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Cina 🇨🇳 – Yunnan (Parte 1) Dali e dintorni

 

La prima volta che arrivi a Fengyangyi potresti quasi non accorgerti di averlo raggiunto. Non ci sono segnali scenografici, né un ingresso monumentale a segnare il passaggio. La strada cambia appena, si restringe leggermente, il traffico moderno si attenua, e il paesaggio inizia a farsi più lento. Poi restano solo pietre, case basse, e il ritmo discreto di un villaggio che sembra essersi posato lì senza bisogno di annunciarsi.

Eppure è proprio qui che attraversa uno dei tratti più autentici della Ancient Tea Horse Road, la rete commerciale che per secoli ha collegato lo Yunnan al Tibet. Una via non solo economica, ma culturale: lungo queste montagne passavano tè compresso, cavalli, sale, tessuti, ma anche idee, religioni, lingue, influenze lontane. Un sistema di scambio che non ha mai avuto un centro unico, ma una continuità fatta di passi, stagioni e resistenza. Il selciato ti costringe a rallentare.  Le pietre sono irregolari, consumate, ma al centro appaiono levigate come se fossero state lucidate da un gesto invisibile ripetuto milioni di volte. È il segno più evidente di ciò che questa strada è stata: non un percorso costruito per un’epoca, ma attraversato per secoli. Il passaggio non è stato occasionale, ma costante. Non leggero, ma pesante. Zoccoli, carichi, uomini e animali che hanno inciso il suolo molto più di quanto il tempo abbia cancellato.

 

Basta fermarsi un istante per immaginare la strada viva: il rumore dei campanelli legati ai muli, il passo lento delle carovane, le voci basse dei mercanti che negoziano scambi lungo un percorso che non perdona distrazioni. L’aria del mattino, forse, era spesso attraversata da una nebbia sottile, che rendeva le montagne ancora più lontane e il viaggio ancora più lungo.  Poi il presente riemerge senza interrompere del tutto quella sensazione.

Alcuni uomini attendono i turisti per un giro a cavallo.

Un anziano passa lo sguardo su chi cammina senza particolare curiosità, come se il transito fosse sempre stato parte del paesaggio.

 

Una coppia percorre la stessa strada con la leggerezza di chi non deve più misurare la distanza tra i villaggi, ma solo il tempo di una passeggiata.

 

È in questa sovrapposizione tra passato e presente che Fengyangyi si definisce davvero. La storia non è stata restaurata, né trasformata in scenografia. Non c’è una cesura netta tra ciò che è stato e ciò che è. Il villaggio non “mostra” la sua storia: la continua.

Le stradine principali si aprono poi in un intreccio più fitto, quasi organico. Botteghe artigiane si alternano a piccoli laboratori, dove il legno, la stoffa e il metallo vengono ancora lavorati secondo gesti lenti. 

 

Le tea house, spesso intime e curate, si affacciano direttamente sul passaggio, con tavoli bassi e vapori leggeri che si confondono con l’aria del villaggio. Accanto, piccoli ristoranti dal fascino rétro accolgono i visitatori senza rompere l’equilibrio del luogo, come se fossero stati assorbiti nel suo ritmo naturale.

 

A pochi chilometri,  si entra nella Dali Old Town.

Le mura segnano ancora il perimetro di quella che per secoli è stata una città strategica lungo le rotte commerciali del sud-ovest della Cina. Le porte monumentali incorniciano l’ingresso, e per un attimo sembra che il tempo si sia fermato lì, tra pietra e legno.

 

 

 


Ma basta avanzare di qualche passo per accorgersi che il tempo, in realtà, non si è mai fermato: ha semplicemente cambiato ritmo.

 

 

 

Le strade principali si animano di un flusso continuo:  viaggiatori, biciclette, motorini elettrici, negozi aperti fino a tarda notte.

 

Le insegne si alternano tra caratteri tradizionali e richiami contemporanei, mentre le botteghe espongono tessuti, ceramiche, oggetti che oscillano tra artigianato autentico e memoria reinterpretata.

 

 

 

Il mercato locale è il cuore pulsante di Dali, un caleidoscopio di colori e suoni. Le donne e gli uomini Bai  offrono frutta fresca, funghi, spezie profumate e fiori dai colori intensi.

 

 

 

 


I Bai sono una minoranza etnica di circa 2 milioni di persone, concentrata principalmente nello Yunnan, soprattutto intorno al lago Erhai e alla zona di Dali.

Il loro nome significa “bianco” ,  un colore che ha un valore simbolico forte nella loro cultura: purezza, luce, equilibrio.
Nel mercato: un uomo vende miele,

 

 

mentre una donna prepara un delizioso tofu profumato.

 

 

 

Molti i venditori di frutti di bosco e fragole

 

Ogni bancarella è una finestra sulla cultura Bai.


