tara.   Il 3 viene anche usato per simbolizzare  il sole, la luna e le stelle, oppure il cielo, la terra e il sottosuolo.

La strada si inerpica fino a 3250 metri in una sequenza interminabile di curve, con un panorama mozzafiato. La strada è vuota: incroceremo un paio di auto e di colorati camion.




 

Nella foto sopra:  quando uno stupa esisteva prima della costruzione della strada, questa viene costruita intorno.

 

Nel villaggio di Gangtey le persone hanno l’aria serena, lontani dalla frenesia della città. 

 

Qui sorge il Monastero Gangtey Goemba. Tra i silenzi, si ode solo il gracchiare degli uccelli.



A breve distanza dal villaggio abbarbicato, nella vallata di Phobjikha, si può assistere ad uno spettacolo straordinario. Le gru collonero hanno scelto questo luogo per svernare, in quella che è diventata una tra le più importanti riserve naturalistiche del paese. Alte fino a 139 cm, pesano circa 6 chili. Le gru collonero sono gru grigio-biancastre con la testa nera (e la sommità rossa), zampe e collo neri. Sono in via di estinzione e quindi protette. Per questo non possiamo avvicinarci troppo: ma sono splendide, viste dal centro ricerca che ha ottimi binocoli per curiosare i loro movimenti nella vallata.

 

 

L’ Hotel Dewachen Resort sorge proprio davanti alla vallata. L’atmosfera è di montagna, con camere accoglienti ed il sano calore della stufa a legna. Prima di cena si può avere un rilassante massaggio (disponibile nella maggior parte degli hotel). 

Anche l’Hotel Olathang a Paro ha uno stile di montagna. Ho dormito in uno splendido cottage, in mezzo ad una pineta, anche qui con vista sulla valle.

La strada panoramica per raggiungere Paro ripassa attraverso le montagne, dove mandrie di yak pascolano sereni. 

 

Nel 747 DC, secondo le leggende, il saggio buddhista Padmasambhava (Guru Rinpoche), volo’ nel Bhutan dall’Himalaya su una tigre e si fermò nel famoso Taksang Lhakhang, o nido della tigre. Venne così introdotto il Buddhismo tantrico nel paese. Situato a 3120 metri di altitudine, la famosissima “tana della tigre” è, forse, il monastero più famoso del mondo. Aggrappato miracolosamente ad una parete rocciosa, appare come un miraggio. Così bello da sembrare finto. Lo si raggiunge dopo una scarpinata di un paio d’ore, tra splendide foreste di rododendri; circa metà del percorso può essere effettuato a cavallo, dopodiché si deve proseguire a piedi. Lentamente,  il cielo si avvicina mentre il fiato si accorcia…. ma vi garantisco che, all’arrivo, sarete ripagati pienamente.

 


 

 

La bellezza mozzafiato vi confermerà che questo è decisamente il luogo più bello e magico di tutto il Bhutan. Tanti piccoli templi sono attaccati alla montagna: sembra un puzzle con strani incastri, così belli da sembrare irreali.

 

 

 

Taktshang Lhakang (questo il vero nome del “nido della tigre”) è stato danneggiato da un incendio nel 1998, ma è rinato, nel 2005, dopo un costoso restauro. Il re in persona ha inaugurato il “nuovo” monastero. Molte storie circolano intorno al monastero. Da quella che dice che l’edificio originario era attaccato alla roccia grazie ai capelli di entità celesti di sesso femminile (le khandroma), oltre a quella che vi ho già detto, del Guru Rinpoche che pare abbia raggiunto il sito in volo, a cavallo di una tigre, per sottomettere il demone locale.

Oltre alla vista mozzafiato, i silenzi avvolgono il turista, con un sottofondo di mormorio del vento, che è decisamente mistico.

Scendendo, si incontrano fedeli che portano una enorme statua al  monastero.

 

 

 

Ho deciso di trascorrere l’ultima sera in un’abitazione locale, per poter passare un po’ di tempo con una famiglia Bhutanese.

La grande stanza centrale raccoglie la famiglia intorno alla stufa a legna. Tre generazioni si ritrovano.

La nonna sbircia la televisione, conosciuta in età avanzata, perché introdotta nel paese solo nel 1999. La nipote è concentrata sullo smartphone: francamente non vedo differenze con i bambini occidentali.

La mamma cucina.

 

Quando chiedo del padre mi risponde solo che è fuori per lavoro e rientrerà molto tardi. La cena sarà servita li’ per terra, accovacciati intorno alla stufa. A parte la scomodità di una posizione che non mi è consona, devo dire che la cucina è ottima; dai  piatti di verdure a chilometro zero al passato di zucca e cipolline profumato allo zenzero, allo straordinario stufato di carne con peperoncini piccanti ed una verdura simile ai fagiolini ma molto più saporita

 

 

A questo proposito vi devo dire che in Bhutan gli animali sono trattati benissimo. Nessuno deve uccidere un animale, qualunque sia, anzi, se per caso incontra un animale ferito dovrà soccorrerlo, altrimenti avrà un brutto karma.

