Bangladesh (seconda parte)

 

Le Sundarbans sono le più grandi foreste di mangrovie del mondo, nel delta del Gange, nel golfo del Bengala, dove l’India ed il Bangladesh si abbracciano. Fitti canali fluviali si intrecciano, come la tela di un ragno, una riserva della biosfera, un sito del patrimonio mondiale dell’Unesco, dove vive una grande varietà di uccelli, cervi, scimmie e coccodrilli d’acqua salata.

Questo è il regno di sua Maestà la tigre del Bengala, uno dei felini più affascinanti, che abita in queste paludi tra canali d’acqua, fitte mangrovie, spiagge sabbiose e campi erbosi. In tutte le Sundarbans vivono circa 160 tigri, nell’area che visiteremo sono circa 60. Purtroppo sarà una lunga ricerca di tre giorni, senza risultato. D’altra parte lo sapevo, è estremamente difficile poter avvistare sua Maestà, tra la fitta giungla di un territorio ancora intonso.

Ma la “crociera “ fluviale è stata comunque interessante. La nostra barca privata locale, tipica,  aveva 5 camere doppie, tutto a disposizione di due persone, la mia amica ed io.  L’equipaggio è di 5 persone, un cuoco ed una guardia armata.

 

Lui è il capitano e questa la sua postazione.

 


Navigando si incrociano tantissimi pescatori.

 


i paesaggi sono splendidi

 

 


Dopo essere stati scortati da alcuni delfini, che, velocissimi, seguono la nostra barca, abbiamo fatto la prima sosta con passeggiata tra le mangrovie.

 

Un gruppo di  cervi gira alla ricerca di cibo

 


 

 

E poi si riparte, con una canoa senza motore (per non far rumore) e si entra nei canali, regno di sua Maestà la Tigre del Bengala, che, naturalmente, non ci degna della sua presenza.


 

 

 

Una bella spiaggia con scimmiette


 

Ed eccola, la traccia del passaggio della tigre

 

 

 

Si riparte, con il battello da crociera, fino all’ancoraggio nell’Oceano Indiano dove  si trascorrono  le notti in un’atmosfera ovattata, nel silenzio, dove i sogni si colorano di rosa e di verde.

Lungo le rive si avvistano alcuni coccodrilli, troppo lontani per uno scatto decente dal cellulare.

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E poi,  ancora pescatori, davanti alle loro modeste capanne, abbarbicate su quelle rive dove le maree giocano giornalmente ed i cicloni tropicali  possono arrivare improvvisi e trascinare, con loro, la disperazione.

 

 

 

 

 

Nel 2000, a seguito di una decisione della Corte suprema del Bengala, in Bangladesh, viene legalizzata la prostituzione. Si tratta di uno dei pochi paesi mussulmani dove la prostituzione è ufficialmente vietata ma consentita “in stato d’eccezione” cioè quando si dice che l’interessato è impossibilitato a trovare un altro lavoro ed identifica inoltre i bordelli ufficiali come l’unico posto dove guadagnarsi da vivere. Banishanta è una striscia di terra che si protende verso il porto di Mongla, una piccola lingua di circa un chilometro sulle sponde del fiume Pashur, che subisce grandi variazioni secondo stagione (in particolare durante i monsoni). Le prostitute vivono qui, in queste capanne, una accanto all’altra . La maggior parte di loro non conosce la propria data di nascita perché la registrazione dei neonati è costosa e spesso non viene effettuata. Praticamente, molte di queste donne non esistono per lo stato. Banishanta è un’isoletta, quindi raggiungibile solo in barca. Ogni giorno, un servizio di traghetti gremito di uomini di tutte le età, attracca davanti al luogo dove troveranno quindici minuti di felicità per pochi dollari (dai 2 ai 5$ secondo l’età, massimo 15$ per tutta la notte). Il porto di Mongla (a 30 minuti) era molto attivo e frenetico; recentemente, molte attività commerciali sono state dismesse ed anche il bordello ha visto una riduzione del numero di prostituite a Banishanta, passate da oltre 300 alle attuali circa 120. Chi può dire se siano schiave del sesso o scelgano spontaneamente questa vita. Appena arrivate nel bordello (in Bangladesh ne esistono una dozzina) le ragazze devono firmare l’affidavit, un vero e proprio giuramento che non può essere ritratto, che conferma di non essere in grado di svolgere altri lavori al di fuori della prostituzione.

