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Indonesia 🇮🇩 Sulawesi P. 4 – isole Banggai

 

Lasciamo Luwuk quando la mattina è ancora giovane. Al porto, il ferry è già in movimento: davanti a noi ci sono tre ore e mezza di navigazione verso Salakan, porta d’accesso a uno degli arcipelaghi più remoti e affascinanti dell’Indonesia.

Il mare è calmo e il ferry procede lentamente, lasciandosi alle spalle la costa di Sulawesi.

 


Poco alla volta la terraferma scompare e l’orizzonte si riempie di isole verdi, montagne coperte di foresta e piccole imbarcazioni che sembrano sospese sull’acqua.

 

Le Banggai sono ancora un luogo appartato. Qui il turismo internazionale inizia ad arrivare ora e la vita continua secondo ritmi antichi, scanditi dal mare, dalla pesca e dai villaggi affacciati sulle coste.

Dopo ore di navigazione compare finalmente Salakan. Non è la nostra destinazione finale, ma l’inizio di un nuovo capitolo del viaggio. Da qui attraverseremo l’isola di Peleng, tra strade che si insinuano nella vegetazione tropicale e villaggi dove il tempo sembra scorrere più lentamente.

La prima meta è Paisu Pok Lake, uno dei luoghi più straordinari delle Banggai.

Nascosto nella foresta di Peleng, il lago appare quasi irreale: acque dolci, trasparentissime, dalle incredibili sfumature turchesi, circondate da una vegetazione fitta e silenziosa. Un piccolo ecosistema appartato, dove il confine tra acqua e foresta sembra dissolversi, un lago d’acqua dolce, così limpido da sembrare una gigantesca lastra di vetro, sospesa tra il verde e il blu.

 

Ma Paisu Pok non è soltanto un lago spettacolare. È la sensazione di aver raggiunto un luogo ancora preservato, lontano dalle grandi rotte turistiche; un angolo dell’Indonesia dove la natura domina ancora il paesaggio e l’uomo ne è soltanto un ospite.

 

Il viaggio nelle Banggai continua: dopo il lago ci aspettano spiagge deserte, isolette, villaggi sul mare e acque dalle mille sfumature di blu.

A Kawalu Bay la strada raggiunge una baia appartata, dove la foresta tropicale scende verso il mare e l’acqua assume tonalità profonde e trasparenti. È un paesaggio primordiale, quasi intatto.

 

Poi arriviamo a Poganda Beach, dove la scena si apre improvvisamente: una spiaggia chiara, il mare turchese e una vegetazione rigogliosa che incornicia la costa. Non ci sono folle, né grandi strutture turistiche. Solo il rumore delle onde e l’infinita gamma di blu del mare delle Banggai.

 

Con una breve passeggiata raggiungo il villaggio, tra i pescatori e il profumo del cocco messo a essiccare al sole.


 

 

Per tre giorni il mio indirizzo è un semplice bungalow sulla spiaggia. Apro la porta e davanti a me c’è il mare: niente traffico, niente rumori, solo il fruscio delle onde che arrivano sulla battigia. È una di quelle sistemazioni semplici che non hanno bisogno di lusso, perché il vero privilegio è essere qui.

 

Le giornate scorrono tra un bagno nell’acqua trasparente, qualche passeggiata sulla spiaggia e lunghe ore trascorse semplicemente a guardare il mare.

 

 

 

 

Al tramonto il paesaggio cambia colore e la luce dorata avvolge la costa, mentre il villaggio lentamente si spegne.

 

E la notte non si può non pensare all’ultimo verso dell’inferno di Dante Alighieri

«E quindi uscimmo a riveder le stelle.»

 

 

Poganda non è un luogo da visitare di corsa. È un luogo in cui fermarsi. Tre giorni per dimenticare l’orologio, ascoltare il silenzio e lasciarsi conquistare dalla bellezza ancora intatta delle Banggai.

E forse è proprio questo il lusso più grande: avere davanti un mare meraviglioso e non avere assolutamente nulla da fare.

 

 

Si riprende la strada verso Salakan, ma prima di imbarcarci ancora una volta, in questo caso per un’altra isola, con le spiagge più belle, ci concediamo qualche deviazione lungo la costa. Sono spiagge selvagge, quasi fuori dal mondo, dove la natura sembra essersi presa tutto lo spazio per sé.

Tra queste c’è Kautu, un piccolo angolo dove non c’è nessuno : acqua limpida, sabbia chiara, vegetazione rigogliosa e quel silenzio che ormai è diventato il vero lusso di questo viaggio. Qui la bellezza non ha bisogno di essere cercata: basta fermarsi, guardare il mare e lasciarsi sorprendere.

 

 

al largo di Salakan, a Pantai Teduang,  c’è un’altra  spiaggia speciale.  Conosciuta anche come Pantai Cinta, la “Spiaggia dell’Amore”, deve il suo nome a una particolarità sorprendente: osservando il mare dall’alto, sul fondale appare un grande cuore, accompagnato da una forma che ricorda un fiore, creati disponendo pietre sul fondo del mare.

