Papua New Guinea – parte 4 (Mt Hagen Festival)

 

 

 


Il primo sing sing (festa tradizionale che comprende canti e balli) fu organizzato nel 1959,  ad agosto. L’idea era di convincere i gruppi tribali del paese, perennemente in conflitto e competizione tra di loro, a trovarsi, tutti insieme, in un incontro pacifico, e sfilare con i costumi tradizionali, i canti e le danze. Nasce così questa sorta di carnevale etnico, che si svolge annualmente in questa città ad oltre milleseicento metri di altezza, circondata da montagne verdi.
Mount Hagen è la capitale della provincia delle Highlands occidentali ed ha circa cinquantamila abitanti. La diversità delle culture dovrebbe andare oltre all’ostilità e rancore tra le tribù, in questo evento che celebra oltre sessanta  unicità (tante sono le tribù presenti). Ma non è tutto perfetto. In realtà gli odi e le inimicizie continuano: già la  sera del primo giorno del festival, la polizia sarà costretta a sparare su gruppi di astiosi e provocatori. Dal nostro hotel sentiremo spari (che inizialmente abbiamo scambiato per fuochi d’artificio). Il giorno dopo ci confermeranno il terribile verdetto: tre morti e tre feriti gravi. Quando chiedo ad un poliziotto cosa è successo mi risponde: “purtroppo gli animi focosi delle Highlands non si pacheranno mai. Troppo vicini, troppo diversi e, quindi, troppo lontani”.

Ma vediamo la parte positiva sul campo, nel festival giornaliero. I gruppi, davanti ad un pubblico inizialmente di soli turisti, posano le lance di guerra ed iniziano i passi di danza.

 

La sfida estetica e creativa inizia dopo le nove del mattino, quando vengono annunciati i primi gruppi.

Se volete ubriacarvi di colori, personaggi unici, danze e rituali, il festival di Mount Hagen è un’osservatorio eccezionale ed autentico. L’entrata “nell’arena” (che, in realtà, non è altro che un semplice campo erboso) avviene per tribù: un cartello in vecchio cartone o legno, con scritte a mano, riporta il nome della tribù ed il luogo di provenienza.

 

 

Pochi fronzoli, nessuna modernità. Il Sing Sing permette di tornare indietro nel tempo; in un mondo dove si parla di globalizzazione, la forte identità culturale di queste tribù è estremamente affascinante.

Il Sing sing è un modo per deporre le armi, ma cercare comunque di emergere, in una competizione fatta di danze e costumi, trucchi e parrucche, come un’opera teatrale.

La lunga preparazione prevede ore di trucco, con elaborate pitture corporali, seguite dalla vestizione con ornamenti identificativi: foglie, conchiglie, collane di zanne di cinghiale o cuscus (un animale della famiglia degli opossum) e semi, piume di uccelli, denti di coccodrillo ed altri animali; tutto ciò che si trova nel paese, verrà utilizzato per personalizzare il proprio costume.

Questo immenso patrimonio ci racconta storie d’altri tempi, con tradizioni ben conservate : non c’è nulla di nuovo da scoprire, se non un mondo così lontano dal nostro che pare impossibile continui ad esistere.

È difficile descrivere ogni tribù, penso che le fotografie parlino da sole.

Vi dirò solo qualche aneddoto, che ho trovato interessante. 

Ecco un bellissimo gruppo di famiglie molto selvagge, con facce e capelli coperti di cenere e fango : le donne tengono in mano un maialino, che per loro significa “denaro”. Chi possiede maiali possiede un tesoro.

 

 

 

 

 

 

 

I maiali sono merce di scambio , anche per gli uomini che devono comprare una moglie. Ecco perché le donne allattano, non solo i propri figli e quegli degli altri, ma anche i cuccioli di maialino. Quindi può capitare di vedere un bimbo attaccato ad un seno ed il maialino all’altro seno.

In alcune tribù le donne sposate hanno la gonna cucita, mentre quelle in cerca di marito, hanno la gonna aperta ai lati. Infine, le vedove hanno la gonna mezza scucita.