Spesso sono delle creature così gracili che potrebbero anche non attrarre i maschietti in calore. Per questo, le giovani vengono dopate con l’oradexon, un glucocorticoide usato in particolare in veterinaria su cavalli e mucche, per la cura di distorsioni muscolari. Sulle persone, aumenta la massa corporea che, secondo la cultura bengalese, è sinonimo di buona salute. Poco importa se, con il passare degli anni, questi farmaci possono portare insufficienza cardiaca e diabete. Camminando a BaniShanta si incontrano giovani, meno giovani e anziane. Tra queste ultime non so riconoscere, tra quelle rughe stanche ed i visi segnati,  le “sardanis”, matrone del bordello, coloro che gestiscono il traffico della prostituzione prendendo una lauta percentuale.

 

 


 

 

Sharmin parla più lingue, dice che studia scienze politiche e lavora lì per avere i soldi necessari agli studi. Non ha famiglia. Poi dice che ha 34 anni e si prostituisce da 20. Le chiedo se è costretta: mi dice no, guadagno più di altre donne in Bangladesh. E mi vengono in mente le ragazze nelle piantagioni di te’ che si spaccano la schiena, o le gracili sartine dei laboratori di Dacca, con i loro occhi fissi sull’ago, che lavorano per meno di 2$ al giorno (lavorando 9 -12 ore). 

 

 

Sharmin resta davanti alla porta a guardarmi mentre mi allontano.

Salma è giovanissima, poco più di una bambina. Bellissima. Mi vede e, in silenzio, si mette in posa, quasi fosse un’attrice o comunque pienamente cosciente della sua naturale e strabiliante bellezza. Parla solo bengalese, riesco a capire il nome, poi tace, e mi fissa per un po’.

 

 

Fatima è seduta su una sedia di plastica davanti alla sua baracca, in attesa del cliente. Mi chiede un selfie. Poi mi indica, in lontananza, un bambino che sgattaiola vicino ad una signora anziana. Capisco che è suo figlio. Alla fine della giornata, mamma e figlio dormiranno insieme, nello stesso letto, come in una normale famiglia.

 

 

 

 

 

 

E poi ci sono Mohila, Meye ed altre, che mi sorridono e si mettono in posa, quando vedono che alzo il cellulare

 

 

 

 

E poi c’è una baracca diversa dalle altre, con in mezzo un tavolo e grandi quaderni aperti. Due ragazze che parlano un inglese perfetto, mi spiegano che sono lì per aiutare: educazione sessuale, distribuzione preservativi, informazioni sul parto. Grazie, Unicef.

 

 

 


Tra le case di lamiera delle prostitute ci sono anche famiglie, con gli uomini che lavorano, bambini che giocano e le donne che cucinano o lavano i panni, e negozietti che vendono merce di prima necessità.

 

 


 

 

 

 


Ripartiamo e mi giro ancora per un ultimo sguardo verso quei ragazzi che ballano, con la musica ad alto volume. Hanno lavorato tutta la settimana per raggranellare un po’ di soldi e poter trascorrere così qualche ora allegra di una giornata di festa tra amici, canti e balli sfrenati….per poi finire con quei quindici minuti di sesso….Inshallah (se Dio vuole)!

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Torniamo sul nostro battello da crociera, per gustare l’ultimo pasto, semplice ma gustoso e preparato con amore: pesce fritto, verdure e riso. A proposito di cibo, se non amate il piccante , cambiate paese. Francamente la cucina ha spesso lo stesso gusto. Malgrado la verdura sia freschissima e abbia un ottimo aspetto, l’aggiunta di curry e spezie ovunque, rende tutto simile….dopo tre giorni vi sembrerà di mangiare sempre la stessa cosa.  Peccato!

 


 

 

Ed è ora di raccogliere le foto dei tramonti, sempre infuocati, sempre diversi, prima di salutare l’equipaggio che ci ha trattato da regine.

 

 

 

Da Dhaka, per andare a Chittagong, faremo all’andata il viaggio in treno, ed al ritorno in aereo. Il treno dura sette ore, ma è un comodissimo convoglio non molto diverso da alcuni nostri treni (la prima classe è come una nostra seconda, pulita ed ordinata).

 

 

 

 

Gli ambulanti vendono di tutto, dal te’ ai biscotti, alle ottime palle di pasta ripiena di verdure speziate.

 

 

 

A Chittagong c’è un luogo che è stato soprannominato: “ l’inferno delle navi”. È infatti qui, lungo questa costa, che vengono portate le grandi navi per essere smantellate. Venti chilometri di costa trasformati in uno dei più grandi cantieri del mondo per giganti del mare che finiscono qui i loro giorni, sezionati da oltre 200.000 lavoratori bengalesi, che recupereranno tonnellate di materiali da rivendere. Un lavoro complesso e decisamente poco ecologico: purtroppo tutti i residui tossici (per es. quelli delle petroliere) finiranno comunque ad inquinare quel mare già così fragile. La vita di uomini, armati anche solo di coltellini, per recuperare più pezzi possibili (anche viti e bulloni, tra altro) è estenuante. Nei cunicoli più stretti ed angusti vengono anche usati bambini. Per questo, il luogo non è solo l’inferno delle navi, viste le precarie condizioni di lavoro e la mancanza totale di controlli di sicurezza (esplosioni di materiali infiammabili, cadute da pezzi traballanti: sono innumerevoli gli incidenti sul lavoro).

