Il primo suono è quello dei tamburi. Poi arrivano le trombe, il galoppo dei cavalli, il fruscio di migliaia di deel colorati, i meravigliosi abiti tradizionali, che ondeggiano sugli spalti. Quando il sole del mattino illumina lo Stadio Nazionale di Ulaanbaatar, sembra che l’intera Mongolia abbia deciso di ritrovarsi qui.
Per tre giorni il Paese si ferma.
Il Naadam non è soltanto il più importante evento dell’anno: è il momento in cui una nazione nomade celebra sé stessa, ricordando un passato che continua a vivere nel presente. È la festa dell’orgoglio mongolo, della memoria, dell’identità. Qui ogni gesto, ogni costume e ogni competizione raccontano una storia che attraversa i secoli.
Conosciuto come Eriin Gurvan Naadam, “I tre giochi virili”, il festival affonda le proprie radici nell’epoca di Gengis Khan. Allora la lotta, il tiro con l’arco e l’equitazione non erano sport, ma competenze indispensabili per sopravvivere nelle immense steppe dell’Asia centrale e costruire quello che sarebbe diventato il più vasto impero contiguo della storia. Oggi quelle stesse discipline sono diventate il simbolo dell’anima della Mongolia.
Dall’11 al 13 luglio, migliaia di persone raggiungono la capitale da ogni angolo del Paese. Alcuni hanno viaggiato per giorni dalle province più remote, lasciando le loro ger, le dimore circolari in feltro e legno, disseminate nella sconfinata steppa. Le famiglie indossano gli abiti più eleganti,
i bambini stringono piccole bandiere, gli anziani osservano con orgoglio una tradizione che hanno visto ripetersi per tutta la vita. Nell’aria si diffondono il profumo dei buuz (piccoli scrigni di pasta ripieni, appena cotti), il fumo delle griglie e le melodie profonde del canto tradizionale.
Poi lo spettacolo ha inizio.
La cerimonia inaugurale è un affresco vivente della storia mongola. Centinaia di ballerini, musicisti e cavalieri trasformano lo stadio in un’immensa scenografia a cielo aperto. I costumi scintillano sotto il sole, le bandiere si alzano nel vento e le coreografie raccontano la vita delle antiche tribù nomadi, l’ascesa di Gengis Khan e la nascita della Mongolia moderna. Per qualche ora il tempo sembra dissolversi.
L’apertura del Naadam 2026, intitolata “Mongolia in Harmony”, ha raccontato l’identità del Paese come un ponte tra passato e futuro. Attraverso musica, danza, cavalli e spettacolari coreografie, la cerimonia ha celebrato l’unità del popolo mongolo, il profondo legame con la natura e la steppa, l’eredità di Gengis Khan e le tradizioni nomadi che ancora oggi rappresentano il cuore della nazione.
La lotta mongola è il cuore del Naadam. Non esistono categorie di peso né limiti d’età: ogni sfida è un confronto di forza, tecnica e intelligenza. I lottatori indossano il tradizionale zodog, il giacchino aperto sul petto, gli shuudag, pantaloncini aderenti , e gli stivali di cuoio dalla punta rialzata. L’obiettivo è semplice: costringere l’avversario a toccare il terreno con qualsiasi parte del corpo diversa dai piedi. Prima e dopo ogni incontro aprono lentamente le braccia, imitano il volo dell’aquila e compiono un’antica danza rituale che celebra coraggio, libertà e potenza. Il pubblico segue ogni incontro trattenendo il respiro, perché conquistare il titolo significa entrare nella leggenda.
Poco distante, il silenzio accompagna il tiro con l’arco. Uomini e donne gareggiano fianco a fianco utilizzando archi tradizionali costruiti con legno, corno e tendini. I bersagli, minuscoli all’orizzonte, sembrano quasi irraggiungibili. Ogni freccia scoccata attraversa l’aria con un sibilo appena percettibile.
L’arco tradizionale mongolo, compatto ma estremamente potente, richiede forza, precisione e una perfetta concentrazione. A differenza del tiro con l’arco olimpico, qui il bersaglio è costituito da piccoli cilindri intrecciati di cuoio, chiamati sur, disposti a terra a oltre sessanta metri di distanza. Quando una freccia colpisce il bersaglio, i giudici, anch’essi vestiti con gli abiti tradizionali, alzano le braccia ed esultano con un caratteristico richiamo, trasformando ogni centro in un momento di festa condivisa.
Silenziose, fiere, concentrate. Le donne arcere del Naadam incarnano l’anima più autentica della Mongolia. Avvolte nei loro splendidi deel dai colori vivaci, tendono l’arco con la stessa eleganza e determinazione delle guerriere delle grandi steppe. Ogni freccia che vola verso il bersaglio non è solo una prova di abilità. Ogni gesto è misurato, ogni movimento è il frutto di anni di allenamento e di una disciplina tramandata di generazione in generazione.