Le mani callose dei venditori raccontano fatica e tradizione; le loro voci si intrecciano in un coro familiare, fatto di contrattazioni, saluti e risate. Passeggiando tra le file di prodotti, si percepisce un ritmo antico, il battito del cuore di Dali, che pulsa da generazioni.

 

ed un tocco moderno

 

 

E poi ci sono i giovani: A Dali capita spesso di assistere a contrasti che non sembrano contraddirsi. Abiti locali antichi e gesti moderni.

Una ragazza indossa il costume tradizionale Bai, ricamato con precisione, i colori netti, i dettagli che raccontano appartenenza. L’amica, tra le mani, tiene uno smartphone. Scorre immagini, registra un video, forse prepara un contenuto da condividere.

 

 

 

 

 

Una donna in abito tradizionale sistema della frutta su una bancarella. Poco più in là, un ragazzo con laptop e cuffie lavora in un caffè minimalista. Turisti cinesi fotografano dettagli antichi, mentre una coppia straniera cerca un angolo silenzioso lontano dal flusso principale.

 

 


Negli ultimi anni, sempre più giovani cinesi hanno deciso di trasferirsi qui, lasciando metropoli come Pechino o Shanghai. Cercano qualcosa di diverso: meno pressione, più spazio, una vita che non sia definita solo dal lavoro.
Aprono caffè, piccoli atelier, spazi creativi. Non cancellano ciò che trovano. Si inseriscono.  È in questa sovrapposizione che Dali si trasforma.  Non è più soltanto una città storica, né semplicemente una destinazione turistica. È un luogo in cui convivono identità locali profonde, nuove forme di vita contemporanea, flussi di passaggio, brevi o lunghi. Un equilibrio fragile, ma reale. Tutto accade nello stesso spazio.  Senza conflitto apparente. Non c’è frattura, né nostalgia.  Il passato non viene messo in scena: viene attraversato. Indossato, reinterpretato, portato dentro il presente senza bisogno di spiegazioni.   Nei vicoli della Dali Old Town  questa convivenza è ovunque. Tessuti antichi che si muovono tra insegne luminose, gesti quotidiani che si intrecciano a rituali invisibili. Tradizione e contemporaneità non si oppongono — si sovrappongono. E forse è proprio in questa naturalezza che si trova la chiave. Non conservare, non innovare. Ma continuare.

 

Le sere a Dali sono un equilibrio sorprendente tra autenticità e raffinatezza. È tutto aperto, vivo, pulsante: dai piccoli ristoranti locali dove il tempo sembra essersi fermato, alle tavole più ricercate, eleganti, quasi inaspettate. Si passa con naturalezza da una cucina semplice e genuina a esperienze più fashion e di alto livello, tra luci soffuse, design curato e dettagli che raccontano una nuova anima della città. Qui la notte non sceglie, accoglie tutto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi arriva lui.  Il lago Erhai. Non lo vedi subito. Lo intuisci.  L’aria cambia. Diventa più aperta. Più ampia.  E poi, tra una curva e l’altra, appare.  Non è un lago che ti colpisce per drammaticità.  È un lago che ti accoglie.

 

Decidi di girarlo in bici. Non per scelta sportiva, ma per necessità emotiva.  Camminare sarebbe troppo lento, un’auto troppo veloce. La bici è il compromesso perfetto tra movimento e contemplazione.

 

Pedali. Da un lato l’acqua, dall’altro i campi e, più in là, le montagne Cangshan che sembrano vegliare su tutto. Ogni tanto ti fermi. Senza motivo preciso. Un pescatore sistema le reti.

Due anziani parlano seduti su una panchina.  Una bambina gioca con l’acqua, ridendo.  Sono scene semplici.   Ma hanno un peso.

 

 

Non lontano da Dali, Xizhou Ancient Town si presenta come un museo a cielo aperto. Le strade lastricate sono custodi di secoli di vita, mentre le case bianche dai tetti scuri raccontano storie di famiglie, matrimoni e mercati.


Nel cuore di Xizhou si cammina lentamente, non tanto per scelta quanto per densità. I vicoli sono stretti: qui sorgono negozietti di artigianato, caffè ricavati da vecchie case e bancarelle con snack locali

 

 

 

C’è gente ovunque, ma non è il caos di una città: è più una corrente continua, come acqua che passa senza mai fermarsi del tutto.

Xizhou è molto fotografata. Le scene “iconiche” si ripetono:  donne Bai in abiti tradizionali che posano, giovani cinesi che cercano l’inquadratura  perfetta da social.

 

 

A questo proposito, appena  fuori dal villaggio, il paesaggio cambia linguaggio.

I vicoli si aprono e diventano sentieri, e i muri bianchi delle case lasciano spazio a una distesa di campi che sembrano costruiti per essere guardati. Non è un’esagerazione: qui tutto è già composto come in un set, ma senza regista.

