Papua New Guinea – Parte 2 (Eastern Highlands)

Le Highlands Orientali si mostrano in tutta la loro bellezza. Ed i villaggi appaiono, come presepi, incastonati in quel verde dipinto di verde. Le semplici case di paglia, foglie di banano e bambù sembrano persino belle, circondate da fiori colorati, che nascono, spontanei, in questa terra rigogliosa.

 

 

Le soste fotografiche sono sempre accompagnate dai dolcissimi abitanti del luogo, che ci corrono incontro sorridenti.

 

I cacciatori con l’arco,

 

 

 

Donne (e molti uomini) indossano il bilum, la tipica borsetta che tutte le donne papuane sanno tricottare. Anche nei villaggi più sperduti, le ragazze e le donne,  hanno sempre in mano una specie di lungo ago e si avvolgono la lana intorno alle mani con rapidi gesti, prima di intrecciare meravigliose borse, spesso colorate.  Mi hanno detto che la indossano sempre perché possono raccogliere la frutta mentre camminano, ma io ho visto molti uomini tirare fuori dalla loro borsa la noce di betel.
Durante il mio viaggio riceverò in regalo 3 bilum, che conserverò preziosamente perché frutto di un lavoro certosino e di una toccante generosità. 

 

 

 

Oggi andremo a stare, per alcuni giorni, in un villaggio remoto di montagna, dove, pare, siano stati visti, in passato, solo due turisti bianchi (si, perché, che ci crediate o no, purtroppo, il colore della pelle qui fa ancora scalpore).

 

 

 

Senafanigagu (Konamo) è un paesino a duemiladuecento metri di altitudine. Non si sa quanti siano gli abitanti, ci sono tantissimi bambini, ma la maggior parte non è dichiarata.

 

 

 

 

Le donne partoriscono spesso in casa e, quindi, molti bambini non avranno una data di nascita, praticamente è come se non esistessero per la società. Anche se viene fatto un censimento ogni dieci anni, è difficile sapere quanti abitanti ci siano. In Papua le principali religioni sono di ceppo Cristiano, tra la cattolica, la chiesa angelica luterana, gli avventisti del settimo giorno, ed altro. Tutti convivono serenamente, pochi rispettano le regole, e, comunque le credenze antiche e lo sciamanesimo continuano ad essere praticate. Ecco che il capo villaggio ci conferma che ha tre mogli e nove figli (ma solo perché la terza moglie non ne ha avuti). Mi dice che è Cristiano ma non praticante. E sarà così per quasi tutte le persone  incontrate. Gli unici “coerenti” saranno gli avventisti del settimo giorno, facilmente riconoscibili perché,  tra centinaia di sorrisi, saranno i soli con i denti bianchi. Rispettosi del loro credo, non fumano, non masticano la noce di betel, non bevono alcolici, non mangiano maiale, non giocano d’azzardo e vanno in chiesa tutti i sabati: saranno il diamante, in mezzo ad una comunità di persone estremamente gentili, ma dai ritmi fiacchi e dalla dipendenza dalla droga locale. È così è la famiglia di Giorgina, una vispa signora, con trentadue denti splendenti: lavoratrice incallita, sempre in movimento, ed un’energia da vendere.

Nella sua giornata tipo, la “sveglia” è data dal levar del sole. Si prepara il fuoco, si cuoce la colazione (cassava o patate dolci), si preparano i bambini per la scuola. Eccoli, mentre escono dalla capanna con la dignitosa divisa impeccabile.

 

Poi lei parte per il lavoro nei campi. In montagna tutto avviene sugli strapiombi: La coltivazione e la raccolta dei frutti della terra. I pesanti sacchi  vengono portati sulla testa. Poi si riparte, di corsa, lungo al pendio, sempre con enormi sacchi, stavolta carichi di semi di caffè: il piccolo rivolo che scorre sottile è l’unico posto dove si possono lavare i chicchi, prima di essere riportati a casa e messi a seccare nell’aia. Ed è ora di ripartire, un’altra corsa in discesa, con il bidone vuoto, ed una risalita, con la pesante tanica piena d’acqua. Nel villaggio non c’è ne’ acqua, ne’ luce. E poi si va a raccogliere la legna, per fare  il fuoco .

 

 


Noi dormiremo in una stanza della casa del capo villaggio: un pannello solare ci permetterà di avere la corrente per qualche ora al giorno. Saranno tre giorni di immersione totale nella vita del villaggio. Un’esperienza incredibile, anche perché qui non esiste privacy, nel concetto di comunità.

Quasi sempre i matrimoni sono combinati, ed è il maschio che deve « comprare » la moglie. Se non ha abbastanza soldi (o maiali o altro), la comunità contribuisce. Questa è una scopa, ma serve anche per raccogliere i soldi di una sposa, che vanno attaccati agli steli.