 

Per questo si vedranno tantissimi cani comodamente accovacciati lungo la strada: paffuti (perché nutriti dalla gente del luogo), si stiracchiano sotto il pallido sole invernale.

 

 

Poiché non si possono uccidere gli animali, la carne viene importata dall’India, o comunque saranno dei « non buthanesi » che si occuperanno del macello. 

Il seducente lavoro della Felicità interna Lorda, è meraviglioso, ma come sapete, io amo fare l’avvocato del diavolo. Ed ecco che mi ritrovo a dire che se è vero che la felicità non coincide con un bel gruzzolo di denaro, è difficile trovare gente felice piena di debiti. La gente (sottovoce) si lamenta della decisione del governo di aumentare la tassa di soggiorno. In realtà l’idea del parlamento di trasformare il paese in un luogo turistico elitario, o, come dicono loro (termine per me molto discutibile) “turismo di qualità”, ha fatto sì che ci sia un’esigua presenza di turisti. Di conseguenza, gli Hotel sono praticamente vuoti, i ristoranti spesso chiusi ed i negozi di souvenir al collasso. Io ho avuto upgrade ovunque: negli hotel mi hanno dato sempre la suite, semplicemente perché spesso ero l’unica (o quasi) cliente.

Un giorno, a colazione, in uno splendido hotel di montagna, dopo aver trascorso la notte in un bellissimo cottage, ero l’unica cliente con 7 camerieri. Uno mi ha versato il caffè, l’altro il latte, il terzo mi ha portato il pane tostato, il quarto la marmellata, il quinto il burro, il sesto è arrivato con le uova, ed il settimo mi ha chiesto: « cosa le posso servire per la colazione, signora? ».

La televisione e internet erano sconosciuti fino al 1999. Oggi, camminando per la capitale, i giovani sono come da noi: occhi fissi sul cellulare, per seguire tutto quello che succede nel mondo frenetico. E così, in mezzo ai silenzi di una città piuttosto apatica (Thimphu è l’unica capitale al mondo senza semafori), che cerca disperatamente di mantenere quelle tradizioni e stili di vita del passato, si sentono le frenesie dei canali you-tube e tik tok, e le foto degli ultimi oggetti del desiderio. Accanto a manager in abiti tradizionali, ci sono i giovani che guardano le vetrine del negozio e, alla vista dell’ultimo modello di smartphone, sospirano: “come vorrei potermi permettere l’I-phone xxxx!”.

La disoccupazione giovanile è molto elevata, nessuno vuole rimanere nelle campagne e la città non offre molte opportunità.

E poi i giovani vogliono indossare abiti occidentali: jeans e felpe con grandi logo internazionali, sono ormai presenti in tutti i negozi della capitale, così come i tagli di capelli richiesti « all’occidentale ».

Per questo spero che il consumismo sfrenato (tipico del mondo occidentale) non arrivi a contagiare questo paese così ricco di tradizioni. 

È stato un viaggio perfetto? Dovrei dire di sì, ma, francamente, ho sentito un po’ troppo la ricerca della perfezione, quella specie di gabbia dorata dove al turista viene presentato un mondo ideale. L’isolamento dal resto del mondo non è nella mia indole di viaggiatore e, anche se capisco che i bhutanesi vogliono mostrare il meglio del loro paese, per me il non poter vivere appieno le esperienze è decisamente un limite.

E poi ripenso a quando ho chiesto alla signora che mi ha ospitato informazioni sul questionario “alla ricerca della felicità” e lei mi ha detto che ci sono domande tipo: “ha mai provato sentimenti di gelosia verso il suo vicino di casa?”

La felicità è un concetto talmente individuale. Tolstoj diceva “ ogni persona infelice è infelice a modo suo”.

E chiudo gli occhi, ripensando a quanto avevo letto sul Bhutan, prima di iniziare il viaggio: un paese vissuto per secoli in una specie di isolamento volontario, rimasto immune allo scorrere degli anni, un paese tra i più belli ed integri del mondo, con una natura incontaminata, architetture maestose, gente ospitale avvolta in costumi tradizionali. Cerimonie e feste suggestive, con canti e rituali che coinvolgono tutta la popolazione.

Sono pronta a riprendere l’uccello volante per il ritorno su Kathmandu, questa volta finestrino lato destro. L’ala dell’aereo proietta la bandiera del Bhutan. Un rettangolo diviso in due da una diagonale, con la parte superiore gialla (per ricordare l’antico potere del Re), mentre quella inferiore, arancione, rappresenta il buddismo. Bhutan in lingua locale significa “terra del drago del tuono”: per questo il drago è sulla bandiera del paese, ed è di colore bianco per rappresentare la purezza. I gioielli che il drago stringe tra i denti rappresentano il benessere del paese. Quanta simbologia in un’ala di un aereo, che si arricchisce con il sottofondo di quelle magiche montagne che lasciano nel turista un’immenso desiderio di tornare, un giorno, magari…..da viaggiatore.

 

 

 

come sempre, chiudo con i protagonisti del mio racconto.



 

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