Questo è il relitto di una grande nave che un uragano ha spostato: la nave  si è incagliata proprio qui.

 


 

Tornando verso Chittagong sostiamo in un villaggio, dove gli abitanti sono felici di lasciarsi fotografare

 

 


 

 

 

 

Sulla strada per Cox’s Bazar, c’è un luogo di pace. Ramu è sede di alcuni templi buddhisti. La statua color oro rappresenta il più grande Buddha sdraiato in Bangladesh. Questo è anche il luogo dove nel 2012, 25.000 mussulmani hanno dato fuoco a 22 templi buddhisti. 

 

Si trova nel tempio Vimukti Bibeshan Bhabna Kendra e li’ vivono dei monaci

 

 


qui il monaco si sta preparando il Paan (o betel). Il betel è un albero che viene coltivato per le sue foglie. Si prende prima una noce di areca (simile ad una noce moscata, ridotta in piccole palline) e la si mastica. Poi si prende la foglia di betel, ci si mette un po’ di calce sopra, si arrotola e si mastica il tutto. L’effetto narcotico è abbinato al sapore piccante. I masticatori di betel hanno la bocca ed i denti rossastri (la calce contiene molti tannini). Il Paan fa parte della cultura del Bangladesh e si vedranno tanti uomini e donne che ne fanno largo uso. In genere si può dire che il paan abbia l’effetto delle anfetamine (anche se più blando). A lungo andare l’accumulo di tartaro sui denti può  portare allo scollamento dei denti stessi, o addirittura a tumori del cavo orale.

 

 

 

 

Cox’s Bazar è una delle spiagge naturali più lunga del mondo (centoventi chilometri di sabbia). Nessun bikini o costume, se proprio si vuole fare il bagno, bisogna buttarsi in acqua vestiti.
La spiaggia del centro si affaccia su palazzoni di brutta fattura: l’espansione urbana è per accogliere quel turismo principalmente locale. Questa è la località turistica più “in” dei bengalesi. 

 

 

Nel tardo pomeriggio, la spiaggia della città viene presa d’assalto da uomini, donne, coppie, bambini. Il bagnasciuga diventa il punto di ritrovo dove attendere il tramonto, tra venditori di ogni genere.


 

 

E poi i ristoranti mettono in vetrina la loro merce: pesce freschissimo, granchi e sua maestà l’aragosta.


 

 

 

 

A pochi chilometri, le spiagge deserte sono immense. Dietro cumuli di “materassi”,  che proteggono le mareggiate (qui veri e propri uragani), milioni di piccoli granchi 🦀 rossi scorrazzano così veloci da non poter essere ripresi, saltellando da un buco all’altro come abili trapezisti.


 

 

 

 

Al mattino i pescatori vagano, cercando di riempire i loro panieri.

 

 

Prendendo un battello si può raggiungere Moheshkali. E’ sempre interessante trascorrere un po’ di tempo con  la gente locale, nel loro trantran giornaliero. 

 

 

 

 

 

 

 

Qui c’è un tempio buddhista

 


 

 

 

ed uno indù. Le persone vanno a chiedere grazia e appiccicano il loro desiderio sul muro

 

 

Tornando, c’è un cortile dove vengono messi ad essiccare grandi pesci, su staccionate fatte con canne di bambù.

 

 


Per andare a Rangamati c’è una meravigliosa strada che taglia attraversando la campagna 
bengalese. Dolci colline si susseguono,  con campi coltivati e contadini al lavoro.

 

 

 

 

 

Ci sono molti check-point, con poliziotti sorpresi e felici di vedere facce diverse.

 

 

 

In tutta questa zona arrivano regolarmente dei rifugiati, in fuga dalla violenza che li ha colpiti in Myanmar. I Rohingya sono uomini, donne e bambini, di fede musulmana,  che il governo non considera birmani ma bengalesi penetrati con la colonizzazione britannica. Una brutale pulizia etnica iniziata nel 2017 li ha costretti a cercare una via di fuga e, ancora oggi, tentano di rifugiarsi in Bangladesh. A Cox’s Bazar c’è uno dei più grandi campi profughi del mondo, dove si cerca di sopravvivere.