Le linee sono pulite: filari di coltivazioni che disegnano geometrie leggere,  strade sterrate che tagliano il verde come tracce deliberate. e montagne sullo sfondo che chiudono la scena senza dominarla.

un trenino per bambini

 

 

E poi ci sono loro: i meravigliosi cani che aspettano di entrare nella foto perfetta da incorniciare.


 

 

 

Tornando nel paese, i cortili interni, adornati di fiori e calligrafie, sono scrigni di tradizione. Laboratori artigianali, botteghe e piccoli caffè si alternano, creando un ritmo lento che invita a fermarsi.

 

 

In ogni angolo si percepisce la cura dei Bai per l’arte, il rispetto per la storia e la passione per la bellezza semplice ma potente.

Il culmine del viaggio è la visita del Bai tie-dye craftsmanship, antica quanto le montagne circostanti: ogni nodo, ogni piega, ogni sfumatura di blu e bianco racconta leggende, auguri e simboli di fortuna.

In realtà, a pochi chilometri c’è il villaggio di Zhoucheng, conosciuto come la culla della tecnica del tie-dye della minoranza etnica Bai. Qui questa arte antica ha oltre mille anni di storia ed è stata inserita nel primo elenco del patrimonio culturale immateriale della Cina.

La tecnica è affascinante perché unisce: l’uso di coloranti vegetali (in particolare indaco), l’annodatura e la cucitura di tessuti e una tradizione tramandata di generazione in generazione.

Il museo racconta questa storia viva: conserva centinaia di motivi tradizionali e strumenti antichi, mostra l’intero processo del tie-dye, dalla preparazione del colore alla stampa finale e permette di vedere gli artigiani al lavoro (e in molti casi provare tu stessa la tecnica sotto guida ).

Il tie-dye Bai non nasce per essere guardato, ma per essere fatto.

Su lunghi tavoli di legno, i tessuti bianchi vengono piegati, stretti, legati con fili sottili. Ogni nodo è una scelta invisibile: qui il colore non viene disegnato, viene negato e poi lasciato emergere.

Le mani lavorano senza teatralità. Non c’è fretta, ma nemmeno lentezza esibita. Solo ripetizione. Solo gesto.

E mentre guardi, capisci che il motivo finale,  quei disegni blu che sembrano fiori, onde, costellazioni, non è il punto di partenza. È il risultato di una resistenza controllata al colore. L’indaco ha una sua personalità qui. È profondo ma mai identico a se stesso: a volte tende al nero, a volte al cielo, a volte sembra trattenere luce invece che rifletterla.

Ogni pezzo appeso ad asciugare racconta una variazione. Nessun motivo è perfettamente replicabile, e questa imperfezione è la sua forza.

 

 

Il villaggio è autentico

 

 

 


Sotto una tettoia di legno, nel centro del villaggio, gli anziani  di Zhoucheng si raccolgono sempre nello stesso modo.

Vecchi divani in similpelle, ombra fissa, pochi movimenti. Davanti a loro passa il flusso del villaggio: i visitatori del tie-dye, le biciclette, le voci dei laboratori. Non commentano quasi mai. Guardano. La maggioranza sono donne, molte ultra novantenni, con cui cerco di instaurare un dialogo, difficile anche per la mia guida perché loro non parlano mandarino, ma solo il dialetto locale. Ma, come sempre,  i sorrisi uniscono.

 

 

Poco oltre c’è un immancabile tempio.

 

E due giocatori di scacchi cinesi.

E ancora mercati, l’anima dei villaggi, un luogo straordinario dove incontrare la gente del posto

 

 

È tempo di rimettersi in cammino, verso altri luoghi antichi dove il tempo sembra essersi fermato: le atmosfere senza fine di Nuodeng, i vicoli  di Shaxi e la bellezza sospesa di Lijiang dove ogni pietra racconta una storia e ogni passo sa di eterno.

 

a breve su Cina 🇨🇳 Yunnan (parte 2)

E ancora foto delle persone incontrate, sempre disponibili per uno scatto veloce

 

 

 

 

 

 

4 risposte

  1. Another long, interesting blog
    How ,any years you have been travelling now ?
    Cant be a country you have seen now
    When will it end ?
    Derrick

    1. Dear Derrick,Thank you for your comment. I travel as much as I can—the world is vast, and there are so many places and people to discover. So far, I have visited 194 countries, and only North Korea remains (currently closed to tourism) for me to fulfill my dream of visiting every country in the world.In the meantime, I keep exploring, for as long as my health allows me. Warm regards.

  2. Hi Lauretta
    Thank you for the informative blog with great photos, I just did a 12 day tour of China visiting the great metropolises which didn’t disappoint but looking at the rural and quiet Yunnan & Dali I could’ve kept going! They have not lost their cultural difference which is what we seek when we are traveling the world
    Did you have a guide to help with the language?

    1. Hi Leanne, I’m traveling with a driver who speaks good English. But even when I’m on my own, I use an automatic translator and it works perfectly. Yunnan is very beautiful and diverse. Talk soon.

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