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Bahamas (Ocean Cay Reserve) e Roatan (Honduras)

 

BAHAMAS (Ocean Cay Marine Reserve) 🇧🇸

Il mare delle Bahamas ha un colore che nessuna fotografia riesce a catturare.

È un azzurro che sfuma nel bianco, un verde che scompare nel cielo.

Quando la nave di MSC rallenta e l’isola appare all’orizzonte — una virgola di sabbia circondata da barriere coralline — il tempo sembra fermarsi.

L’altoparlante annuncia: Ocean Cay Marine Reserve, la riserva privata di MSC. Ma a prima vista non è solo un porto di scalo: è un sogno costruito sul mare.

Fino a pochi anni fa, Ocean Cay non esisteva così com’è ora.

Era un’isola artificiale, usata per l’estrazione della sabbia industriale.

Un luogo devastato, abbandonato, senza vita.

Poi, nel 2019, MSC Crociere ha deciso di trasformarla: non in un parco giochi, ma in un esperimento di rinascita ecologica.

Ottantacinque ettari di sabbia e lagune sono stati bonificati, ripiantati con oltre 75.000 piante native e coralli rigenerati.

Oggi, dove c’erano ruspe, ci sono palme e farfalle. Dove c’era rumore, c’è solo vento.

 

 

 

Appena metti piede a terra, senti la differenza.

Non c’è cemento, non ci sono hotel, né auto. Solo sabbia bianca, mare trasparente e silenzio.

Un’isola disegnata per ricordare che il lusso, a volte, può essere la semplicità.

Ocean Cay ha otto spiagge principali, ognuna con un’anima diversa.

Sul lato ovest, South Beach si apre come una distesa infinita di sabbia chiarissima, dove l’acqua è calma e tiepida.

Le sdraio sono sparse sotto le palme, i bar servono cocktail tropicali, e l’unico rumore è quello delle onde che arrivano docili a riva.

Più a nord, Lighthouse Bay custodisce la vera magia: un faro bianco e rosso che veglia sull’isola, alto, elegante, come un guardiano del tempo.

 

Al tramonto, diventa il cuore pulsante dell’isola. Il cielo si tinge di arancio e rosa, e dal bar in cima si vede l’oceano sciogliersi in luce liquida.

La musica reggae si mescola al vento, i bicchieri tintinnano, e la sabbia conserva il calore del giorno.

Ocean Cay è anche una riserva marina protetta.

I Pellicani planano veloci come jet

 

 

 

 


Lì dove prima i fondali erano feriti, ora tornano a crescere coralli e praterie di alghe.

Le tartarughe marine depongono le uova sulle spiagge più isolate, e nei canali si avvistano razze e piccoli squali innocui.

Le guide locali — biologi e operatori ambientali — raccontano come ogni metro quadrato dell’isola sia stato studiato per rispettare la natura.

“Abbiamo voluto restituire qualcosa all’oceano,” dice una biologa, mentre indica un gruppo di volontari che trapiantano coralli.

“Qui non si costruisce, si guarisce.”

Chi ama il mare può partecipare a escursioni in kayak o snorkeling tra le acque turchesi della Blue Lagoon.

 

 

Ocean Cay non è solo un’isola di vacanza, ma un progetto ambientale in corso.

MSC, in collaborazione con istituti scientifici bahamensi e internazionali, ha avviato un programma di ripristino dei coralli e delle praterie marine, creando un modello di turismo sostenibile unico nei Caraibi.

Le attività commerciali sono limitate, e la plastica è bandita.

Tutti gli edifici — bar, punti d’informazione, chioschi — sono realizzati con materiali riciclati o locali.

“Non si tratta solo di offrire una spiaggia bella,” spiega un ingegnere ambientale dell’isola.

“Si tratta di dimostrare che il turismo può essere parte della soluzione, non solo del problema.”

E in effetti, camminando per i sentieri di sabbia bianca, tra farfalle e alberi giovani, si percepisce quella fragilità luminosa che appartiene ai luoghi rinati.

Ocean Cay non è un paradiso trovato: è un paradiso ricostruito.

Quando risali sulla nave e l’isola comincia ad allontanarsi, ti volti per guardarla ancora.

Sembra piccola, fragile, quasi timida in mezzo all’oceano.

Eppure, da lontano, brilla come una promessa: quella di un turismo che può lasciare un segno buono, leggero, che non ferisce.

Il mare delle Bahamas si stende all’infinito, e il sole tramonta alle spalle della nave, timido, in una giornata fatta di sole e poi di pioggia.

Tra il blu, l’oro, ed il grigio, Ocean Cay rimane là — come una goccia di luce in mezzo all’acqua.

Un promemoria silenzioso che la bellezza non è solo ciò che si scopre, ma ciò che si protegge.

 

 

ROATAN (Honduras) 🇭🇳

Appare all’improvviso, dopo ore di mare. Un lembo di giungla gettato nel mare, incorniciato da barriere coralline che sembrano inventate dal sogno. Quando la nave attracca a Consolation, si vedono le case di legno color pastello, i moli che si allungano nel turchese, le palme che piegano la schiena al vento. E si sente, già da lassù, che la vita qui scorre con un’altra gravità.

