Ci sono città che si lasciano attraversare e altre che si lasciano osservare. E poi c’è Chongqing, una città che sembra non avere un piano terra.
Qui si sale, si scende, si attraversano ponti, si imboccano scale che diventano vicoli e vicoli che, all’improvviso, si affacciano sul vuoto. Una strada può iniziare davanti a te e continuare molti metri più in basso. Una porta apparentemente al piano terra può aprirsi, dall’altro lato dell’edificio, su un livello completamente diverso della città .
A Chongqing la geografia non fa da sfondo. È lei a progettare la città .
Nel sud-ovest della Cina, nella parte superiore del bacino dello Yangtze, il vastissimo territorio municipale si estende per circa 82.400 chilometri quadrati, quasi quanto l’Austria. Il cuore urbano, però, è concentrato attorno alla confluenza di due grandi fiumi: lo Yangtze e il Jialing.
È dall’acqua che bisogna cominciare a capire Chongqing.  Lo Yangtze, il grande fiume cinese, arriva da ovest. Il Jialing scende da nord e si unisce a lui proprio qui, nel cuore della metropoli. Attorno a questa confluenza, colline, gole e corsi d’acqua hanno lasciato poco spazio a una città costruita secondo la geometria tradizionale.  Il risultato è una metropoli tridimensionale, abitata da oltre 32 milioni di persone nel territorio municipale.  Qui un indirizzo non è completo senza la quota.
La prima parola che viene in mente guardandola è vertigine.  I grattacieli non sembrano semplicemente occupare lo spazio: lo inseguono. Si arrampicano sui pendii, riempiono le vallate, emergono dalla nebbia. Ponti e passerelle collegano livelli diversi della città , mentre le colline nascondono e poi restituiscono improvvisamente nuovi quartieri.
Al tramonto, la scena cambia ancora: il cemento si scalda di luce, le finestre diventano migliaia di punti luminosi e i ponti attraversano i fiumi come grandi linee sospese.
Quando arriva la notte, la città sembra perdere la superficie. Resta soltanto la profondità .
una città verticale che continua a salire e scendere anche quando tutto il resto dorme.
Forse nessun mezzo di trasporto racconta meglio questa città della sua metropolitana. A Chongqing la rete ferroviaria non serve soltanto a spostarsi: è una risposta concreta alla topografia. E in alcuni punti diventa quasi un’attrazione architettonica.
A Liziba, la Linea 2 attraversa letteralmente un edificio residenziale-commerciale. Il treno entra nel palazzo, passa attraverso i suoi piani intermedi e poi riemerge dall’altra parte. La stazione occupa il sesto e il settimo piano dell’edificio, completato nel 2004.  Da lontano sembra una scena costruita per un film: un convoglio che scompare dentro un condominio.  Ma qui non c’è nulla di fantascientifico, è semplicemente ingegneria.  Intorno al treno continua la vita quotidiana.   La scena è diventata una delle immagini simbolo della città : il convoglio che entra nella montagna urbana, mentre intorno scorrono automobili, palazzi, ponti e vita quotidiana.
È difficile immaginare una metafora più perfetta.
La stessa sensazione ritorna sugli skywalk, sulle passerelle e sui ponti sospesi tra gli edifici.  Una passeggiata può cominciare accanto a un negozio e, pochi minuti dopo, trasformarsi in un affaccio sul vuoto.  Sotto, molto più in basso, scorrono automobili e autobus. Di fronte, altri edifici salgono lungo la collina. In lontananza, il paesaggio si apre verso i fiumi e le montagne.  Uno degli esempi più spettacolari è una passerella sopraelevata lunga oltre quattrocento metri, sospesa tra edifici e strutture urbane.  Camminandoci sopra, la prospettiva cambia continuamente.
A volte guardi verso il basso e vedi strade e tetti. Poco dopo ti ritrovi alla stessa altezza delle finestre di un grattacielo. Non sai più se stai camminando su una strada, su un ponte o sul tetto della città .  È questa la particolarità di Chongqing: i confini tra strada, edificio e paesaggio diventano sfocati.
E poi c’è il trucco del ventiduesimo piano. A Kuixinglou penso inizialmente di essere arrivata in una normale piazza cittadina con persone che camminano, negozi, traffico e rumore. Poi attraverso una passerella e qualcosa non torna, dall’altra parte mi accorgo di essere entrata al ventiduesimo piano di un edificio.
Sotto di me, molto più in basso, c’è la città .  Resto qualche secondo a cercare di capire la geometria del luogo: da una parte sembra di essere a livello della strada; dall’altra sono sospesa a decine di metri d’altezza. Non è un’illusione ottica, e’ semplicemente il modo in cui Chongqing è costruita.  Qui l’altitudine è diventata parte dell’indirizzo, un abitante può uscire dalla porta di casa e trovarsi, a seconda del lato dell’edificio, a un livello completamente diverso della metropoli.  A Chongqing anche Google Maps, probabilmente, ha bisogno di fermarsi un momento a riflettere.
Poi ci sono i parchi. Ma anche qui bisogna dimenticare l’immagine tradizionale di un parco come uno spazio verde, pianeggiante e ordinato. A Chongqing il verde si arrampica. A Eling Park la metropoli si apre improvvisamente sotto gli occhi. I sentieri attraversano terrazze, pendii e passerelle; piccoli laghetti, ponti di pietra e antiche costruzioni immerse nella vegetazione creano, per qualche momento, una città completamente diversa. Sotto gli alberi continua il traffico della metropoli con strade, palazzi, ponti e fiumi.  Qui sopra, invece, il rumore si attenua.  E Chongqing, per un momento, sembra lontanissima dalla sua immagine di capitale verticale e futuristica.