E poi, sorridenti, posano quando chiedo loro una foto. Stupende!
Lo Shagai Harvaa, conosciuto come knucklebone shooting o “tiro agli ossicini”, è una delle discipline tradizionali del Naadam. Meno celebre della lotta, del tiro con l’arco e delle corse dei cavalli, è forse la competizione che meglio racconta le radici pastorali del popolo mongolo. Qui non si impugnano armi né si cavalcano destrieri: protagonisti sono gli shagai, i piccoli ossicini della caviglia delle pecore, utilizzati da secoli come gioco, simbolo di fortuna e oggetto rituale.
Il sole di luglio cerca di farsi spazio tra le nuvole che scorrono sulla steppa, mentre il vento attraversa le tende bianche del Naadam portando con sé il profumo dell’erba, il suono lontano dei tamburi e il brusio della folla. Intorno allo stadio di Ulaanbaatar si susseguono le competizioni più spettacolari, ma basta allontanarsi di pochi passi perché il ritmo cambi completamente.
In un’area più raccolta, quasi nascosta, uomini, donne e bambini siedono uno accanto all’altro davanti a lunghi tavoli di legno lucido. Qui il tempo sembra rallentare. Si gioca allo Shagai Harvaa, una disciplina fatta di precisione assoluta, concentrazione e pazienza, dove il silenzio vale quanto la forza.
Davanti ai concorrenti sono allineati decine di piccoli ossicini bianchi. Con un rapido movimento del dito medio sostenuto dal pollice, i giocatori fanno scattare un piccolo tassello di legno o di corno che scivola lungo il tavolo con sorprendente velocità. L’obiettivo è colpire la fila degli shagai e farne cadere il maggior numero possibile oltre il bordo. Il gesto dura una frazione di secondo, ma dietro quel movimento apparentemente semplice si nascondono anni di esperienza, controllo e sensibilità.
Per un popolo che da secoli vive in simbiosi con gli animali della steppa, anche un piccolo osso racchiude un universo di significati. Gli shagai non sono soltanto strumenti di gioco: accompagnano l’infanzia dei bambini, vengono utilizzati per la divinazione, rappresentano prosperità e fortuna e ricordano il legame profondo tra l’uomo e gli animali da cui dipendeva la sua sopravvivenza.
Ogni tiro è preceduto da uno sguardo concentrato.
Poi arriva il rumore secco dell’impatto. Per un istante nessuno parla. Quando il bersaglio viene colpito, il silenzio si rompe con un canto tradizionale intonato dai compagni di squadra. Non è una semplice esultanza: è una melodia antica che accompagna il gesto riuscito, trasformando la competizione in un rito condiviso.
Osservando la gara, ci si accorge che il vero spettacolo non è soltanto la precisione del tiro, ma ciò che avviene intorno al tavolo. Gli anziani seguono ogni movimento con occhi esperti, correggono la posizione delle mani dei più giovani, raccontano episodi del passato e trasmettono una tradizione che non si impara sui libri. È così che lo Shagai Harvaa continua a vivere: attraverso l’osservazione, la pazienza e il dialogo tra generazioni.
Mentre all’esterno riecheggiano il fragore della lotta, il sibilo delle frecce e il galoppo dei cavalli, qui si scopre un’altra Mongolia. Più silenziosa, più intima, ma non meno autentica. Una Mongolia che custodisce la propria identità nei gesti quotidiani e nei giochi tramandati da secoli.
Forse è proprio davanti a questi piccoli ossicini levigati dal tempo che si comprende davvero il significato del Naadam. Non è soltanto la celebrazione delle grandi imprese, ma anche delle tradizioni più umili, di quei gesti che continuano a unire passato e presente sotto l’immenso cielo della steppa, dove perfino un semplice osso riesce ancora a raccontare la storia di un intero popolo.
Ma è lontano dallo stadio che il Naadam rivela il suo volto più autentico.
Nelle pianure sterminate attorno a Ulaanbaatar, la linea dell’orizzonte sembra dissolversi nel cielo. Qui non ci sono tribune né piste artificiali. Le corse dei cavalli si svolgono nella steppa, dove il vento è l’unico confine. I percorsi possono superare i trenta chilometri e i fantini sono bambini tra i sei e i tredici anni, scelti per il loro peso leggero. Prima della partenza, i cavalli vengono accarezzati, benedetti e decorati con nastri colorati. Poi, all’improvviso, migliaia di zoccoli sollevano una gigantesca nube di polvere che si perde nella prateria.
Per lunghi minuti resta soltanto il silenzio.
Gli spettatori scrutano l’orizzonte aspettando un piccolo punto scuro che lentamente prende forma. Quando i primi cavalieri riappaiono al galoppo, il pubblico esplode in un boato. Non stanno semplicemente assistendo a una corsa. Stanno celebrando un legame antico di millenni tra il popolo mongolo e il cavallo, compagno inseparabile di viaggio, di guerra e di sopravvivenza.