 

Da Salakan riprendiamo la strada verso il mare, direzione Bontolan. Lasciamo alle spalle la terraferma e ci addentriamo sempre più nel labirinto di isole, canali e baie delle Banggai. 

La mia prossima casa sarà uno dei due bungalow costruiti sull’acqua, dove resterò per tre notti. Non ci sono alberghi, né folle di turisti. Solo il mare sotto i piedi, il rumore delle onde e una natura che sembra ancora appartenere interamente a se stessa.

 

Bontolan non è soltanto un luogo dove fermarsi: è la base per esplorare questo universo insulare. Appena fuori dal bungalow, il mare diventa una finestra sul mondo sommerso. Bastano maschera e pinne per incontrare uno degli abitanti più straordinari di queste acque: il pesce cardinale delle Banggai, una piccola specie endemica di questo arcipelago. Vive qui e soltanto qui, tra i coralli e le praterie marine, riconoscibile per le sue bande scure e le lunghe pinne che sembrano muoversi al ritmo della corrente.

È un pesce minuscolo, ma racconta una storia enorme: quella di un ecosistema isolato per milioni di anni, dove l’evoluzione ha seguito strade proprie. Nuotare pochi metri dal nostro bungalow e trovarsi davanti a questi piccoli pesci significa, in qualche modo, entrare in un mondo che non esiste altrove.

Ma Bontolan è soltanto l’inizio della scoperta. 

La prima destinazione, a circa quindici minuti di barca,  è Long Beach, una lunga distesa di sabbia chiara davanti a un mare dalle tonalità impossibili. Qui la costa sembra non finire mai e l’unico rumore è quello dell’acqua che arriva lentamente sulla battigia.

 

Poi c’è Oyama Beach. È una di quelle spiagge che sembrano costruite per un film: sabbia candida, acqua trasparente, palme e una vegetazione che arriva quasi fino al mare. Eppure non c’è nessuna folla, nessuna fila di ombrelloni, nessun resort. Solo noi e un paesaggio che, in altri luoghi del mondo, sarebbe già diventato una destinazione internazionale.

 

 

Una escursione  interessante non è verso una spiaggia.  È verso un villaggio abitato dai Bajau, i cosiddetti “nomadi del mare”. Per generazioni queste comunità hanno vissuto in strettissimo rapporto con l’oceano, spostandosi tra le isole e costruendo le proprie case direttamente sull’acqua. Sono pescatori, navigatori e conoscitori del mare come pochi altri popoli al mondo.  Arrivando al villaggio, la prospettiva cambia. Le Banggai non sono più soltanto un paradiso di spiagge bianche e acqua turchese: diventano un territorio abitato da persone che dal mare dipendono per tutto. Le case si affacciano sull’acqua, le barche sono parte della vita quotidiana e i bambini crescono imparando a leggere correnti, vento e maree prima ancora delle strade.


 

 

 

Quando nascono vengono gettati subito in mare, perché il mare è come il seno materno. I Bajau sono spesso chiamati “nomadi del mare”, e non è soltanto un modo poetico per descriverli. Per generazioni hanno costruito la propria vita sull’oceano, pescando in apnea e immergendosi a grandi profondità con una naturalezza che lascia increduli.  Ma dietro le loro straordinarie capacità c’è qualcosa di ancora più sorprendente: il loro corpo sembra essersi adattato alla vita sott’acqua.  Uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica Cell, ha scoperto che i Bajau hanno, in media, una milza molto più grande rispetto a popolazioni vicine che non praticano abitualmente le immersioni. In uno dei confronti effettuati dai ricercatori, la differenza era di circa il 50 per cento.   La ragione è affascinante. Quando una persona trattiene il respiro e si immerge, il corpo entra nel cosiddetto riflesso d’immersione: il battito cardiaco rallenta, il flusso sanguigno viene concentrato verso gli organi vitali e la milza si contrae, liberando nel sangue una riserva di globuli rossi ricchi di ossigeno.

Una milza più grande significa, quindi, un serbatoio maggiore di ossigeno disponibile durante l’apnea.

Ancora più sorprendente è che la ricerca ha individuato nei Bajau varianti genetiche associate a questa caratteristica, suggerendo che non si tratti semplicemente dell’effetto dell’allenamento, ma di un vero adattamento biologico favorito dalla selezione naturale nel corso di molte generazioni.

E così, osservando un Bajau che scompare sotto la superficie del mare, ci si rende conto che non stiamo soltanto guardando un pescatore straordinariamente esperto. Stiamo osservando il risultato di un rapporto millenario tra l’uomo e l’oceano: un corpo che, lentamente, ha imparato a vivere secondo le regole del mare.

Di ritorno a Salakan, abbiamo ancora tempo di esplorare alcune spiagge lungo la costa.

