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Cina 🇨🇳 Chengdu

  Dopo la frenesia di Chongqing, Chengdu mi appare quasi rilassata.  Ma è un’illusione.  Basta alzare gli occhi per accorgersi che anche qui la Cina

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Cina 🇨🇳 Chongqing

    Ci sono città che si lasciano attraversare e altre che si lasciano osservare.  E poi c’è Chongqing, una città che sembra non avere

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Cina 🇨🇳 Chengdu


 


Dopo
la frenesia di Chongqing, Chengdu mi appare quasi rilassata.  Ma è un’illusione.  Basta alzare gli occhi per accorgersi che anche qui la Cina sta correndo.

A Chengdu, quando scende la sera, c’è un luogo in cui la Cina sembra decidere di fare spettacolo.

È Jinli Ancient Street, una lunga successione di vicoli, botteghe, lanterne rosse e antiche facciate in legno, dove il passato viene ricreato, illuminato e trasformato in una scenografia vivente.

Appena entro, mi trovo immersa in un’atmosfera quasi teatrale. Le lanterne rosse pendono ovunque, riflettendosi sulle insegne dorate e sulle tegole scure dei tetti.

 

 


Dai negozi arrivano profumi di spezie, peperoncino, zucchero caramellato. Il vociare dei visitatori si mescola alla musica tradizionale e al rumore delle bancarelle.

 

 


Jinli appartiene al quartiere storico accanto al
Wuhou Shrine, il celebre tempio dedicato alla storia dei Tre Regni. L’area richiama l’architettura tradizionale del Sichuan, con cortili, portici, case dalle facciate lignee e stretti passaggi. Ma Jinli non è un museo immobile: è una strada piena di vita e soprattutto di gente.

Turisti cinesi, famiglie, gruppi di amici, giovani coppie. Molte ragazze indossano il hanfu, l’elegante abito tradizionale cinese dalle maniche ampie. Camminano lentamente, si fermano sotto le lanterne, posano davanti alle porte di legno. Ogni angolo sembra essere stato scelto per una fotografia.

È una delle cose che mi colpiscono di più della Cina contemporanea: qui la tradizione non viene necessariamente conservata dietro una teca, ma viene indossata, fotografata, condivisa, trasformata in esperienza.

 


Tra una bottega e l’altra si vendono dolci, tè, souvenir, oggetti artigianali e soprattutto specialità del Sichuan. Chengdu è la capitale del piccante e anche qui il peperoncino è praticamente un elemento dell’architettura.

Ci sono spiedini, ravioli, dolci colorati, frutta candita, tofu, noodles e snack di ogni tipo. Alcune bancarelle attirano una piccola folla: basta un gesto spettacolare del venditore perché decine di telefoni si sollevino contemporaneamente.

 


Perché Jinli è anche questo:
un luogo da vivere attraverso la fotocamera dello smartphone.

 

Eppure, nonostante la folla e la componente decisamente turistica, c’è qualcosa di affascinante. Forse perché, dietro questa rappresentazione del passato, si intravede una Cina profondamente moderna, che non ha paura di mescolare epoche diverse.

Le lanterne rosse appartengono alla memoria. I ragazzi che le fotografano appartengono al presente.  E insieme funzionano perfettamente.

 

Ma è al People’s Park che Chengdu mi conquista davvero. Il parco è un piccolo universo dentro la metropoli.

 


In una calda domenica mattina di settembre, si vedono anziani  che giocano a carte, gruppi che chiacchierano, persone che fanno attività sportive e, naturalmente, i tavolini delle case da tè.

 

 

Chengdu è famosa per la sua cultura del tè e qui se ne comprende il significato.  Non è semplicemente una bevanda, ma è un modo di stare insieme.  Ci si siede, si parla, si osserva la gente. Il tempo sembra improvvisamente avere un’altra velocità. Veri equilibristi si muovono tra i tavoli con teiere dal becco lunghissimo, tenute con una sicurezza quasi acrobatica. Da una distanza sorprendente, il filo sottile del tè raggiunge la tazza senza una goccia fuori posto. Un gesto antico e spettacolare, sospeso tra precisione e magia, che trasforma il semplice rito del tè in una piccola performance.

 

 

Nella celebre sala da tè affacciata sul lago, il rito del tè si arricchisce di una scena che, agli occhi europei, appare quasi surreale. Tra i tavoli si muovono alcune ragazze con i loro strumenti, pronte a offrire ai clienti qualcosa di molto diverso dal semplice servizio al tavolo.

Prima arriva il massaggio alla nuca: energico, deciso, quasi sorprendente per chi non se lo aspetta. Per circa sei minuti le dita lavorano sui muscoli del collo e alla base del cranio, sciogliendo tensioni con movimenti rapidi e vigorosi.

 

Poi arriva la proposta più curiosa: la pulizia delle orecchie.  Per un europeo è difficile non rimanere perplesso davanti alla scena. Eppure, in Cina, l’ear cleaning è una pratica di relax e socialità che si incontra soprattutto nelle case da tè e nei luoghi dedicati al tempo libero. Non viene presentata come una necessità medica, ma come una sorta di piccolo rituale di benessere.