 

 

 

 

 

avvicinandosi, appare un moderno “porticciolo” pronto ad accogliere i turisti in stile Disneyland

 

 

 

 

 

 

Ero ansiosa di visitare Roatan. Sono stata in Honduras nel 2017, ma non ho avuto tempo di venire sull’isola che mi avevano descritto come un piccolo gioiellino. In realtà, oggi, purtroppo , sono rimasta delusa.

 

Probabilmente fino ad alcuni anni fa, l’isola era un piccolo paradiso, e, forse, rimane, comunque, uno dei luoghi preferiti dagli amanti delle immersioni, come mi hanno confermato alcuni divers incontrati.

Negli ultimi anni, Roatán ha conosciuto un turismo sempre più intenso: un turismo mordi e fuggi, fatto di crociere, e arrivi fulminei seguiti da partenze immediate. Ammetto di averne fatto parte anch’io, oggi. Ma questo afflusso rapido e massiccio ha lasciato il segno: molti abitanti sembrano guidati dalla frenesia del “denaro veloce”. Appena si scende dalla nave, si viene travolti da un mare di venditori locali che cercano di proporre ogni cosa, con insistenza quasi teatrale. Apparentemente, con un sorriso gentile, ti chiedono se hai bisogno di aiuto.

Nel mio caso, avevo chiesto soltanto un taxi — dieci chilometri appena, dal porto fino a West Bay, la spiaggia più celebrata dell’isola.

Trentacinque dollari, mi ha detto l’autista senza esitazione. Dopo un lungo gioco di sguardi, risate forzate e silenzi pesanti, siamo scesi a venti.

Pensavo fosse finita lì.

Invece no: con un mezzo sorriso, il tassista mi ha avvertito che per accedere a West Bay Beach avrei dovuto passare attraverso uno dei resort e pagare una fee di venticinque dollari a persona. “Include il lettino”, ha aggiunto, come se fosse un privilegio.

In quel momento ho capito che, in certe isole, il mare non è più un bene comune: è diventato un servizio, e la sabbia — un lusso misurato a ore

In realtà, avrei scoperto presto che non esiste alcun obbligo di pagamento per accedere a West Bay Beach: la spiaggia è completamente libera. La famosa fee vale solo per chi sceglie di usufruire dei servizi privati — lettini, ombrelloni o bagni dei resort che si affacciano sul mare.

Quando sono arrivata, la scena mi ha tolto ogni illusione di quiete: una distesa di sabbia gremita di corpi, lettini schiacciati l’uno contro l’altro, musica che si sovrapponeva da ogni direzione. Ho preferito non scattare foto — un rifiuto istintivo, forse — anche se, ripensandoci, sarebbe stato utile documentare tutto.

Quel giorno, sull’isola, erano attraccate quattro navi da crociera: più di tredicimila visitatori riversati in poche ore su un tratto di costa fragile e conteso. Un piccolo paradiso trasformato in un gigantesco stabilimento balneare a cielo aperto.

Tra loro, molti erano visibilmente irritati: anche loro, caduti nelle stesse trappole dei tassisti e dei resort, avevano pagato cifre esagerate per un accesso che, in realtà, era libero.

Qui, tutto sembra costruito per spillare qualche dollaro in più al turista distratto: tariffe inventate, “tasse” improvvisate, storie raccontate con un sorriso che non arriva mai agli occhi. È un gioco sottile, quasi teatrale, dove ogni gesto è calcolato e ogni parola ha un prezzo.

A parte questa brutta esperienza,  anche il tempo non aiutava: il cielo era grigio, con improvvisi acquazzoni, e la spiaggia non riusciva a conquistarmi come speravo.  Mi sono spostata sulla parte di spiaggia libera, ed effettivamente c’era poca gente: come vedete sono quasi tutti caduti nella “trappola da turista” dell’obbligo di pagare fee. 

 

 

Sul bagnasciuga musicisti e venditori si alternano

 

 

Eppure, pare che Roatán abbia un volto diverso, più intimo e sorprendente, appena si guarda sott’acqua.

Incontro Paul, un francese che si è trasferito qui da qualche anno. Con gli occhi che brillano, mi racconta: “Sott’acqua, Roatán cambia volto: diventa un universo di blu, un giardino che respira e si muove. Ventagli di corallo ondeggiano come veli, pesci pappagallo mordono la roccia viva, murene si nascondono tra crepe di luce.”  Ogni giorno, le barche dei sub partono verso la Mesoamerican Reef, la seconda barriera corallina più grande del mondo, che si estende tra Belize e Honduras. Un mondo di meraviglia che purtroppo non potrò esplorare: sarò sull’isola solo per un giorno, e le escursioni di snorkeling sono prenotate da settimane.  Paul continua, con un tono più serio:   “Qui non tutto è paradiso. Ci sono giorni in cui la spiaggia si riempie di bottiglie, e il mare sembra stanco. Alcune barche scaricano ancora benzina dove nuotano le tartarughe. Roatán è bellissima e vulnerabile: vive in bilico tra il bisogno di sopravvivere e quello di restare sé stessa.”   Quel giorno, camminando sulla sabbia umida, tra il frastuono dei visitatori e il colore grigio del cielo, ho percepito esattamente questo equilibrio fragile: un’isola che regala scorci di paradiso, ma che non può più essere solo un sogno incontaminato.

Tornando verso la nave si attraversano villaggi con case colorate che si affacciano sul mare

 

 

 

e cavalli lungo la riva

 

 

Ed è ora di tornare sulla nave, per nuove mete 🚢

 

 

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