Ad un’ora dalla cittadina appare una bella, ampia spiaggia. Mandel Beach, una distesa di acqua turchese, sabbia chiara e vegetazione tropicale. Nessun resort, nessuna folla, nessun ombrellone: soltanto alcune  abitazioni locale di pescatori. e una natura ancora incredibilmente autentica.

La prima foto è stata fatta con il drone dal mio autista / guida

 

 


 

 

 

E poi un’altra piccola baia, con una spiaggia “senza nome”, così mi dice Chris, il mio autista e guida, che consiglio a chi vuole esplorare questi luoghi. 

 

Niente attrazioni da spuntare sulla lista, nessun programma serrato. Solo una spiaggia, il mare davanti agli occhi e quella meravigliosa sensazione di essere lontani dal resto del mondo.

In un’epoca in cui anche gli angoli più remoti del pianeta vengono rapidamente scoperti, fotografati e trasformati in nuove destinazioni turistiche, trovare ancora luoghi così è quasi un privilegio.

E penso che sia proprio questo il vero lusso del viaggio: non necessariamente dormire in un hotel a cinque stelle, ma poter arrivare davanti a un mare meraviglioso e non vedere nessuno.

Qui, per qualche ora, Sulawesi ci regala esattamente questo.

E poi arriva il momento di partire.
Dopo aver  attraversato una delle regioni più affascinanti e meno conosciute dell’Indonesia, il mio viaggio in Sulawesi si conclude alle Isole Banggai, tra mare cristallino, piccole isole, villaggi di pescatori e spiagge ancora lontane dal turismo di massa.

Sono partita da Makassar e, chilometro dopo chilometro, ho attraversato mondi completamente diversi: la cultura e le tradizioni dei Toraja, i loro villaggi e gli antichi rituali legati alla morte, le montagne e le risaie, fino ad arrivare al mare delle Banggai.

Ed è proprio qui che ho trovato il finale che cercavo: qualche giorno di lentezza, acqua trasparente, barche che scivolano sul mare e luoghi nei quali è ancora possibile sentirsi davvero lontani da tutto.

In queste settimane ho capito ancora una volta perché amo viaggiare.  Non è soltanto per vedere posti nuovi.

È per lasciarmi sorprendere, per  arrivare in un luogo del quale, prima della partenza, conoscevo appena il nome e scoprire che dentro quel nome esiste un mondo intero. Per incontrare culture diverse dalla mia senza cercare necessariamente di interpretarle secondo i nostri parametri. Per osservare, ascoltare, fare domande e, qualche volta, semplicemente stare in silenzio.

Sulawesi mi ha regalato tutto questo.

Mi ha regalato la forza e la spiritualità della cultura Toraja, i villaggi tradizionali, i mercati dei bufali, le cerimonie, le tombe scavate nella roccia e negli alberi. Mi ha portato lungo strade tortuose e panorami spettacolari, attraverso villaggi dove il turismo internazionale sembra ancora una presenza lontana.

E poi mi ha condotto verso il mare, fino alle Banggai.

È stato un viaggio fatto di contrasti: montagne e oceano, tradizioni antichissime e vita quotidiana, villaggi animati e spiagge completamente deserte. Un viaggio nel quale, spesso, la destinazione contava meno della strada necessaria per raggiungerla.

Forse è proprio questo il ricordo più forte che porterò con me.

La sensazione di essere stata, almeno per qualche giorno, in un luogo ancora capace di sorprendere.

In un mondo dove sembra ormai difficile trovare angoli sconosciuti, Sulawesi mi ha ricordato che esistono ancora territori che non hanno bisogno di grandi infrastrutture turistiche per essere straordinari. Luoghi nei quali la bellezza non è stata ancora trasformata completamente in prodotto turistico.

E proprio per questo bisogna imparare a visitarli con rispetto.

Le Banggai sono fragili. Lo sono le loro spiagge, i loro fondali, le loro foreste e soprattutto gli equilibri delle comunità che vivono su queste isole. Durante il viaggio ho visto anche il rovescio della medaglia: la plastica sulle coste, i rifiuti trascinati dal mare, la difficoltà di conciliare sviluppo e tutela dell’ambiente.

È una contraddizione che accompagna molti dei luoghi più belli del nostro pianeta.

Da una parte desideriamo scoprirli, dall’altra il nostro stesso modo di viaggiare può contribuire a cambiarli.

Per questo spero che Sulawesi possa continuare a crescere senza perdere ciò che oggi la rende così speciale: la sua autenticità.

Vorrei tornare un giorno e ritrovare quelle stesse acque trasparenti, quelle piccole barche, quei villaggi, quei sorrisi.

Ma per ora è tempo di andare.

Un ultimo sguardo al mare.

Un’ultima passeggiata sulla spiaggia.

Un’ultima volta a respirare quell’aria calda e salmastra delle isole.

Poi le valigie, l’aeroporto, un nuovo volo e un’altra destinazione.

Perché viaggiare significa anche questo: imparare a lasciare.

 

 

 

 

 

 

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Lauretta Trinchero

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