Un breve traghetto permette di accorciare il lungo tragitto

 

 

 

 

Il lago Kaptai è il più grande del Bangladesh. Con una barca, attraverseremo il meraviglioso lago e ci fermeremo su varie isole dove vivono gruppi autoctoni classificati “tribali”. Tranne i Chakma, di lingua indoeuropea, gli altri gruppi parlano lingue tibeto-birmane. Queste popolazioni sono principalmente buddiste e induiste.

 

 

 

A Shuvolong Bazar è venerdì, giorno di mercato e la vita scorre frenetica, tra le strette viuzze del villaggio abbarbicato sulla collina,

 

 

 

 

 

tra venditori di ogni sorta,

 

parrucchieri,

 


 

 

sarti

 

farmacisti

venditori di coltelli e attrezzi per i campi

 

spezie e riso

 

Verdure, frutta e altro

 


Molti (uomini e donne) fumano la famosa pipa di bambù.

 

Le donne sono elegantissime, con i loro lunghi capelli corvini spesso raccolti in splendide trecce, ed avvolte in meravigliosi abiti dai colori solari, come i loro sorrisi.

 

Molti uomini sono felici di essere fotografati

 

 

 

 

Poco distante, un altro villaggio offre panorami mozzafiato sul lago.

 

I Chakma (la tribù più numerosa) amano fumare.

 

Il Chang Pang Restaurant propone un’ottima cucina locale, con i pesciolini fritti leggeri e saporiti ed un trionfo di colorate verdure di stagione.

 

 

 

E poi abbiamo la fortuna di assistere ad una cerimonia religiosa, con balli. La popolazione offre a me ed alla mia compagna di viaggio il posto in prima fila. E poi partono raffiche di selfie….tutte in coda ad immortalarsi con una bionda ed una bruna, che arrivano da lontano. Cito una frase di Andy Warhol: “Nel futuro, ognuno sarà famoso per 15 minuti”: ed eccolo, il nostro quarto d’ora!

 

 

i balli (aprire i file)

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Proseguendo lungo il lago, si vedono villaggi con case palafitte aggrappate alla collina

 

 

 

RajBana Bihar è il più grande monastero buddhista

 

 

 

 

Abbiamo appena percorso parte del Chittagong Hill Tracts che può essere visitato solo con un permesso che va richiesto allo State Office nella città di Chittagong. Il permesso sarà controllato durante i vari check point militari lungo la strada. Da notare che l’assicurazione internazionale potrebbe non rispondere in caso di problemi in questa zona: si tratta infatti di un’area con un serio rischio di violenze di matrice politica, rapimento e possibili scontri etnici. In realtà questa parte del paese è tristemente famosa per gli episodi di guerriglia tra governo e tribù locali. Davvero difficile da credere, quando, camminando in mezzo alla gente e nella bella natura ancora intonsa, sembra tutto così sereno e perfetto.

 

 


 

nei villaggi la vita è semplice, scandita da ritmi lenti

 

 

 

Ultima passeggiata a Chittagong

 

 

È ora di salutare questo paese, uno dei più complessi mai visti. Poca storia, poca cultura: teoricamente questo non è il paese che può attrarre un turista classico. In realtà, se cercate un luogo  ancora fuori dai circuiti turistici, incontaminato e dove la popolazione è ancora genuina, ebbene, credo che questo sia uno dei pochi luoghi rimasti sulla terra. Sappiate però che, se da una parte sorprende trovarsi in mezzo ad un popolo che sembra rimasto immutato dal secolo scorso, con uno stile di vita semplice, grandi sorrisi ed un’accoglienza spontanea e  rara, d’altra parte però ci sono le immense contraddizioni: la difficile sopravvivenza di una popolazione sotto la soglia di povertà, che non sa urlare la disperazione. Fino a quando? Il tasso di crescita del PIL in Bangladesh è stimato a quasi il 5.5 (contro 3.5 precedenti), ma francamente,  viaggiando nel paese per oltre due settimane, mi sembra di riscontrare il solito fenomeno dei paesi poveri: i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Ed una popolazione sempre più giovane, che continua a fare figli e figli, in un paese già ora sovrappopolato.

Auguro tutto il meglio a questo paese, perché veramente è il più “friendly “ mai conosciuto.

 

E vi saluto con una carrellata di meravigliosi ritratti fatti durante il mio viaggio. Ringrazio loro, che non si sono mai tirati indietro di fronte alla mia richiesta, di poterli immortalare nel mio diario di viaggio e che, con i loro sorrisi, mi hanno fatta innamorare del Bangladesh. Incontri straordinari, cui auguro una vita serena

 






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