La persona si accomoda, mentre l’operatrice utilizza sottili strumenti appositi per pulire delicatamente l’interno dell’orecchio, spesso accompagnando il trattamento con piccoli tocchi e movimenti estremamente precisi. L’esperienza è pensata per essere rilassante: una pausa sensoriale in cui il cliente non deve fare altro che stare seduto, bere il proprio tè e lasciarsi coccolare.

 

È uno di quei dettagli apparentemente insignificanti che raccontano però molto di un Paese. In Europa la pulizia delle orecchie appartiene quasi esclusivamente alla sfera dell’igiene personale; qui può diventare invece un’esperienza da condividere in pubblico, accanto a una tazza di tè, mentre il lago scorre placido oltre le finestre.

E poi c’è una scena che racconta la Cina contemporanea meglio di qualsiasi monumento: il famoso “marriage market”.

Tra gli alberi del People’s Park di Chengdu si trova uno dei fenomeni più curiosi della Cina odierna: il Marriage Market, il “mercato dei matrimoni”.   Non sono i ragazzi a cercare direttamente il proprio futuro marito o la propria futura moglie, molto  spesso sono i genitori o i nonni a farlo per loro.  Sui piccoli foglietti appesi lungo i vialetti compaiono informazioni molto concrete: età, altezza, istruzione, lavoro, reddito, situazione familiare e, in molti casi, perfino la disponibilità di una casa.

È una sorta di gigantesca bacheca degli incontri, dove il curriculum sentimentale viene trasformato in poche righe.

 

Per una donna, le famiglie possono considerare particolarmente importanti un uomo istruito, con un buon lavoro e una situazione economica stabile.  Un buon livello di istruzione è spesso visto come un segno non soltanto di cultura, ma anche di capacità e affidabilità. Un lavoro stabile, possibilmente ben remunerato, e soprattutto la possibilità di avere una casa sono elementi che possono pesare nella scelta.  Ma non è soltanto una questione di denaro.   Contano anche le buone maniere, il carattere, l’educazione e il comportamento. Un uomo rispettoso, responsabile e proveniente da una famiglia considerata seria e affidabile può essere preferito a qualcuno con una posizione economica migliore ma meno rassicurante dal punto di vista personale. E per un figlio maschio?

Quando si cerca una moglie, invece, possono entrare in gioco criteri differenti.  Una donna istruita, con un buon lavoro e un carattere considerato piacevole può essere molto apprezzata. Ma anche l’aspetto fisico può avere un ruolo, così come l’età.

Tradizionalmente, inoltre, la famiglia d’origine della donna può essere considerata importante: non si sposa soltanto una persona, ma in una certa misura si entra anche in relazione con la sua famiglia: Un matrimonio è ancora una questione che riguarda l’intera famiglia, e non soltanto due individui. 

 

I genitori cercano qualcuno che possa garantire al figlio o alla figlia un futuro stabile.

 

Eppure, dietro quei foglietti apparentemente freddi, c’è una preoccupazione molto umana: la felicità e la sicurezza dei propri figli.   La scena ha qualcosa di surreale: intorno Chengdu corre verso il futuro, con grattacieli, centri commerciali, smartphone, intelligenza artificiale e una generazione di giovani sempre più internazionale.  Nel parco, invece, i genitori ed i nonni continuano a cercare il candidato ideale con carta, penna e una fotografia.

È uno dei tanti contrasti della Cina di oggi: una società modernissima che conserva, accanto alle nuove libertà individuali, tradizioni familiari profondamente radicate.

Puoi passare in pochi minuti da una casa da tè tradizionale a un enorme centro commerciale ultramoderno. Da una strada piena di lanterne rosse a quartieri dominati dal vetro e dall’acciaio.

E poi ci sono i panda. Sono il simbolo più tenero di Chengdu, ma anche loro raccontano una parte importante dell’identità della città. Qui il panda è ovunque: sui souvenir, nei negozi, nelle pubblicità, nei ristoranti, persino nelle tazze fumanti dei cappuccini.

 

Chengdu lo ha trasformato in un’icona globale.

Ma basta varcare i cancelli della Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding per lasciarsi alle spalle il rumore della metropoli e ritrovarsi immersi in un mondo verde, silenzioso, scandito dal fruscio del bambù.

Il primo incontro è quasi disarmante. Il panda appare placido, goffo, irresistibilmente bianco e nero. Seduto a gambe divaricate, afferra un grosso fusto di bambù e lo porta alla bocca con una concentrazione assoluta. Lo spezza, lo sbuccia, lo mastica. Poi ricomincia. Mangiare sembra essere la sua principale occupazione, e in effetti lo è: il suo organismo ricava dal bambù relativamente poca energia, costringendolo a trascorrere gran parte della giornata alimentandosi.

 


Attorno, i visitatori cinesi osservano in silenzio, smartphone sollevati. Ogni movimento viene fotografato: una zampa che stringe il bambù, uno sbadiglio, un cucciolo che rotola goffamente sull’erba.