È allora che si comprende davvero il significato del Naadam.
Non è un festival costruito per i turisti. È una tradizione vissuta con autentico orgoglio da un popolo che, pur entrando nella modernità, continua a riconoscersi nella vastità della steppa, nel ritmo del galoppo e nella libertà che da sempre definisce la sua identità. Per chi vi assiste, il Naadam non è soltanto uno spettacolo: è un viaggio nel cuore della Mongolia, dove passato e presente continuano a correre fianco a fianco.
Ma il Naadam va ben oltre le competizioni. Basta allontanarsi di qualche centinaio di metri dallo stadio perché il festival cambi volto. Qui non contano più le vittorie o le medaglie: conta l’incontro.
Sotto il cielo immenso della Mongolia, le famiglie si riuniscono all’ombra delle ger, le tradizionali abitazioni circolari dei nomadi. Le porte restano aperte e l’ospitalità, da sempre uno dei valori più profondi della cultura mongola, si manifesta con naturalezza.
Un visitatore viene invitato a sedersi, gli viene offerta una ciotola di tè salato con latte e, subito dopo, formaggi essiccati, yogurt fermentato, airag (il celebre latte di giumenta fermentato ) e piatti fumanti di buuz, i ravioli ripieni di carne che accompagnano ogni grande festa.
Condividere il cibo significa condividere la vita, e per qualche istante lo straniero smette di essere un ospite per diventare parte della comunità.
Intorno, i bambini corrono con piccoli archi di legno, gli anziani osservano le gare commentando ogni dettaglio, mentre gruppi di amici brindano e cantano. Il festival diventa un’immensa riunione di famiglia, dove la distanza tra città e campagna, tra generazioni e persino tra mongoli e viaggiatori sembra dissolversi. Un mongolo mostra con orgoglio la sua aquila
Quando il sole inizia a scendere verso l’orizzonte, la steppa cambia colore. Il verde intenso lascia spazio alle sfumature dorate e il vento trasporta il suono malinconico del morin khuur, il tradizionale violino dalla testa di cavallo, le cui note sembrano fondersi con l’immensità del paesaggio. È una musica che racconta il galoppo dei cavalli, il silenzio delle pianure e la nostalgia di un popolo che per secoli ha vissuto seguendo il ritmo delle stagioni.
Ed è proprio allora che il Naadam rivela il suo significato più profondo.
Non celebra soltanto le imprese degli atleti o il ricordo di un glorioso passato. Celebra un modo di vivere che resiste al tempo. Mentre Ulaanbaatar cresce con grattacieli, centri commerciali e traffico sempre più intenso, milioni di mongoli continuano a riconoscersi nei valori della vita nomade: il rispetto per la natura, il rapporto indissolubile con il cavallo, il senso della comunità e una libertà che nasce dall’orizzonte sconfinato della steppa.
Per chi arriva da lontano, il Naadam è molto più di uno spettacolo folkloristico. È una finestra aperta sull’anima della Mongolia. È il momento in cui il passato non viene ricostruito per essere mostrato ai visitatori, ma continua semplicemente a essere vissuto.
Quando le ultime note del morin khuur si perdono nel vento e la folla lentamente lascia lo stadio, rimane la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro: non una rievocazione storica, ma la testimonianza autentica di una civiltà che ha saputo attraversare i secoli senza smarrire la propria identità.
Per comprendere davvero la Mongolia non basta attraversarne le steppe o dormire in una ger. Bisogna vivere il Naadam, ascoltare il rombo degli zoccoli nella prateria, respirare il profumo dell’erba dopo la pioggia e lasciarsi coinvolgere dall’orgoglio silenzioso di un popolo che continua a custodire, con straordinaria dignità, la propria storia.
Il Naadam è stato solo l’inizio. Dopo tre giorni di colori, tradizioni e celebrazioni, è arrivato il momento di lasciare Ulaanbaatar e inoltrarmi nella Mongolia più autentica. Mi aspettano tre settimane tra le infinite steppe, dove le strade si trasformano in piste, gli orizzonti sembrano non finire mai e il tempo scorre al ritmo della natura. Dormirò nelle ger dei nomadi, attraverserò vallate, montagne e deserti, incontrerò famiglie che custodiscono uno stile di vita rimasto quasi immutato nei secoli. È questo il viaggio che sognavo: non solo visitare la Mongolia, ma viverla, chilometro dopo chilometro.







































































3 risposte
Bellissime foto.
Grazie mille! In un luogo dove tutto è così fotogenico, scattare belle foto diventa davvero facile!
Aiuta ma ci vuole pure occhio.
👋