 

I matrimoni possono avvenire anche dopo che la coppia ha avuto figli. Così è successo a Giorgina, che è stata portata nel villaggio dal futuro marito (si erano incontrati in un altro paese e lei si è trasferita da lui). Dopo la nascita del secondo figlio, finalmente il fidanzato ha pagato la famiglia di lei per prenderla in sposa. Jesse invece ha avuto ben tre figli da una donna di un altro paese, ma, quando la famiglia ha chiesto un sontuoso pagamento e lui non è riuscito a racimolare il necessario, ebbene, allora, la ragazza l’ha lasciato ed è tornata a vivere con i genitori, portandosi dietro i tre bambini.

Tutta la comunità si ritrova, soprattutto il fine settimana, quando si prepara il mumu e poi ci si riunisce in piccoli gruppi a giocare a carte, quelle poche kina (moneta locale) che si possiedono, ricavate dalla vendita di verdure coltivate o della noce di betel.

 


Il mumu è un’istituzione, nella cucina delle comunità papuane. Dopo aver scavato un buco nel terreno, lo si riempie con pietre roventi. Poi si copre tutto con foglie di banano. A questo punto, si mettono strati di verdure (zucca, diversi tipi di patate, tra cui le famose kaukau, mais, e altro), fagioli e carne. Si ricopre tutto con pietre roventi e foglie di banano e si lascia cuocere “a vapore”

 

 

 


Il risultato è un trionfo di sapori, data da semplici regali della natura. Sarà divertente per me e Sharon (la mia amica) partecipare alla preparazione del mumu, mentre Giancarlo andrà, con i maschi, ad una battuta di caccia, con arco e frecce…. anche se tornerà a mani vuote. Meglio così, perché non avrebbe assolutamente  voluto uccidere un opossum o un canguro degli alberi! Anche la cucina “casalinga” è interessante. Il fuoco viene fatto in mezzo alla capanna. Una verdura verde, simile a grandi foglie di basilico senza profumo, viene appoggiata su una grande foglia dal colore rossastro. Sopra viene inserita una coscia di pollo. Il tutto viene arrotolato stretto stretto, e poi infilato in una canna da zucchero vuota. Ora bisogna attendere la lenta cottura sul fuoco, facendo roteare la canna sulla brace, dopodiché la canna viene tagliata e gli involtini di pollo e verdure sono pronti, per essere degustati, con l’immancabile patata dolce.

 

 

Le donne chiacchierano

 

 

 

 

Qualcuno suona, strumenti rudimentali.

 

Il fuoco è sempre acceso.

 

Alla sera tutti intorno al fuoco, sorridenti e silenti, finché uno osa: “ci raccontate una storia?”.

I villaggi sono fieri delle loro tradizioni e dei loro costumi. Ecco che il capo villaggio si mostra con  il suo costume: il cappello/parrucca è fatto principalmente con piume di uccelli del Paradiso, oggi proibite, perché animale in pericolo di estinzione. Sul petto, due pelli di opossum, simbolo di protezione. La gonna è di pelo di cascas (animale della famiglia degli opossum), intrecciata con fili di lana. Al collo, collane fatte con orchidee selvatiche. I petali formano la collana, mentre gli steli servono come ulteriore decorazione del copricapo.

 

 

 


Ci saluta suonando il kundu, uno strumento simile al tamburo.

 

Lasciamo il villaggio, con la gente che attende il nostro passaggio, sulla strada

 

 

Ed un gruppo di “portatori”, che si caricano i nostri bagagli sulla testa e ci accompagnano lungo la ripida discesa, fino alla fermata del mezzo locale che verrà a prenderci. Scalzo, con il machete legato in testa che penzola sulla schiena, ed il mio bagaglio, Robert saltella sui sassi appuntiti come un ballerino che balla sulle punte. Ci saluteranno calorosamente, con un “we love you and already miss you”.


Sento che le nostre storie faranno parte della loro storia.

 

 


La Papua NG è un’isola estremamente ricca di cultura,  soprattutto questa parte, remota e montagnosa, lontana dalla modernità. Ogni tribù ha la propria lingua, danza, musica e decorazione del corpo. Incredibile, come usi e costumi cambino, in pochi chilometri.

Il PMV, l’autobus locale, è un’esperienzau unica. In Papua non si sa quando parte l’autobus. Davanti alla stazione, gli autobus girano in tondo, con il bigliettaio che urla il nome della destinazione. Si sale, si prende posto e si attende. Ci sono Ventisei posti a sedere, e vengono rispettati. Ma l’autobus non parte finché non è carico: si possono attendere dieci minuti, un’ora, tre ore, mezza giornata. Abbiamo attraversato le Highlands senza incontrare turisti e, anche sull’autobus, la nostra guida ha dovuto rispondere alla curiosità dei passeggeri, presentando i due italiani venuti da lontano e l’australiana, la “vicina di casa”.