Il panda gigante è infatti una specie emblematica della Cina e, dopo decenni di protezione, la sua situazione è migliorata. Ma il suo futuro rimane legato soprattutto alla
conservazione delle foreste di bambù e degli habitat montani del Sichuan, dove vive ancora allo stato selvatico.  A Chengdu, dunque, il panda è molto più di una fotografia da portare a casa.

 

È il risultato visibile di una lunga storia di protezione, ricerca scientifica e conservazione. E mentre un panda continua pazientemente a divorare il suo bambù, apparentemente incurante di tutto ciò che accade intorno, viene da pensare che la natura, qualche volta, abbia scelto la forma più tenera possibile per ricordarci quanto sia preziosa. Peccato che oggi il centro sia preso d’assalto da orde di turisti, con code di ore per poter fotografare  lo splendido animale.

 

 

E poi c’è lui, il panda rosso, molto meno famoso del suo gigantesco cugino bianco e nero, ma forse ancora più sorprendente.

Piccolo, agile, con il pelo color rame e una lunga coda inanellata, si muove tra i rami con una grazia quasi felina. È anche una specie in pericolo, minacciata soprattutto dalla perdita e dalla frammentazione del suo habitat.

 


A Chengdu, capitale del Sichuan, esiste una forma di teatro capace di trasformare uno spettacolo in un’esperienza quasi magica: l’
Opera del Sichuan, conosciuta in cinese come Chuanju.

È una tradizione antica, nata dall’incontro tra musica, canto, recitazione, danza, acrobazia e arti marziali. A prima vista può ricordare l’opera cinese più conosciuta, ma possiede uno stile tutto suo, legato alla cultura e alla storia della regione.

L’elemento più famoso è senza dubbio il cambio istantaneo delle maschere, chiamato bian lian.

Durante la rappresentazione, l’attore può cambiare volto in una frazione di secondo. Una maschera colorata appare, scompare o viene sostituita da un’altra quasi senza che il pubblico riesca a capire come.  Il gesto è così rapido da sembrare soprannaturale.

Tradizionalmente, i colori e i disegni delle maschere non sono scelti a caso. Il rosso può rappresentare lealtà e coraggio, il nero forza e determinazione, il bianco astuzia o ambiguità. Ogni volto contribuisce a raccontare il carattere del personaggio.  Il segreto delle tecniche utilizzate è custodito con grande attenzione e, in passato, veniva trasmesso soltanto all’interno delle famiglie o da maestro ad allievo.

 

 

Ma l’Opera  del Sichuan non si limita alla recitazione. Gli artisti possono eseguire salti, combattimenti coreografici, movimenti acrobatici e gesti estremamente precisi. Alcune scene sembrano quasi appartenere a un film di arti marziali, ma sono accompagnate da musica tradizionale, costumi elaborati e una recitazione fortemente stilizzata.  Anche la voce ha un ruolo importante. Gli attori cantano con tecniche particolari, alternando toni acuti, suoni ritmati e passaggi recitati. Per chi assiste per la prima volta, l’effetto può essere sorprendente e persino difficile da interpretare, ma proprio questa combinazione rende lo spettacolo unico.

 

 

Lascio Chengdu e salgo sul treno diretto verso un altro luogo mitico della Cina: Xi’an, la città che custodisce uno dei tesori archeologici più straordinari del Paese, l’incredibile Esercito di Terracotta.

Ma questa è un’altra storia, e ve la racconterò nella prossima puntata. Stay tuned

 

 

 

4 risposte

  1. Iwent to Chengdu, we never spent much time there
    We saw the dating letters, but couldnt understand them, there was a lot of very attractive girls looking for a husband, but it not just about loks, education, income, family come into play a lot, you dont just marry a wife, you marry a family

    1. Dear Derrick, you are absolutely right. In China, you marry the family as well. I was lucky enough to meet a translator there who explained to me that one of the most important things is for a man or woman to have a strong sense of family and, above all, love for their family.

  2. Interessante come sia importante mantenere vive le tradizioni soprattutto attraverso i giovani. Dovremmo imparare.

    Curioso il parco con gli annunci delle famiglie per cercare moglie o marito dei figli. Ma i figli come vivono questa ingerenza? Fa molto pensare – come scrivi tu – alle contraddizioni che vivono così vicine, tra modernità e vecchie tradizioni da mantenere.

    Grazie. Molto interessante. Un caro saluto.
    Lorella

    1. Grazie a te, cara Lorella, per questa bella riflessione! È proprio questo che mi affascina della Cina: convivono una modernità incredibile e tradizioni antichissime, a volte apparentemente inconciliabili. I giovani cinesi che ho incontrato sono gentili e disponibili, ma anche molto riservati quando si cerca di entrare nella loro sfera personale. E allora mi chiedo: forse siamo noi a interpretare tutto attraverso i nostri parametri, senza renderci conto che esistono modi diversi di vivere e pensare? Anche questo, per me, è il bello del viaggio: osservare, cercare di capire e, soprattutto, imparare a mettere in discussione le proprie convinzioni. Un caro saluto!

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Lauretta Trinchero

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