La popolazione della Papua, come ho già detto precedentemente, è decisamente pigra. Nelle città si vedono tantissime persone sdraiate sotto un albero (o sotto un’insegna): si trascorre la giornata non facendo nulla. In alcuni luoghi (l’ho visto in un villaggio nel “pronto soccorso” locale), le infermiere che attendono eventuali pazienti, restano sedute, fuori, all’ombra, a chiacchierare o masticare la noce di betel, senza minimamente pensare di scopare e pulire le tre dita di polvere della stanza dove saranno poi ricoverati i pazienti. E, se lo si fa notare, sgranano gli occhi, come se fosse una richiesta stupida o senza senso.

Ovunque, si percepisce l’idea generale  di vivere alla giornata, senza pensare minimamente a cosa succederà domani.

Allo stesso modo, non si considera che alcune cose potrebbero migliorare: da un racconto, mi viene detto che il governo ha cercato di aiutare alcuni villaggi, dopo che una forte moria di selvaggina aveva creato un grosso problema alla caccia (uno dei metodi di sostentamento della popolazione). Sono stati donati, ad alcuni villaggi, un toro e dieci mucche: lo scopo, logicamente, era di rendere la popolazione autosufficiente, con la nascita di vitelli ecc. Peccato che il popolo che ha ricevuto gli animali, quando ha visto che il toro era più grande delle mucche,  lo ha mangiato per primo.

Le tradizioni ancestrali restano ben arroccate nei villaggi della Papua NG, così come la religione Cristiana convive con i vari credo del passato. Ed è per questo che nel 2009 e poi nel 2013 alcune donne locali furono arse vive, dopo essere state accusate di stregoneria.

 

È ora di lasciare spazio alle fotografie, perché non servono parole per descrivere tanta bellezza.

Ecco i miei due giorni, tra l’allegria e la fierezza di un popolo unico al mondo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E poi ci sono episodi particolari. Verso la fine del festival, una marea di persone del luogo,  si stava riversando sul campo. In un attimo di paura (ad un amico di un amico era stato rubato lo zaino il giorno prima proprio in quel luogo) vedo passare un’auto della polizia. La fermo e chiedo se ci scortano fino all’hotel. Ed eccoci, accovacciati nell’auto “blindata” ben protetti da quattro poliziotti.

 


Torno a Port Moresby, per riprendere l’aereo per la mia prossima destinazione e, non volendo stare in città, perché  ci sono regolarmente scontri violenti a matrice politica e tribale, (il tasso di criminalità è uno dei più elevati al mondo, e poi non mi sembra una città particolarmente interessante) vado  in periferia, non lontano dall’aeroporto. Sarà un’ottima scelta, che mi porterà ad addentrarmi in una parco, con degli incontri straordinari: un uccello del paradiso, meraviglioso, ma difficile da fotografare. Poi una splendida rana, dal lucido colore intenso, ed alcuni altri uccelli del paese.  Sarà la perfetta chiusura di un viaggio di immersione totale nella natura e nella cultura in un presente dal sapore lontano.

 

 

 

Vivere con le comunità rurali e visitare i villaggi di questa terra che è ancora arcaica, è stato come fare un tuffo in una dimensione autentica che va oltre la storia, un’esperienza che, malgrado la complessità ed il grande spirito di adattamento,  messo a dura prova, consiglio a tutti, perché talmente lontano dalla realtà (a volte anche dall’immaginazione ), che lascia un segno indelebile e ti catapulta in un mondo vero ma che appartiene ancora alla primitività ed al mito, con da cornice quella natura incontaminata del libro delle favole. Se, da una parte, penso che la modernità dovrebbe aprirsi a queste remote comunità di montagna, dall’altra, spero che la contaminazione non uccida quel tesoro di cultura ancestrale che rende così unico ed interessante questo paese, ma soprattutto la genuinità e dolcezza di un popolo che ci accolti come degli eroi…non saprei dire di quale secolo.

 

 

 

 

 

 

2 risposte

  1. Sembra incredibile che ci siano ancora popoli così pittorescamente primitivi !
    Che posto pazzesco ! Buona continuazione di viaggio !

    1. Hai ragione, è il paese più primitivo che abbia mai visitato. È stato molto interessante scoprire questa parte di mondo remoto. Un caro saluto

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