E può capitare che qualcuno, seduto accanto a te, dopo aver offerto una banana, ti dica: “ ho una cosa che ti farà diventare milionaria, nel tuo paese”. E tira fuori un pacchettino, avvolto in stracci e foglie di banano. “Questo è un lingotto d’oro, l’ho trovato in miniera. Io te lo vendo a soli 2500$, e tu, quando torni a casa, diventi milionaria”.

 

 

 

Yasina è un altro villaggio, raggiungibile solo con un 4×4. Finita la strada, si lascia l’auto e si deve proseguire a piedi, su un sentiero di una ventina di minuti, che costeggia un bel fiume.

 

 

 

Anche i bambini si improvvisano portatori.

Finalmente si arriva davanti alle capanne, costruite da abili conoscitori dei materiali locali. Tutto qui è fatto con piante locali, come il meraviglioso pavimento di canne e foglie di banano intrecciate: un’opera d’arte.

Alcune donne indossano gli abiti tradizionali.

 

 

Le donne portano con loro i neonati, tutto il giorno. Lei è una di queste, e, dentro quella borsa, appoggiata sulla fronte, c’è il figlio di pochi mesi.

In giro si incrociano abitanti locali

 

La comunità si ritrova la sera, per la cena davanti al fuoco, e, dopo cena, lo stesso luogo diventerà il giaciglio per la notte. Tutti insieme, uno accanto all’altro.

Anche di giorno, spesso, il fuoco è acceso.

 

 

alcuni uomini suonano strumenti ricavati dalla canna di bambù


Molte tribù conservano ancora i riti di iniziazione, il passaggio dei bambini all’età adulta. Ognuno ha la propria tradizione. Qui, le donne, quando iniziano ad avere il ciclo, vengono rinchiuse in una capanna per alcuni mesi, il tempo di imparare ad essere buone mogli, apprendendo anche le arti della coltivazione, della cucina, e del lavoro a maglia. E poi, comunque, durante il periodo mestruale, restano segregate per qualche giorno: è un evento considerato “maligno”.   Ma l’iniziazione cruenta è riservata ai maschi. Per dar prova di coraggio e quindi dimostrare di essere veri uomini, essi vengono sottoposti ad una prova atroce: devono inserire nello stomaco una canna di bambù lunga circa cinquanta centimetri. La canna è preparata in anticipo e ben levigata affinché non abbia impurità. Questo esercizio, veramente cruento, deve far uscire fuori molto sangue, perché questo significa pulizia interiore. Le donne non possono assistere a questa iniziazione. Ci porteranno in un luogo specifico, vicino al fiume, ma in mezzo ad una vegetazione molto fitta. Ho assistito all’inserimento della canna, ma poi, francamente, non ho voluto vedere l’uscita del sangue dalla bocca.

 

Un ulteriore o meglio un’altra  prova di coraggio, consiste nel farsi lanciare sulla lingua, con un piccolo arco, una freccia. Il taglio provocherà un’altra copiosa perdita di sangue.

 

Devo confessare che, pur rispettando le tradizioni di tutti, questi sono stati i riti più orrendi e disgustosi mai visti.

A proposito di violenza, nel 2013, malgrado le proteste dell’ONU, il governo ha ristabilito la pena di morte per stupri ed omicidi, cercando di porre fine alla moltitudine di crimini e violenze (soprattutto sulle donne: la PNG è uno dei paesi dove ci sono più violenze famigliari). Oltre alle città (Port Moresby e Mount Hagen in primis), il rischio di sommosse è molto alto nelle Montagne, le Highlands, perché qui il temperamento della gente è facilmente infiammabile. I conflitti tribali scoppiano per una donna non sposata, un maiale rubato, un confine invaso. La sfiducia nel governo e nelle autorità che lo rappresentano, porta la popolazione ad applicare la legge del taglione, e quindi a farsi giustizia da soli. Il machete diventa l’arma di giustizia, spesso accompagnata dalla solidarietà del clan di appartenenza. E si parte con la serie di vendette, che coinvolgono le tribù.  Mi viene ribadito che così era anche l’epoca in cui si pratica il cannibalismo, un mero rituale di vendetta, una punizione nei confronti dei demoni maligni. I nemici, che avevano fatto del male, venivano uccisi, la loro carne divorata ed il teschio conservato per mostrare la fine del male e giustizia fatta. Il mangiare il corpo era la dimostrazione di umiliazione totale, perché trasformi il tuo nemico persino in feci. Nel 2012, ventinove persone sono state processate per cannibalismo.

Il villaggio di Yasina sorge ai bordi di un bel fiume e la presenza dell’acqua è come la manna per la comunità

 

Per ora vi lascio qui, ma nella terza parte del mio viaggio ci sarà l’incontro con gli Asaro, un gruppo di oltre 10 tribù, tra la “tranquilla” vita dei villaggi e le eccitanti performances culturali. A presto, con (tra altri) i Mud Men e gli Skeleton Men.

Un grazie agli “attori” di questo tragitto

 

 

 

 

 

 

 

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