È anche il luogo dove incontro una scena molto contemporanea. Giovani donne, impeccabilmente truccate, indossano abiti elaborati e costumi da scena. Posano davanti agli amici o ai fotografi. Cambiano postura, sistemano una ciocca di capelli, inclinano appena il volto.  Ogni angolo diventa un set: un padiglione, un ponte sul laghetto, un ramo di salice sull’acqua.
Il paesaggio tradizionale diventa lo sfondo di fotografie pensate per il presente, e per essere condivise.
Sarebbe però un errore ricordare Chongqing soltanto per i suoi grattacieli perché, tra le torri, esiste un’altra città , più lenta, più ruvida, più quotidiana.  È quella dei vicoli, delle botteghe, delle bancarelle, dei panni stesi, dei piccoli ristoranti e delle interminabili scale che seguono i pendii.  Qui il rumore cambia.  Scompaiono per qualche minuto i grandi viali e arrivano le voci dei negozianti, il rumore delle pentole, l’odore del cibo. Un motorino passa a pochi centimetri.
In mezzo alla metropoli compaiono bancarelle di prodotti freschi. Anziani con la borsa della spesa si mescolano a ragazzi che inseguono la prossima fotografia, il prossimo video, forse la prossima occasione di diventare famosi.
Una bilancia semplicemente appoggiata al muro permette all’acquirente di verificare se il venditore ha effettivamente pesato la merce correttamente. Sono dettagli minuscoli, ma sono quelli che raccontano la città meglio dei grandi panorami.
Anche gli annunci immobiliari possono comparire direttamente sul marciapiede: prezzo, superficie e piano dell’appartamento scritti a mano.
Qui Chongqing smette di essere la metropoli spettacolare delle fotografie e torna a essere ciò che è ogni giorno: una città cinese vissuta da milioni di persone.
Poi arriva il cibo e Chongqing ha un sapore preciso: quello dell’hotpot.  Il pentolone arriva al centro del tavolo, il brodo ribolle: peperoncino, pepe di Sichuan e spezie riempiono l’aria. Poi comincia il rito: carne,  verdure, tofu, funghi e noodles finiscono nel brodo bollente e vengono pescati uno alla volta. Non è soltanto una cena, e’ un’esperienza collettiva. Il pepe di Sichuan produce sulla lingua quella particolare sensazione di formicolio che non è semplicemente piccante. È qualcosa di diverso, quasi elettrico. A Chongqing persino la cucina ha la sua forma di vertigine.
Poi arriva la sera e la metropoli cambia ancora una volta. Lungo il Jialing River, non lontano dalla confluenza con lo Yangtze, appare Hongyadong.  Di giorno è un grande complesso costruito sul fianco della collina, di notte sembra una scenografia.
Le sue architetture riprendono il tradizionale diaojiaolou, le abitazioni in legno costruite su strutture rialzate e adattate ai pendii. L’attuale complesso è stato sviluppato nel 2006 e sfrutta il dislivello naturale della collina sviluppandosi su tredici livelli.
È qui che Chongqing offre una delle sue immagini più potenti con le terrazze sovrapposte, le scale, i ristoranti, i ponti, i fiumi, i grattacieli.
E, dietro tutto questo, una metropoli che sembra non finire mai.  Da una certa angolazione Hongyadong appare come una gigantesca città costruita sulla parete di una montagna.
Ma la vera protagonista è ancora una volta la geografia. Qui l’architettura non combatte la montagna, la usa.
Quando la città si accende, la notte non è la fine della giornata, e’ l’inizio di un’altra Chongqing.
I grattacieli si illuminano uno dopo l’altro, i ponti diventano linee di luce, i fiumi riflettono i colori degli edifici, le barche cominciano a scivolare sull’acqua.
Dalla riva, per qualche minuto, è difficile capire dove finisca il paesaggio naturale e dove cominci quello costruito.  Ed è forse questa la chiave per leggere Chongqing: non è una città che cerca di dominare la montagna perché ha imparato a viverci dentro.
Non è bella secondo i canoni tradizionali:  È spettacolare.  Non cerca armonia, cerca energia.
E quando la guardi, dall’altra parte del fiume, illuminata nella notte, capisci che la sua vera architettura non sono i grattacieli, e’ il dislivello, e’ l’acqua, e’ la montagna, e’ il movimento continuo di una città che non smette mai di salire e scendere.
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Ci sono luoghi in cui si torna per la città . E altri in cui si torna per qualcuno che vi abita. Dopo nove anni torno a Chengdu, una delle città che più avevo amato durante il mio primo viaggio in Cina. Ma questa volta c’è un motivo speciale a riportarmi qui: loro, i Panda.  Bianchi e neri, goffi e irresistibilmente teneri, con quell’aria tranquilla di chi sembra avere tutto il tempo del mondo. Animali diventati simbolo della Cina, ma che dal vivo hanno qualcosa di ancora più sorprendente: una presenza quasi ipnotica, capace di far dimenticare per qualche istante il rumore e la frenesia del mondo.  Nove anni fa li avevo incontrati per la prima volta. Ricordo ancora l’emozione di vederli muoversi tra il bambù, arrampicarsi, rotolarsi e, soprattutto, mangiare con una concentrazione assoluta.  Oggi torno a cercarli e torno a Chengdu per ritrovare anche quella Cina che avevo lasciato nei miei ricordi: una città moderna e vivace, ma ancora profondamente legata alla sua cultura, alla sua cucina e a un animale che qui è molto più di un’icona.  È il panda a guidare la mia prossima tappa. E il viaggio continua.  Stay tuned






































